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GIUSTIZIA SOCIALE/Quale deve essere l’etica redistributiva

LIBERAL BIMESTRALE
di Angelo Maria Petroni
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

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Nella storia degli ultimi due secoli vi sono state molte forme di reazione nei confronti della società liberale. Il fascismo e il comunismo sono state quelle che hanno prodotto i risultati più tragici. Ma fascismo e comunismo sono state soltanto due forme estreme di questa ribellione contro le regole della civiltà, e contro l’individualismo liberale. La reazione contro la società liberale ha più spesso assunto la forma della richiesta di una «giustizia sociale». Secondo questa visione la ricchezza prodotta apparterrebbe all’intera società, e dovrebbe venire distribuita in base a criteri «morali». La distribuzione dovrebbe quindi essere del tutto diversa da quella che risulta dall’esito di un mercato competitivo, nel quale gli individui abbiano perseguito i propri interessi rispettando le regole della giustizia retributiva, e quindi i diritti legittimamente posseduti dagli altri individui. La richiesta di una «giusta» distribuzione della ricchezza è il frutto di un «atavismo» nel senso letterale del termine. È la riproposizione delle norme sociali della «società chiusa», retta da scopi comuni e da una struttura gerarchica. Questa richiesta non ha alcun senso nella «società aperta», nella quale non esistono scopi comuni, ma ogni individuo persegue i propri scopi. Se la ricchezza dovesse venire distribuita in base a criteri esterni al gioco dello scambio volontario il risultato sarebbe la distruzione della possibilità che ogni individuo riesca a raggiungere gli scopi che persegue. Nella «società aperta» la giustizia sociale è un fattore disgregante, non di unione.

Il concetto di redistribuzione
Da un punto di vista più generale la pretesa che la società sia retta da una «giustizia sociale» equivale a richiedere che la ricchezza prodotta sia «redistribuita» secondo criteri morali. Questa redistribuzione deve essere attuata dalla mano pubblica. Poco cambia che sia un potere autocratico, o il potere di una maggioranza parlamentare. Se si considerano le società contemporanee è possibile comprendere come vi siano due significati prevalenti del concetto di «redistribuzione». Li formulò chiaramente più di quarant’anni fa il grande pensatore liberale Bertrand de Jouvenel. Il primo significato è quello di fornire ai bisognosi i mezzi di sussistenza, si tratti di un reddito minimo nei periodi di disoccupazione o delle cure mediche essenziali che essi non potrebbero pagare. Questa nozione, per de Jouvenel, è parte integrante dell’idea stessa di società, ed è «una manifestazione primaria di solidarietà». In tanto e per quanto gli uomini hanno degli scopi comuni (ad esempio, quello della sicurezza verso i nemici interni ed esterni, le calamità naturali, le epidemie) è giustificabile - anche da un punto di vista liberale - che vi sia una redistribuzione della ricchezza a favore dei meno fortunati. Evitare la situazione di malattia o di estrema povertà è anch’esso uno scopo comune a tutti i membri di una comunità, e giustifica il fatto che essi vengano chiamati a contribuire alla loro eliminazione in proporzione delle loro capacità. La seconda nozione di redistribuzione consegue invece all’idea che «la disuguaglianza dei mezzi fra i diversi membri della società è cattiva in sé e dovrebbe essere eliminata». Nonostante questa distinzione possa apparire a molti come nulla più che un problema di analisi concettuale, pressoché priva di importanza per il mondo reale, essa è invece al cuore del contrasto fra l’idea liberale della società e l’idea socialista in tutte le sue numerose varianti, compresa quella socialdemocratica. La differenza fondamentale fra le due nozioni sta nel fatto che la prima può essere definita in termini di livello «assoluto» di reddito (o di beni equivalenti). In questo senso, ciò che costituisce un livello accettabile di reddito dipenderà solo dal livello medio di ricchezza in un Paese o comunque nella comunità di riferimento. La seconda nozione, al contrario, è nella sua essenza un concetto relazionale. Anche in una società i cui membri più poveri guadagnino un milione di euro all’anno vi è spazio per la redistribuzione della ricchezza, dai più ricchi ai meno ricchi. Per un ordine liberale a porre i maggiori problemi etici e politici è la seconda nozione di redistribuzione. Il motivo principale è che procurare le risorse necessarie ad aiutare i poveri non implica necessariamente una sistematica interferenza negli ordini sociali che rappresentano il prodotto delle regole di giusta condotta prevalenti in una società libera; non implica, in particolare, l’idea di «correggere» i risultati di tali ordini in quanto non rispondenti a un qualche criterio di «giustizia sociale» definito in base a valori propri soltanto di una parte dei cittadini. Nel mondo reale (o meglio, nella politica reale) le due nozioni sono si può dire inestricabilmente confuse. Anche buona parte di coloro i quali si considerano liberali paiono ritenere la redistribuzione un concetto scontato, sicché l’unica differenza tra un’idea liberale della società e della politica e un’idea socialdemocratica consisterebbe, in sostanza, nel livello della redistribuzione stessa. Ma questo è un errore concettuale, che deve essere dissolto se si vuole dare alla visione liberale la dimensione che essa può assumere dopo la crisi del modello socialdemocratico. Se si vuole tenere distinta l’etica della «società aperta» dall’etica della «società chiusa».

La redistribuzione dei socialisti e i suoi effetti negativi
Oggi la gran parte della spesa pubblica nei Paesi europei ha uno scopo che corrisponde alla visione socialista in tutte le sue varie declinazioni e denominazioni. Lo scopo fondamentale è quello di redistribuire il reddito tra i cittadini, sia in modo diretto (come avviene con i sistemi previdenziali pubblici), sia attraverso la fornitura da parte della mano pubblica della gran parte dei servizi essenziali, come l’istruzione e la sanità, sia attraverso la regolazione. La redistribuzione del reddito (e della ricchezza) implica quasi per definizione un’alta spesa pubblica, un’alta tassazione, e una tassazione altamente progressiva. Vi è oramai un’amplissima evidenza in base alla quale è possibile affermare che la redistribuzione nelle società contemporanee, la sua dimensione e i suoi profili sono il risultato della logica stessa dei processi della democrazia rappresentativa. La redistribuzione delle risorse prelevate tramite la tassazione generale a favore di gruppi in grado di garantire il consenso elettorale è il meccanismo fondamentale sul quale puntano i politici che sono al potere per essere sicuri di restarci. I politici non al potere, a loro volta, ripongono le loro speranza sulla capacità di persuadere una pluralità di gruppi sociali che saranno loro i beneficiari netti di una diversa politica redistributiva. Tutto questo deriva dal fatto che ovunque si verifichino differenze di ricchezza fra i cittadini il reddito medio è più alto del reddito dell’elettore mediano. In queste condizioni vi sarà sempre una maggioranza di elettori favorevoli alla redistribuzione (e alla tassazione progressiva), quale che sia il livello assoluto della ricchezza. Poiché però i tassi marginale e medio di tassazione e redistribuzione sono determinati dall’elettore mediano, non vi è ragione alcuna per cui la redistribuzione debba andare a favore della parte più povera della popolazione. L’analisi dei processi di organizzazione e rappresentanza politica degli interessi rafforza tale conclusione: i poveri infatti costituiscono il gruppo sociale meno capace di organizzarsi e di indirizzare i propri voti verso uomini politici determinati. Tutto ciò è noto da tempo. Come scrisse George Stigler «la spesa pubblica viene attuata a beneficio soprattutto delle classi medie, e finanziata con tasse che pesano in buona parte su poveri e ricchi». Vi sono quindi buone ragioni per credere che gli attuali alti livelli di tassazione non si giustificano affatto con lo scopo - in sé evidentemente condivisibile - di migliorare le condizioni dei meno fortunati. Per molto tempo si è sostenuto che le politiche redistributive avrebbero fatto crescere non soltanto il benessere delle fasce più povere, ma anche la ricchezza globale di una Nazione. L’assunto della validità della visione keynesiana era, naturalmente, un ingrediente essenziale di questa tesi. Poiché la crescita economica è il risultato di una varietà di fattori, è notoriamente difficile isolare l’effetto della redistribuzione. È difficile, inoltre, calcolare in modo esatto i reali effetti redistributivi della spesa pubblica in generale. Tuttavia vi è una forte evidenza a favore di una correlazione negativa tra spesa pubblica e crescita economica. Particolarmente rilevante è la conclusione alla quale sono giunti R. Gwartney, R. Lawson, e R. Holcombe, i quali hanno fornito una misura degli effetti negativi della spesa pubblica sulla crescita economica prendendo come riferimento i Paesi Ocse nel periodo 1960-1996: «se la spesa pubblica sul Pil è del 10% maggiore (per esempio, il 35 piuttosto che il 25%) all’inizio del periodo di riferimento, il tasso di crescita sul lungo periodo del Pil è di un punto percentuale inferiore. Conseguentemente, un aumento del 10% nelle dimensioni della mano pubblica durante un decennio ridurrebbe la crescita di mezzo punto percentuale».
Qui i dati econometrici concordano con la logica e con l’evidenza microeconomica. Le politiche redistributive influenzano negativamente la produzione della ricchezza in diversi modi. In primo luogo, le coalizioni politiche nate da accordi redistributivi distolgono risorse dai settori più produttivi, spostandole verso usi meno produttivi. In secondo luogo, poiché tutelano interessi costituiti, indeboliscono presso i beneficiari della redistribuzione gli incentivi a innovare. In terzo luogo, inducono forti pressioni contro l’apertura delle economie nazionali alla concorrenza internazionale, in quanto quest’ultima rende più difficile il godimento di rendite garantite dallo Stato. In quarto luogo, le politiche fiscali implicate dalla redistribuzione disincentivano i membri più produttivi della società dall’utilizzare appieno le loro capacità. Un’indicazione importante del fatto che le politiche fortemente redistributive sono errate è il fatto che le giustificazioni addotte per esse sono cambiate. L’argomento originario era che la redistribuzione avrebbe posto la larghissima maggioranza dei cittadini in condizioni migliori di quelle che si sarebbero avute altrimenti. Solo i più ricchi sarebbero stati necessariamente perdenti. Oggi, però, l’argomento è del tutto diverso. Oggi viene sempre più frequentemente affermato - come ha fatto anche Paul Samuelson - che la redistribuzione è una buona cosa anche se rende le società globalmente meno ricche. Naturalmente, la ragione addotta per spiegare che la redistribuzione continua a essere una buona cosa è che la grande maggioranza delle persone sta comunque meglio di quanto starebbe in una società più ricca ma senza redistribuzione. In questo modo i sostenitori di politiche fortemente redistributive finiscono con il riconoscere che la loro tesi originaria è stata sostanzialmente confutata. Questa seconda, tuttavia, si fonda sugli stessi identici assunti della prima: ossia, sulla stessa idea del funzionamento dell’economia e sulla stessa idea del comportamento umano. È difficile cogliere la ragione per la quale l’asserzione rivisitata e corretta dovrebbe essere maggiormente vera. Gli effetti sul piano economico dell’ideologia e della pratica della giustizia sociale non sono i soli, e non sono forse neanche i più importanti. Perché l’ideologia e la pratica della giustizia sociale hanno avuto un effetto profondamente negativo anche sul piano dei valori. Lo hanno avuto innanzitutto sul piano della libertà. Era opinione condivisa da liberali quali Bastiat, Tocqueville e Pareto che la redistribuzione forzata per legge (fosse questa la legislazione sociale, o la limitazione della libertà contrattuale o del diritto consuetudinario, o la regolamentazione economica) avrebbe avuto come conseguenza inevitabile quella di ledere alle fondamenta la sfera della libertà individuale per tutti i cittadini, a prescindere dalla loro ricchezza relativa. Tale giudizio, peraltro, non veniva specificamente riservato alla redistribuzione. La legislazione redistributiva era incompatibile con la libertà perché implicava l’imposizione alla società di un modello dato: non rilevava invece che tale modello consistesse nel mantenimento dei tradizionali privilegi di casta, nella protezione degli interessi economici costituiti o in una prospettiva socialista. Per tutto il Novecento la tesi dei difensori dei «diritti sociali» è stata che tali diritti rappresenterebbero una estensione delle tradizionali libertà «negative», e non una loro limitazione. I diritti negativi (per esempio, i diritti di proprietà) erano fondati sulla libertà individuale. I diritti positivi avrebbero assicurato che la libertà non fosse più soltanto privilegio di pochi. «Libertà per tutti» sarebbe stato il risultato finale della realizzazione dei diritti positivi via legislazione sociale (redistributiva). L’esperienza del mondo reale non ha fatto altro che dimostrare che Bastiat, Tocqueville e Pareto avevano ragione. Le politiche redistributive hanno drasticamente ridotto la sfera della libertà individuale per la grande maggioranza dei cittadini. La crescita della legislazione sociale ha duramente limitato la gamma e la portata delle libere scelte individuali. Nelle moderne democrazie del Welfare buona parte dell’istruzione, della cultura, della sanità, della produzione, addirittura dello svago, è nelle mani dello Stato e non dei cittadini. La Svezia è il caso di scuola di un Paese in cui il processo di redistribuzione del reddito e della ricchezza è andato di pari passo con la riduzione della sfera della libertà individuale, tanto per i cittadini più ricchi quanto per i più poveri. Il processo, peraltro, è qualitativamente identico in tutte le democrazie del Welfare. Vi è stato un chiaro trade-off tra diritti sociali e sfera delle decisioni individuali. Non è la libertà, tuttavia, l’unico valore eroso dalla redistribuzione. Poiché la libertà è condizione necessaria - benché non sufficiente - di ogni altro valore morale, la restrizione della sfera della libertà si è tradotta nell’indebolimento di altri valori. La responsabilità è probabilmente il valore più importante fra quelli che hanno sofferto della perdita di libertà individuale. Anche questo è un risultato già previsto da Tocqueville, ed empiricamente confermato da un’amplissima evidenza, soprattutto per quanto attiene ai rapporti familiari. È intellettualmente insoddisfacente che i redistribuzionisti oggi invochino a voce sempre più alta i «valori comunitari» come «nuova» base del «nuovo» Stato del benessere. Da ogni punto di vista, l’indebolimento delle «società naturali» era lo scopo delle politiche di Welfare. L’indebolimento del senso di responsabilità degli individui verso se stessi e il loro prossimo ne è stata la necessaria conseguenza.

L’alternativa liberale: estendere la proprietà
Come sopra ricordato, una società liberale ha il dovere di prendersi cura dei meno fortunati. Ma la differenza tra liberali e socialisti è che per i liberali la questione fondamentale è l’affermazione di una struttura economica e sociale che permetta al maggior numero possibile di cittadini di non dover ricorrere al sostegno della mano pubblica. Mentre per i socialisti l’obiettivo di un buon livello di vita per tutti deve essere perseguito dando a ognuno una parte delle risorse considerate «comuni», per i liberali l’obiettivo deve venire perseguito grazie a una struttura economica e sociale che massimizzi la possibilità di tutti di guadagnare un reddito adeguato in un mercato competitivo. All’idea socialista di una divisione «giusta» delle risorse «comuni» i liberali oppongono l’idea di estendere l’ambito, la quantità e la diffusione della proprietà privata, tanto immateriale quanto materiale, del capitale umano come del capitale fisico e del capitale finanziario. Strumenti come i sistemi pensionistici a capitalizzazione, i vouchers scolastici e sanitari, la riduzione della regolamentazione che blocca la mobilità sociale, l’abbassamento delle soglie di ingresso ai mercati del lavoro, vanno nella direzione di rendere «tutti proprietari». È esattamente questa la visione della Ownerships Society che attualmente sta al centro del dibattito dell’America di George W. Bush. Una visione che è allo stesso tempo economica e morale, perché l’estensione della proprietà significa aumentare la libertà e la responsabilità dei cittadini. Significa anche dare un senso nuovo all’ideale dell’eguaglianza tra gli individui, che per i liberali non può mai essere un valore che si contrappone a quello della libertà. È importante notare, infine, come un programma politico che mira a rendere «tutti proprietari» equivale a separare nettamente la visione liberale da ogni visione corporativistica, da ogni visione di protezione delle rendite di posizione. Questo è esattamente quanto il socialismo non è riuscito e non può riuscire a fare, come mostra la situazione reale di quasi tutti i Paesi europei. La ragione è esattamente la sua ideologia redistribuzionistica. Il socialismo persegue lo scopo di determinare per via politica i redditi relativi dei diversi cittadini e dei diversi gruppi sociali. L’alta tassazione ne è lo strumento indispensabile. Ma proprio l’imposizione di un elevato livello di tassazione comporta la necessità - anche come contropartita nello scambio politico - di garantire rendite di posizione a quei gruppi sui quali la tassazione maggiormente insiste. Il risultato è una progressiva perdita di efficienza relativa delle economie europee, e la rigidità delle nostre società: che va a scapito esattamente dei cittadini meno abbienti.

 

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