L’allegro, il burlone, l’alticcio… il Matto. Nei tarocchi è l’arcano maggiore non numerato. Il suo stesso nome è un problema: chi vuole che corrisponda alla mossa che dà «matto» al re, nel gioco degli scacchi, chi sostiene che derivi dal persiano mat. Il suo abbigliamento fa pensare ai buffoni del re: i sonagli appesi alle punte del collare evocano i bubboli della follia. Il fatto che non abbia un numero potrebbe significare che il suo valore simbolico equivalga a zero, perché il Matto è il personaggio che non conta per via della sua inconsistenza morale e intellettuale. Ma se egli è questo «niente», può assumere, come lo zero, tutti i valori e tutti i numeri. La sua rappresentazione originaria, che troviamo nelle carte dei tarocchi, spinge a chiederci se il Matto sia semplicemente il simbolo della pazzia e se, folle agli occhi del mondo, sia anche folle agli occhi di Dio. Lo vediamo raffigurato come un uomo in cammino, che si allontana da noi con un lieve bagaglio legato alla sommità di un bastone che porta sulla spalla. Ma è un bagaglio lieve, una specie di bisaccia che sembra più uno straccio chiuso con quattro ciocche ai quattro angoli che un vero e proprio bagaglio: una borsa che non serve a portare niente, e infatti è tutto schiacciato, piatto, sembra vuoto. Nel suo cammino il Matto è del tutto indifferente a un gattaccio che gli lacera le brache e gli graffia il polpaccio: è la sua esperienza che lo spinge ad andare, un’esperienza che ha la leggerezza dei sentimenti e delle idee, che non hanno bisogno, in realtà, di nessuna borsa per essere trasportati: è sufficiente la mente. Per questo egli è indifferente ai pericoli e alle cattiverie. Il Matto è davvero l’essere che si lascia guidare da impulsi irragionevoli? Nella carta dei tarocchi, il Matto ci volge le spalle e se ne va. Noi, sapienti, rimasti nel luogo da cui egli se n’è andato, abbiamo cercato con la nostra intelligenza di comprendere il mondo, le sue regole e di dominarlo. Proprio ora che pensavamo di aver capito tutto e di possedere nelle nostre mani la scienza del bene e del male, ecco il Matto abbandonarci. Ci sta suggerendo l’esistenza di un’altra via e la necessità di un’altra ricerca? Chi è il Matto, lui che se ne va o noi che restiamo? Tutto ciò che abbiamo creduto di argomentare, di giudicare, di definire, di trovare e di costruire, nella bisaccia del Matto occupa un posto davvero irrilevante e lui sembra davvero indifferente alle nostre conquiste. Per lui, ciò che è acquisito, in un batter di ciglio può crollare come un fragilissimo castello di carte; per lui le regole della convivenza che stabiliscono ordini e gerarchie, non vengono rispettate: è matto!
Ora prendiamo la carta jolly, a cui la lingua della globalizzazione mondiale offre una moderna identità lessicale, e osserviamola. Ritroviamo i caratteri dell’antico arcano maggiore senza numero: solo un po’ più civilizzato, meno complesso nel suo significato simbolico. Ma il jolly è sempre lì, come il suo antico antenato, a sorriderci. Se, per caso, siamo stati tentati a prenderci sul serio, il sorriso del Jolly-Matto, i suoi sonagli legati alla punta del colletto ci ricordano che… siamo matti, ci aiutano a non dimenticare che c’è una parte di noi che, sotto sotto, anche se non lo vogliamo ammettere, si burla delle regole, degli ordini, delle gerarchie. Se per caso siamo stati tentati dal credere che nel corso del nostro cammino abbiamo raggiunto risultati importanti, il sorriso del matto e il suo eccentrico abbigliamento ci ricordano che… siamo matti, che la strada da compiere sarà sempre più lunga del tratto che abbiamo percorso, che la ricerca chiederà ancora dedizione e sacrificio. Quel suo sorriso non è allora una minaccia a ciò che siamo? Un invito a pensare che noi non siamo nulla di ciò che crediamo di essere? Non ci ricorda che siamo sempre, potenzialmente, degli sconfitti? Ma il suo sorriso può essere anche ciò che ci rincuora quando si desidera davvero conoscere la verità: la ricerca non può arrestarsi, e se ancora infaticabilmente vogliamo continuare a sapere, significa che quella è la strada giusta. Il Matto è il simbolo dell’irrazionale presente in ogni essere, ma è anche il simbolo della massima saggezza, propria di colui che al termine di una lunga ricerca ha compreso di essere all’inizio, ha compreso che «sembrare pazzi è il segreto dei saggi» (Eschilo). Queste caratteristiche del matto sono quelle che nei moderni giochi di carte sono trasferiti nelle funzioni del jolly. Esso è la rottura di uno schema, ma all’interno di un ordine: è la follia unita alla sapienza. Noi possiamo usare il jolly per risolvere una determinata combinazione del gioco che la «normalità» delle carte a nostra disposizione non ci consente. Ma non qualsiasi combinazione, bensì alcune eccezionali, e tuttavia prestabilite. Il Matto non ci concederebbe mai un totale arbitrio con cui esercitare una volontà di dominio: lui ci soccorre, può aiutarci a migliorare ed eventualmente a chiudere il gioco, ma non a distruggerlo con l’anarchia. Il jolly è un’occasione che il caso - la fortuna - il destino ci fanno incontrare durante il nostro cammino… durante il gioco. Il Matto si mette nelle nostre mani: il suo sorriso ci fa capire i limiti e le possibilità; il suo sorriso ci fa riflettere sulla nostra intelligenza: come usarlo nel modo migliore? Lui ci appare per caso; a noi spetta il compito di non sprecare la casualità di questo evento. E infine: ci sono giochi di carte in cui il Matto-Jolly non è previsto. Siamo soli con noi stessi. Nulla verrà mai a turbare l’ordine che stiamo dando al nostro gioco: non ci sarà un Matto che risolverà una situazione, non ci sarà quell’irrazionale che irromperà nello schema razionale che stiamo costruendo. Il jolly, accantonato tra le carte che non servono, continua però con il suo sorriso a interrogarci: è lui il matto o siamo noi i matti che crediamo di poter fare a meno di lui?