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LAICITA'/Non si può trasformarla in laicismo

LIBERAL BIMESTRALE
di Jean-Dominique Durand
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

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L’articolo 2 della Costituzione della Repubblica francese del 1958 (che riprende l’articolo 1° della Costituzione del 1946), recita: «La Francia è una Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale. Assicura l’uguaglianza dinanzi alla legge di tutti i cittadini senza distinzione di origine, di razza o di religione. Rispetta tutte le credenze». È interessante osservare che la parola «laica» viene subito, dopo l’unità della nazione, ma prima delle parole «democratica» e «sociale», come se «democratico» e «sociale» fossero figli della laicità. Questo concetto si trova così al primo rango dei principi di organizzazione dello Stato e della società. Nel recente Rapport de la Commission de réflexion sur l’application du principe de laïcité dans la République, del 11 dicembre 2003, si legge nell’introduzione: «La Repubblica francese si è costruita attorno alla laicità», e «la Francia ha eretto la laicità al rango di valore fondatore», poi il valore del concetto di laicità viene precisato: «La laicità, pietra angolare del patto repubblicano, poggia su tre valori indissociabili: libertà di coscienza, uguaglianza in diritto delle opzioni spirituali e religiose, neutralità del potere politico» (1). I francesi sottolineano volontieri che presentano un’originalità, una singolarità che fanno della Francia un’entità a parte in Europa. Il sociologo Jean Baubérot (2) nota che la parola laicità ha resistito a ogni forma di traduzione in lingua inglese, e che si tratta di una realtà che segna tutto il sistema giuridico ma anche le mentalità e la cultura francesi. Numerosi studiosi hanno sottolineato la difficoltà di tradurre la parola e un concetto che non ricopre le stesse realtà da un Paese all’altro in Europa (3). Il filosofo belga Guy Haarscher sottolinea la trappola dell’espressione inglese ideological secularism (4); in francese e in italiano le due parole laïcité e laicità sono dei falsi amici, una stessa parola per esprimere delle realtà diverse. Come lo dice Guy Haarscher, «le terme sonne français». Tra i venticinque Paesi dell’Unione europea, sette conoscono un regime di «religione di Stato», quindici hanno firmato dei concordati o degli accordi bilaterali con la Santa Sede, sette hanno un regime di separazione, ma la Francia è l’unico Paese che si proclama nella sua Costituzione, «laico». La parola non si trova in nessuna Costituzione dei Paesi membri dell’Unione, né in un testo europeo.
La parola laicità è diventata una parola base del vocabolario politico-sociale francese, utilizzata a ogni istante e anche a sproposito e spesso a casaccio. Una rivista di divulgazione storica, L’Histoire, ha pubblicato nel novembre 1997, un numero dedicato alle guerre di religione; l’editoriale era intitolato «La religione è la guerra», insisteva sulla «singolarità della soluzione francese», cioè la laicità francese come strumento di pacificazione di una società pluralistica, e concludeva che la posta era la pace civile. Ma anche una personalità cattolica moderata come René Rémond ha scritto: «È evidente[…] che la laicità è un pilastro della democrazia, un attributo dello Stato di diritto e che potrebbe essere il quarto termine del motto repubblicano» (5) [dopo «libertà, uguaglianza, fratellanza»]. «Siamo tutti, in Francia, i figli della separazione», dice Emile Poulat, che aggiunge: «Noi siamo tutti, a paragone dei Paesi vicini e, nel mondo quasi intero, laici in modo congenito, un modo così difficile da spiegare come da esportare» (6). La laicità francese incontra delle nuove difficoltà per mantenere la sua specificità nello spazio europeo, anche perché fare della laicità una condizione sine qua non della democrazia non è una proposta accettabile, a meno di considerare la Francia come l’unica democrazia in Europa. Cento anni dopo, la questione laica torna con una forza sorprendente al primo piano del dibattito franco-francese, a proposito del centenario delle leggi anticlericali e dell’affermazione del laicismo violento della Terza Repubblica e della legge di separazione delle Chiese dallo Stato. Eppure la questione laica non è più un problema franco-francese: tocca l’insieme degli Stati europei che, sotto il doppio effetto della progressione dell’Unione europea verso un’integrazione politica più forte e degli sconvolgimenti introdotti negli equilibrii religiosi e sociali da una popolazione musulmana più numerosa e più attaccata alla sua propria identità, sono chiamati a interrogarsi a partire da basi rinnovate sulle loro relazioni con le religioni.

La laicità, una passione
La laicità è una passione e si è spesso identificata, i cattolici l’hanno identificata, al laicismo, forma di assolutismo laico, di integrismo che vorebbe negare qualsiasi posto al fattore religioso nella società, e nei migliori dei casi, ridurre la fede a un’espressione esclusivamente privata. Difatti il laicismo ha in Francia le sue radici nel gallicanismo cioè nella volontà dei re di limitare e di controllare il potere della Chiesa; è sopratutto figlia della filosofia illuministica e della Rivoluzione che intendevano limitare drasticamente l’influenza della Chiesa cattolica, quando la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 26 agosto 1789 affermava che «il principio di ogni sovranità consiste nella nazione» (articolo 3), e che «nessuno deve essere turbato per le sue opinioni, anche religiose, purché la loro manifestazione non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla legge» (articolo 10), e introduceva così nel diritto una triplice restrizione: la parola «anche» collacava de facto la religione a parte, la fede era ridotta a una «opinione» e la sua espressione era sottomessa alla buona volontà della legge. Il regime di laicità è stato imposto contro la Chiesa dall’affermazione dei principi della loro indipendenza temporale, poi dall’affermazione della libertà religiosa, nozione moderna uscita dalla Riforma. Alla fine del Settecento, la Rivoluzione ha distrutto lo statuto della religione cattolica come religione stabilita, come religione di Stato, quindi lo Stato confessionale. Tale statuto è stato attaccato da due parti successivamente, dalle minoranze religiose e dallo spirito dei Lumi. La Costituzione degli Stati Uniti nel 1787, e più particolarmente il suo primo emendamento del 1791, è la prima che vieti sull’insieme del territorio ogni religione stabilita, diventando così la patria della libertà religiosa. La Francia ha introdotto nel 1789 il principio della libertà pubblica di coscienza per tutti, senza esclusione. Il rapporto della Chiesa con la Rivoluzione è diventato rapidamente drammatico col tentativo del governo di Terrore di sradicare l’espressione religiosa cattolica, annunciando i grandi drammi del Novecento. Nei primi anni dell’Ottocento, Napoleone Bonaparte organizzò un nuovo equilibrio: firmò un concordato con la Santa Sede nel 1801, e costituì un sistema di «culti riconosciuti» - cattolicesimo, protestantismo, ebraismo - con libertà di coscienza e di culto, laicizzazione dello Stato civile, introduzione del matrimonio civile… Ma tale equilibrio restò instabile e ogni regime tentava di modificarlo: il divorzio fu vietato nel 1815 e il cattolicesimo tornò religione di Stato durante la Restaurazione (1825). Nello stesso tempo l’Ottocento fu segnato dallo sviluppo di un processo di secolarizazione della società, e la cultura cattolica si trovò di fronte a un movimento di fondo di contestazione della religione le cui basi filosofiche erano il positivismo. L’anticlericalismo ostile a ogni forma di religione si sviluppò nei ceti governativi repubblicani. L’ultimo quarto del secolo fu segnato da una radicalizzazione delle posizioni dagli anni Ottanta con le leggi scolastiche fino all’inizio del nuovo secolo con il grande esilio delle congregazioni religiose e alla Separazione. La politica dei repubblicani anticlericali toccò tutti gli aspetti della vita sociale e fu vissuta dai cattolici come un dramma, un trauma: soppressione delle preghiere pubbliche, abbandono di ogni riferimento a Dio, al Vangelo (anche Napoleone I° era stato consacrato imperatore dal Papa, e la Costituzione repubblicana del 1848 era stata proclamata «en présence de Dieu et au nom du peuple français»), secolarizzazione dei cimiteri, degli ospedali, soppressione dei segni religiosi nei tribunali e nelle scuole, soppressione delle facoltà di Teologia di Stato, divorzio e libertà dei funerali, servizio militare per i seminaristi, insegnamento vietato alle congregazioni religiose; tutte misure vissute dai cattolici come una forma di persecuzione.
Fino a oggi la laicità si trova al cuore di forti polemiche. Le posizioni della Chiesa cattolica sui problemi di morale personale, antifecondativi, aborto, bioetica, omosessulalità, ecc., suscitano delle reazioni violente. La Chiesa viene attaccata da una parte dell’opinione pubblica che pensa che la religione è un affare strettamente privato e contesta i suoi interventi nei problemi della società: si vorrebbe una Chiesa rinchiusa nelle sagrestie, senza la dimensione morale e sociale del suo magistero. Ma anche da parte della destra liberale che si irrita delle posizioni economiche e sociali, dell’estrema destra che non sopporta le sue posizioni sull’accoglienza da riservare agli immigrati, della sinistra sui problemi di morale individuale, le critiche sono aspre e quasi sistematiche, e riprese con compiacenza dai media, sopratutto dalla televisione. Si osserva oggi anche un ritorno delle idee libertarie del ’68, legate a un anticlericalismo fondamentalmente antireligioso. In questo senso, la laicità, quando è interpratata come un laicismo, può essere sempre un’ideologia militante e di esclusione come sembra testimoniarne il caso del velo islamico, scoppiato nel 1989, suscitando passioni probabilmente molto esagerate legate al timore dell’immigrazione e dell’islam. Il modo di trattare l’argomento dell’informazione e della stampa, con l’esasperazione dei problemi incontrati e le affermazioni sui casi estremi, suggerisce che oggi il tema del laicismo appartiene meno allo Stato che ai grandi mezzi di comunicazione i quali non aiutano il dibattito, ma l’esasperano. Il cardinale Louis-Marie Billé, arcivescovo di Lyon dal 1998 al 2002, scriveva: «Il problema attualmente sta nel rapporto che si stabilisce tra il modo di funzionamento della laicità e il fatto che la Chiesa cattolica porti avanti un discorso etico controcorrente. Abbiamo l’impressione di esser passati da un contesto dove si viveva una laicità in grande parte agressiva, ma con un fondo etico comune, a una situazione in cui, oggi, un certo numero di persone ci rifiuterebbero la libertà che la laicità ci riconosce perché, nei campi nei quali ci esprimiamo, il nostro discorso è controcorrente rispetto all’opinione maggioritaria» (7). La situazione francese è complessa, perché senza escludere il suo carattere di combattimento, la laicità è giunta a un vero consenso nazionale e dimostra di essere anche un comportamento politico positivo.

La laicità, un consenso
Il sistema laico francese è oggi considerato come un fatto che nessuno pensa di rimettere in discussione, anche se il dibattito su un’eventuale riforma della legge del 1905 è aperto. Si tratta senza dubbio di un accordo nell’opinione pubblica sui principi stessi di un’organizzazione che è identificata all’idea repubblicana. Jean Baubérot parla di un «patto laico» nell’insistere sul ruolo della legge di separazione del 1905 per sorpassare il conflitto (8) e giungere a un concetto pacificato, che potrebbe essere una laicità aperta, chiamata «laicità-cooperazione» da René Rémond (9) o laicità di «comprensione» secondo Régis Debray (10). Ha parlato del passaggio da una laicità dell’«incompetenza» (il religioso non interessa lo Stato) a una laicità dell’«intelligenza» (lo Stato ha il dovere di capire il fatto religioso). Pio XII aveva parlato di una «sana e legittima laicità dello Stato» (23 marzo 1958), e Paolo VI della «giusta laicità» (17 giugno 1965). All’inizio del 2004, Giovanni Paolo II ha definito la laicità come «il rispetto di tutte le credenze dallo Stato che assicura il libero esercizio delle attività culturali, spirituali, culturali e caritative delle communità di credenti» (11). Gli scontri e il trauma subito dai cattolici francesi, fanno dimenticare a volte che la laicità nella sua applicazione concreta dopo 1905, ha avuto come risultato il rafforzamento della coscienza e della sua libertà. La legge del 1905 proclamava che la Repubblica «assicura la libertà di coscienza» e «garantisce il libero esercizio dei culti», formula che associava la doppia esigenza liberale della libertà di coscienza e del libero funzionamento delle diverse confessioni. Tale nozione di rispetto è fondamentale perché impone allo Stato di trattare le religioni con imparzialità. Nella sua applicazione concreta durante il secolo, la laicità come volontà di rifiutare la presenza attiva della Chiesa nella società e di organizzare l’uniformità e l’unicità, è diventata sinonimo di pluralismo, di rispetto delle differenze e quindi di democrazia. Nel frattempo il Paese era molto cambiato: l’Unione sacra della nazione e delle sue famiglie spirituali durante la prima guerra mondiale, il ritorno nel 1919 dell’Alsazia-Lorena nell’insieme francese, con le sue proprie specificità tra le quali il concordato del 1801, la ripresa delle relazioni diplomatiche tra la Francia e la Santa Sede (1921), gli accordi tra Stato e Santa Sede del 1923-1924 sulle Associazioni diocesane e sulla nomina dei vescovi, il ruolo dei cattolici nella Resistenza, ormai nel 1945 reintegrati pienamente nel sistema politico-sociale del Paese, tanti sono gli elementi che sono riusciti a permettere un’evoluzione degli spiriti per stabilire il «patto laico». Un buon esempio è dato dalla leggittimità riconosciuta ai cattolici come tali nella scuola laica, come è riconosciuta la leggittimità della scuola cattolica: un sondaggio indicava nel 1983 che il 71% dei francesi era favorevole all’esistenza dell’insegnamento cattolico, mentre soltanto il 30% mandava i figli in scuole cattoliche.
La laicità è diventata poco a poco, una specie di cemento dell’identità nazionale francese. I francesi hanno adottato il regime di separazione e si sentono profondamente laici, hanno integrato una cultura della separazione del religioso dal temporale. La laicità ha trovato finalmente un sistema di applicazione molto duttile e nello stesso tempo la sua propria pacificazione, attraverso un sistema composito, costruito empiricamente. Lo testimoniano diversi esempi: il calendario ritmato dalle grandi feste liturgiche, i giorni festivi; la presenza su una rete della televisione pubblica (France 2) di trasmissioni dedicate alle religioni; la consultazione delle confessioni religiose da parte dello Stato su grandi problemi politici (la questione della Nouvelle Calédonie nel 1988-1989) o sociali (Aids, integrazione degli immigrati, bioetica…); lo statuto speciale dell’Alsazia-Lorena che conserva il regime concordatario e di diversi territori d’Oltre Mare che conoscono un sistema di culti riconosciuti che dimostrano la capacità dello Stato di evitare l’uniformizzazione laica per rispettare le specificità locali; il riconoscimento della funzione dei cappellani nell’esercito, nelle prigioni, negli ospedali, nei licei pubblici; le deduzioni fiscali per i doni alle associazioni cultuali; l’aiuto statale alle scuole cattoliche; la consultazione istituzionale regolare della Presidenza della Conferenza Episcopale e la creazione di un Consiglio francese del Culto musulmano e dei Consigli regionali del Culto musulmano. Questo elenco rapidissimo e non esauriente introduce qualche sfumatura e qualche complessità in un sistema laico troppo spesso presentato come aggressivo, ma che dopo il tempo del combattimento ha saputo trovare un vero equilibrio politico. Ma la storia non è finita, e un ritorno delle tensioni laiciste è oggi visibile.

Un ritorno delle tensioni laiciste 
È vero che che gli osservatori notano in Francia delle tensioni nuove. Lo storico René Rémond dice che «tornano i muri contro il fattore religioso» e osserva: «Questo laicismo intransigente sembrava rimosso o desueto e invece non è sparito, risorge», al punto che torna anche «il vecchio dibattito sulla compatibilità tra fede cattolica e modernità» (12). Nicolas Sarkozy, già ministro degli Interni e dei Culti, che ha pubblicato un libro nel quale riconosce l’importanza delle religioni nella società francese e propone di modificare la legge di Separazione del 1905 per pemettere un finanziamento pubblico dei culti (13), denuncia «l’integrismo laico» (14), che si traduce in un’agressività preoccupante nel confronto delle religioni. Alcuni fatti sembrano concorrere a tale sentimento. È notevole per esempio l’attivismo di alcuni gruppi laicisti, pochi o numerosi, ma determinati, disposti a utilizzare tutti gli aspetti del diritto per bloccare ogni apertura pubblica verso le espressioni religiose. Si tratta spesso di azioni piuttosto meschine, ma condotte con un certo successo come una forma di guerriglia: esempio di questo metodo è l’azione di aperta ingiustizia contro il Comune di Reims per vietare il pagamento di un palco di fronte alla cattedrale, in occasione della visita di Giovanni Paolo II nel 1996. Il dibattito sul riferimento al cristianesimo nella storia dell’Europa, nel Preambolo della Costituzione europea è stato acceso. La necessaria difesa della laicità, o più esattamente della singolarità francese in Europa, è stata sottolineata dal presidente della Repubblica per rifiutare tale riferimento, ed è interessante analizzare l’argomentazione del Partito socialista attorno al referendum interno che ha recentemente deciso la posizione del partito di fronte a tale Costituzione: i partigiani del no si sono a lungo fermati sui rischi che pesarebbero sul principio di laicità e sul modello francese, e hanno attaccato in modo particolare l’articolo II-70 della Carta dei Diritti fondamentali che afferma la libertà di manifestare la propria religione. Il senatore socialista Michel Charasse, già ministro di François Mitterrand e laicista di spicco ha dichiarato: «Il trattato minaccia direttamente la Repubblica e i suoi principi più sacri» […] «tutti gli articoli saranno applicabili, anche i più scellerati per la Repubblica» (15). La passione è veramente nel cuore del dibattito! Un altro problema viene ad acuire le tensioni: la questione del velo islamico e il voto nel febbraio 2004 della legge sulla laicità, che vieta assolutamente ogni segno ostentato di appartenenza religiosa e porta all’esclusione dal sistema scolastico di ragazze musulmane che vogliono portare il velo. Questa questione del velo è interessante per osservare l’irrigidimento di questi ultimi anni. All’inizio degli anni 1990, è stata al contrario l’occasione per affermare che gli allievi delle scuole medie e dei licei potevano manifestare una loro appartenenza religiosa a condizione di non fare proselitismo: ci sono a questo proposito due giudizi del Consiglio di Stato nel 1989 e nel 1992, e due circolari di due ministri dell’Educazione nazionale, il protestante e socialista Lionel Jospin e il cattolico e democristiano François Bayrou. Lo Stato riaffermava in nome della laicità che non aveva il diritto di dare un giudizio di valore su una religione. Dieci anni dopo, la legge sulla laicità è stata votata dal Parlamento.
Questa legge ha aperto la strada alla diffusione di un laicismo rampante aggressivo e assurdo come dimostrano tanti piccoli fatti, alcuni dei quali grotteschi: il divieto dell’albero di Natale in un tale liceo, la distruzione di cioccolatini da distribuire ai ragazzi di una scuola del Nord della Francia, la figura di San Nicola rappresentato con il mitra, e sul mitra una croce (sic!), o - più preoccupanti - le minaccie sulle cappellanie nei licei; un laicismo che non è più anticlericale, ma fondamentalmente antireligioso. Perché tale cambiamento nel senso dell’irrigidimento laicista? Diverse ipotesi possono essere avanzate, ma sopratutto si può notare che il momento di calma sul fronte laico, dagli anni 1960 agli anni 1980, ha coinciso con un momento di «sotterramento» delle religioni, particolamente del cattolicesimo dopo il Concilio Vaticano II, e con una grave crisi cattolica (16). Le nuove tensioni laiciste corrispondono a una nuova presa di coscienza religiosa e europea. La Francia scopre alla fine del decennio 1970 e all’inizio del decennio 1980 che è diventata una società multiconfessionale, con una nuova affermazione dell’ebraismo attorno alla dolorosa memoria della Shoah, l’emergenza dell’islam con una forte immigrazione dall’Africa del Nord ormai definitiva ma anche con le difficoltà dell’integrazione e lo sviluppo di fenomeni di comunitarismo, e con una nuova visibilità della Chiesa cattolica sostenuta dal peso mediatico di Giovanni Paolo II, dal tema della nuova evangelizzazione, dal successo sorprendente delle Giornate Mondiali della Gioventù nell’agosto 1997, con la partecipazione di più di un millione di giovani, fino alle numerose manifestazioni pubbliche organizzate dal cardinale Jean-Marie Lustiger a Parigi per la festa di Ognisanti 2004, o a Lione dal cardinale Philippe Barbarin, per il 150° della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione e la distribuzione di 500 mila copie del Nuovo Testamento l’8 dicembre 2004. Il cattolicesimo francese è diventato di minoranza, ma si esprime ormai senza complessi. In un momento in cui si poteva pensare al deperimento della religione sotto i colpi della secolarizzazione, paradossalmente le religioni prendono un peso rinnovato. Questo momento corrisponde anche all’allargamento dell’Unione europea che fa temere una perdita dell’identità laica francese: tale specificità ha il suo posto nello spazio europeista, in confronto con altri modelli di organizzazione dei rapporti tra Stato e Chiesa? Alcuni sperano che il progresso della costruzione europea aiuterà a diffondere il modello francese, altri ci vedono un pericolo mortale. Questo momento corrisponde anche all’affermazione dell’islam in un tempo di minaccie terroristiche su sfondo di islamismo radicale. Come osserva il teologo ortodosso Olivier Clément: «Un anticlericalismo di vecchia data si è diluito in un nuovo laicismo, profittando della necessità reale di ripensare i rapporti civili in ragione della presenza dell’islam» (17).

Conclusione
Si legge nel rapporto della Commissione Laïcité et République: «La laicità è il prodotto di un’alchimia tra una storia, una filosofia politica e un’etica personale. Poggia su un’equilibrio di diritti e di esigenze. Il principio laico è concepito come la garanzia dell’autonomia e la libertà di ciacuno di scegliere e di essere lui stesso. Suppone un’attitudine intellettuale dinamica, all’opposto della positura pigra della semplice neutralità. È un problema che va al di là della questione spirituale e religiosa perché riguarda la società in tutti i suoi elementi costitutivi. La laicità tocca così all’identità nazionale, alla coesione del corpo sociale, all’uguaglianza tra l’uomo e la donna, all’educazione, ecc. Dopo un secolo di pratiche e di trasformazioni della società, il principio laico è ben lungi dall’essere diventato obsoleto, ma ha bisogno di essere chiarito e vivificato in un contesto radicalmente diverso» (18). Il problema è di sapere in quale senso, perché è vero che l’evoluzione recente può legittimamente preoccupare i responsabili religiosi. Lo stesso rapporto indica che la laicità è «un principio repubblicano costruito dalla storia», è «costitutiva della nostra storia collettiva». Certo, ma la lettura della storia proposta è stranamente selettiva: «Si riferisce alla Grecia antica, al Rinascimento e alla Riforma, all’editto di Nantes, ai Lumi, ciascuna di queste tappe sviluppando al suo modo l’autonomia della persona e la libertà del pensiero» (19). Il cristianesimo non è nemmeno citato, ed è evocato soltanto alla luce delle sue crisi (la Riforma) o delle sue contestazioni (i Lumi). È la stessa strana interpretazione della storia - o più esattamente la stessa negazione della storia - che si osserva con il rifiuto di ogni riferimento al cristianesimo come radice storica, nel Preambolo della Costituzione europea. Questo rapporto, seguito dalla legge che porta alla proibizione dei segni religiosi personali nelle scuole, ha probabilmente aperto la strada a un irrigidimento antirelioso, cioè laicista dei mass media - particolarmente della televisione - che trasmette un discorso quasi sistematicamente libertario e di disprezzo delle religioni, e dell’amministrazione che tende a interpretare i testi in un senso sempre più restrittivo: dalle difficoltà delle cappellanie nei licei al rifiuto di attribuire gli aiuti sociali sotto forma di buoni vacanze a famiglie che vogliono scegliere dei soggiorni spirituali per i figli, organizzati da diverse associazioni cristiane, le preoccupazioni non mancano. Tra un principio di laicità aperta che assicura alle religioni le condizioni della loro presenza attiva nella società, e l’interpretazione laicista che sembra affermarsi da qualche tempo, la Francia si trova forse a un bivio e offre un caso interessante per tutti gli europei. Sarebbe allora il momento di meditare su questo pensiero del generale de Gaulle nel 1958: «A meno che lo Stato non sia ecclesiastico, non vedo che possa essere altro che laico. Tutta la questione è di sapere come, in quale spirito» (20).


Note
1) «Rapport au Président de la République. Laïcité et République». Commissione presieduta da Bernard Stasi, Parigi, La Documentation française, 2004, p. 21; 2) Jean Baubérot, Vers un nouveau pacte laïque?, Parigi, Seuil, 1990; Religions et laïcité dans l’Europe des douze, Paris, Syros, 1994; Laïcité 1905-2005, entre passion et raison, Parigi, Seuil; 3) Per una visione rapida dell’Unione europea, Gerhard Robbers (a cura di), Staat und Kirche in der Europaïschen Union, Baden-Baden, Nomos, 1996 (edizione italiana: Milano, Giuffrè, 1996) e sopratutto Jean-Paul Willaime, Europe et religions. Les enjeux du XXI° siècle, Parigi, Fayard, 2004; 4) Guy Haarscher, La laïcité, Parigi, Puf, 1996; Jean-Dominique Durand (a cura di), Quelle laïcité en Europe?, Lione, Institut d’Histoire du Christianisme, 2003; 5) René Rémond, «Préface», Guy Bedouelle, Jean-Paul Costa, Les laïcités à la française, Parigi, Puf, pp. 1-4; 6) Emile Poulat, La solution laïque et ses problèmes, Parigi, Berg International, 1997, 230 p. e soprattutto il suo libro ormai insostituibile, Notre laïcité publique, Paris, Berg International, 2003, 416 p.; 7) Louis-Marie Billé, Le service de l’Eglise catholique dans une société laïque, Guy Bedouelle et allii (a cura di), Une République, des religions. Pour une laïcité ouverte, Parigi, L’Atelier, 2003, pp. 29-35; 8) Jean Baubérot, La laïcité comme pacte laïque, Jean Baudouin, Philippe Portier (a cura di), La laïcité. Une valeur d’aujourd’hui? Contestations et renégociations du modèle français, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2001, pp. 39-51; 9) René Rémond, La logique invisible de la laïcité-coopération, Guy Bedouelle et allii, Une République, des religions, op. cit., pp. 15-28; 10) Régis Debray, La laïcité, une exception française?, H. Bost (a cura di), Genèse et enjeu de la laïcité, Genevra, Labor et Fides, 1990, pp. 199-208; Qu’est-ce qu’un fait religieux?, Etudes, septembre 2002, pp. 169-180; L’enseignement du fait religieux à l’école laïque, Parigi, Odile Jacob, 2002; 11) Citato dal cardinal Jean-Louis Tauran, Discorso al Seminario Francese di Roma, 19 novembre 2004; 12) Avvenire, 14 ottobre 2004; 13) Nicolas Sarkozy, La République, les religions, l’espérance. Entretiens avec Thibaud Collin et Philippe Verdin, Parigi, Cerf, 2004; 14) Nicolas Sarkozy, Intervista in Le Monde des Religions, 3, settembre-ottobre 2003, pp. 66-69; 15) Le Monde, novembre 2004; 16) Denis Pelletier, La crise catholique. Religion, société, politique, Parigi, Payot, 2002; Gérard Cholvy, Yves-Marie Hilaire, Le fait religieux aujourd’hui en France. Les trente dernières années (1974-2004), Parigi, Cerf, 2004; 17) Avvenire, 24 dicembre 2004; 18) Rapport au Président de la République, op. cit., pp. 78-79; 19) Ibidem, p. 25; 20) Citato da Emile Poulat, Notre laïcité publique, op. cit., p. 15.

 

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