Padre Sergio è il titolo del racconto che Tolstoj pensò e scrisse nel corso dell’ultimo decennio del Diciannovesimo secolo. Racconta la sofferta conversione di un brillante ufficiale, la sua nuova vita monastica, il rovello che mai lo avrebbe abbandonato. Nel piccolo capolavoro sono inserite alcune digressioni sulla condizione spirituale del vecchio continente, sull’Europa «miscredente». Un secolo dopo, George Weigel, il biografo preferito da Giovanni Paolo II e uno dei più acuti osservatori del futuro del cattolicesimo, scrive che la cultura cristiana non è riuscita a influenzare in modo significativo l’Unione europea (Europe’s present, America’s future? aprile 2005). Assistiamo dunque a un processo di scristianizzazione inarrestabile? o, peggio, a una vera e propria «cristofobia»? Si deve, questa ultima definizione, a Joseph H. Weiler, ebreo ortodosso, autorevole testimone dei destini spirituali europei e docente della New York University, che in alcuni importanti contributi, Un’Europa cristiana (Milano, Bur, 2003) e La Costituzione dell’Europa (Bologna, Il Mulino, 2003), ha mostrato con chiarezza come le Chiese, in particolare quella cattolica, non abbiano saputo raccogliere tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso le sfide della società. O meglio non sono state in grado di dare risposte alle domande di senso che l’uomo manifestava.
«La Chiesa dà il meglio di sé» ha scritto Weiler recentemente «quando è “profeta sulle porte”, quando si contrappone rispetto alla società, rispetto all’establishment, come Sion, come il profeta Amos» (Tracce, giugno 2005, p. 19). C’è dunque una crisi spirituale in Europa, ma non è irreversibile. Qualcosa sta cambiando. Il libro di George Weigel The cube and the cathedral: Europe, America, and politics without God (New York, Basic Books, 2005) entra nel vivo del problema. Il cubo è il grande arco parigino della Défence, simbolo della Francia laica. Lo spunto sulla contrapposizione tra l’arco e la cattedrale, simbolo questa ultima della civilizzazione cristiana, viene fornito a Weigel da una comune guida turistica consultata in occasione di una visita a Parigi. Laico e cristiano sono oramai percepiti come termini in opposizione. Lo stile di vita laico, cioè senza fede, viene assunto come modello superiore, capace di generare comportamenti emancipati, progrediti e infine un’arte, una cultura. Weigel pone delle domande: quale cultura tutela al meglio i diritti dell’uomo e rende sicure le fondamenta morali della democrazia? quella che ha concepito il razionale e simmetrico cubo parigino o quella che ha realizzato i gargoyle di Notre Dame e delle altre cattedrali gotiche europee? chi ha maggiormente contribuito alle nostre libertà: la gente del cubo o quella della cattedrale? Il fatto che una parte cospicua dei rappresentanti dell’Europa politica si sia espressa per cancellare ogni riferimento alle radici cristiane dalla Carta costituzionale, poi non approvata per altre ragioni, sembrerebbe dar ragione ai più pessimisti. Ma in questo inizio di secolo sono giunti segnali nuovi. Negli Stati Uniti, ad esempio, si riscontra un avvicinamento tra la Chiesa cattolica e quelle protestanti sui temi della difesa della vita (vedi l’intervista a Mons. Lorenzo Albacete su Il Foglio del 26 agosto 2006, p. I), mentre in Europa, e in particolare in Italia, si registra l’incontro tra una parte del mondo laico e i cattolici. Il referendum sugli embrioni ha segnato un momento decisivo in questa direzione, anche se ha acutizzato le divisioni all’interno del mondo laico.
Un terreno comune
Da più parti è stato notato questo avvicinamento e l’interesse di liberal, da sempre sensibile all’«incontro liberale tra laici e cattolici», ne è una conferma. Ci si chiede se si possa parlare di una nuova e forse inedita presenza dei cattolici sulla scena politica italiana, quali sono i caratteri di questo fenomeno. Non saprei rispondere. Forse è presto per fare analisi, certo è che queste occasioni si fanno sempre più visibili. Siano sufficienti alcuni esempi: il dialogo tra il filosofo, e presidente del Senato, Marcello Pera e il cardinal, ora Papa, Ratzinger e l’alleanza tra Giuliano Ferrara e il fronte del no al referendum sulla procreazione assistita. Intesa riconosciuta solennemente anche il 25 agosto di quest’anno quando durante l’ultimo, affollatissimo, incontro con il popolo del Meeting di Rimini durante il quale il giornalista ha riconosciuto che «questa idea di libertà è sentita, vissuta, elaborata con particolare acutezza, con particolare passione e con particolare intelligenza in quelli che vorrebbero definiti gli ambienti oscurantisti. Ecco: non ho mai trovato tanta passione per la libertà, nel mondo liberale o nel mondo comunista, quanta ne ho trovata nel mondo dell’oscurantismo fideista cattolico» (Il Foglio, martedì 30 agosto, 2005 p. II). Ferrara ha poi ricordato che la laicità degenerata in laicismo ha generato gli «idoli del pensiero corrente». In questo modo si crea un «pensiero unico», un’area grigia della coscienza, che ci fa affrontare la realtà con «schematismi concettuali», ancor più subdoli perché fatti passare per idee evolute. La Chiesa cattolica ha mostrato uno «straordinario interesse» per l’incontro con i laici, in quanto ha intravisto un terreno comune di dialogo, una comune adesione, usiamo parole dell’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra, a ideali e valori umani. «La dignità dell’uomo è tutta nella sete di significato che permette di riconoscere la realtà come un segno a cui guardare per cercare la sua soddisfazione. Questo vale per l’ebreo, per il laico agnostico, per il musulmano, per l’uomo di qualsiasi religione che non prevarichi ma anzi rispetti la dignità di tutti» in questo modo Vittadini, in un recente intervento su Il Riformista (mercoledì 24 agosto 2005, p. 3), tratteggia le coordinate di questo nuovo territorio del dialogo. È come se in questo luogo i cattolici, fedeli alla loro tradizione e uniti nella loro Chiesa, si sentissero un po’ meno soli e i laici, di destra e di sinistra, accortisi di un laicismo che ha sempre più acquisito le sfumature dell’autoritarismo, ritrovassero un interlocutore lucido, un compagno di strada. «Questa laicità trionfante non ha più nulla di vitale, si è ridotta a una cultura dei divieti. Per questo la cultura laica è morta in questa idea relativista secondo cui lo spazio pubblico dovrebbe essere occupato soltanto da chi rinuncia alla verità»; le parole di Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere della Sera, non sono solo particolarmente appropriate a esprimere lo stato d’animo di quella parte del mondo laico più disponibile, ma rispondono, implicitamente, anche ad alcune autorevoli voci del mondo cattolico che vorrebbero impostare il dialogo con i laici su presupposti diversi. Mi paiono rappresentativi di questa posizione gli interventi che Enzo Bianchi, priore del Monastero di Bose, ha pubblicato negli ultimi mesi su La Stampa. Dopo aver constatato che non ci sono più le accese «diatribe tra clericali e anticlericali» o tra atei e credenti che si combattono da contrapposti schieramenti politici, il fondatore della piccola comunità interreligiosa nei pressi di Biella osserva che è nato un nuovo laico più tollerante, con il quale si «può condividere la compassione per l’uomo, la lotta per la libertà, la giustizia e la pace» («Quando i laici sono un’opportunità per la fede cristiana», La Stampa, sabato 27 agosto, p. 29). I cattolici devono evitare, secondo Bianchi, il «ritorno alle certezze», l’«affermazione dell’identità pura e dura», la tentazione di descrivere la società in cui vivono come negativa. Ma l’apparente forza del ragionamento di Bianchi, imperniato sulla fedeltà alla parola evangelica (ma per i cattolici non è la Chiesa a garantire questa fedeltà?), si trasforma in uno modesto argomentare costellato di distinguo tra Chiesa e popolo dei credenti (è questo il sensus ecclesiae?), di severe affermazioni, in un abile gioco di non detti (mai un cenno nell’articolo all’attuale Papa), su una Chiesa che non sa ascoltare, che giudica il mondo, che si difende.
Nello «spazio pubblico» (la società) in cui si svolge il dialogo tra laici e credenti, il religioso Bianchi, paradossalmente, sostiene un’impostazione apertamente relativista: «È la società pluralista e democratica che permette l’organizzazione di uno spazio pubblico di confronto e di decisione in cui qualunque soggetto è libero di intervenire o meno», mentre il non credente Battista non ha timori a individuare l’ipocrisia di questa vulgata e mette in evidenza la falsa democraticità dell’affermazione che pretende che tutte le posizioni siano uguali dichiarando che non si può rinunciare alla verità. Sembra quasi che una parte, anche se minoritaria, del mondo cattolico sia colta da una sorta di «anestesia dei valori», stesso sintomo che si riscontra in un certo modo di intendere la laicità (Ferdinando Adornato, La verità dei Teocon, 10 novembre 2004, in www.liberalfondazione.it). Il sostenere l’assenza dei valori come unico valore, ci riporta al dibattito sul pensare (e vivere) «come Dio non ci fosse» (etsi Deus non daretur). O come scrive Bonhoeffer, ricordato da Bianchi, «di vivere davanti a Dio l’assenza di Dio». Il mondo, scriveva il cardinale Jean Daniélou in un saggio recentemente tradotto in italiano, «si attende ancora qualcosa da questo cristianesimo» (Il cristiano e il mondo moderno, Siena, Cantagalli, 2004, p. 76). L’incontro tra credenti e non credenti non può realizzarsi in una terra di nessuno, in un terreno neutro, bonificato da valori e proposte di vita. Nel corso della conferenza tenuta il 1 aprile 2005 nel monastero di Santa Scolastica a Subiaco Benedetto XVI ha riproposto ai laici la sfida di Pascal a vivere ammettendo l’esistenza di Dio (veluti si Deus daretur): «Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno» (L’Europa nella crisi delle culture ora pubblicata nel volume L’Europa di Benedetto, Siena, Cantagalli, 2005). I cattolici sanno accettare le regole della società democratica anche se questa si immagina, come vorrebbe il filosofo Habermas, priva di presupposti etici e religiosi. Scrive il Patriarca di Venezia Angelo Scola: «Io devo stare dentro» a questa società, «accettando che la mia identità sia sempre in relazione alle identità altrui. Io credo nella verità, ma voglio stare in relazione con chi non crede e non per questo è un nemico. Anzi, voglio imparare anche da lui. Non pretendo di imporre la mia visione della realtà, secondo cui Gesù Cristo è la verità vivente e personale; ma intendo, con questa precisa visione, entrare pacificamente nell’agone con quelle altrui. Sono convinto che esista la verità, ma non la voglio imporre; la voglio rischiare attraverso la testimonianza. Non posso rinunciare a mettere in campo la mia idea nel gioco democratico. Lo impoverirei». («Ora un patto per una nuova laicità», intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo, Corriere della sera, domenica 17 luglio 2005).