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Ora chi crede

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuseppe Baiocchi
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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L’inatteso successo dell’astensione «attiva» nel referendum di giugno sulla procreazione assistita viene forse «da più lontano» di quanto sia stato al momento interpretato. Certo il lavoro di informazione sul territorio prodotto dal Comitato «Scienza e Vita» è stato determinante: e tuttavia nessuno sembra aver colto quell’antico precedente parlamentare che, proprio sul terreno politico, aveva segnato un punto di svolta. Occorre riandare alla primavera del 1999, quando a Montecitorio passò a sorpresa la prima formulazione della legge che inserisce tra le tutele garantite quella dei «diritti del concepito». Con un consenso ampiamente trasversale, che sconfessava apertamente la maggioranza parlamentare allora assicurata dal centrosinistra. La portata «rivoluzionaria» di quel passaggio venne sottovalutata: ma non da tutti. Spiccarono allora da un lato il fiuto politico dell’onorevole Bossi (che costrinse brutalmente al voto favorevole molti dei suoi recalcitranti deputati, compresi numerosi «mangiapreti») e dall’altro l’ira pubblica e manifesta di un leader abitualmente misurato come l’onorevole Veltroni, che minacciò sfracelli e assicurò che in Senato si sarebbe rimediato a questo grave vulnus alla laicità dello Stato. Entrambi comunque, forse ben più di altri, avevano compreso che si voltava definitivamente pagina e che cadeva quella convenzione non scritta, secondo la quale sui temi «sensibili» ai valori cristiani i cattolici ufficiali dovevano essere in Parlamento niente di più che una compatta minoranza. Cadeva altresì quell’alibi che aveva consentito al potere democristiano di assorbire senza eccessivi contraccolpi le sconfitte referendarie e parlamentari su divorzio e aborto, con la legge sull’aborto oltretutto licenziata nei giorni drammatici del sequestro Moro. Tornando al ’99, quella prima votazione aprì la strada alla consapevolezza che l’assenza di un «partito cattolico» strutturato rendeva più «esigente» la richiesta di coerenza e di esercizio di responsabilità a quanti politici dicevano di ispirarsi ai principi della dottrina cristiana. Finalmente rimossa la nostalgia della Dc (che aveva «appesantito» non pochi vescovi residenziali e abitudinari), nel mare aperto della politica bipolare e pluralista ritrovavano pieno e paritario diritto di cittadinanza valori umani e cristiani razionalmente compatibili, se non coincidenti, con la più aperta e rispettosa tradizione liberale. E mentre, ad esempio, l’ufficiale «cultura laica» nascondeva accuratamente la scabra lezione dell’ultimo Norberto Bobbio (dal suo schierarsi senza incertezze contro l’aborto fino all’acuto rimpianto per una società «timorata di Dio», cornice nella quale aveva condotto la sua lunga e ininterrotta ricerca), sull’altro versante si veniva con pazienza dissodando un nuovo terreno. Spetta a voci ben più autorevoli di chi qui scrive ripercorrere l’impatto e l’estensione dello straordinario magistero petrino e di quel «progetto culturale» avviato tra tanti scetticismi dalla Conferenza episcopale: si può invece in questa sede tentare una lettura dei caratteri costitutivi di questo nuovo «popolo cristiano» che nell’occasione referendaria ha dato inattesa prova della sua consistenza. E che si cerca di riassumere sotto i seguenti titoli: il rifiuto del recinto; la liberazione dall’egemonia; il fronte identitario; la nuova sfida civile.

Il rifiuto del «recinto»
Nella temperie culturale e politica del cambio di secolo era invalsa la consuetudine, una volta schiantato il comunismo dal suo stesso fallimento, di considerare la Chiesa e i cattolici come una preziosa e indispensabile «agenzia sociale». Ai quali attribuire come loro «affare esclusivo» la cura dei poveri, dei diseredati, dei migranti, dei disoccupati: insomma di quella tragica e impresentabile «polvere umana» da nascondere sotto il tappeto sul quale invece danzava, liberata e moderna, la «società dei belli» e dei colti, dei palestrati e dei vincenti, con le sue mode, i suoi diritti e i suoi desideri. Per la Chiesa e la sua rete di associazioni, per l’arcipelago delle Ong (Organizzazioni non governative) non mancavano onori, riverenze e pubbliche sovvenzioni, purché non si azzardassero a uscire dal recinto loro assegnato (con molti casi di auto-inclusione), e pretendere di affermare i loro valori nell’etica pubblica, nel mercato, nelle istituzioni. Al massimo si potevano aprire provvisoriamente i cancelli per convocare le masse cattoliche a marciare contro la globalizzazione o per il pacifismo partigiano, dietro una bandiera troppo simile ai colori del Gay-Pride.... Il recinto ha però dimostrato i suoi limiti: è bastato che la forza della storia riproponesse le domande ultime sul bene e sul male, sulla guerra e sulla pace, sulla vita e sulla morte, per imporre ai credenti il rifiuto del «recinto» e la mite determinazione a rivendicare una piena e paritaria cittadinanza civile. E la questione islamica o le frontiere della bioetica hanno altresì diffuso l’intima consapevolezza di aver qualcosa da dire (magari quella «marcia in più» riconosciuta da Giuliano Amato) a una società confusa e smarrita. Certo, la «voglia del recinto» non si è completamente spenta. E l’ambito tutto sommato rassicurante dell’«agenzia sociale» attira ancora, a cominciare da quella parte non piccola del clero malata di sociologia che predica solo l’enfasi sdolcinata dell’accoglienza. Come se - se è concessa la cattiveria - si inseguissero affannosamente nuove pecore da accudire per scaricarsi la coscienza di aver lungamente taciuto sull’esercito di figli mancati (sono ormai cinque milioni gli aborti legali in un quarto di secolo e l’assenza dei «mai nati» pesa drammaticamente in una società affluente e attempata: pesa sulle pensioni, sulla sanità, sulla cura agli anziani, sulla speranza di futuro). Solo il Papa (e pochi altri) non hanno mai smesso di gridare in nome dalla vita. E basterebbe tuttora ascoltare la lezione di Madre Teresa di Calcutta (che di poveri se ne intendeva) secondo la quale «con l’aborto non ci sarà mai pace»... Ma intanto, nella generale indifferenza, finiscono di stingersi lacere e grige agli ultimi balconi le bandiere arcobaleno...

La liberazione dall’egemonia
Se appena si sfogliano i grandi quotidiani cosiddetti indipendenti (o se si ascoltano alla tv gli opinionisti che vanno per la maggiore) si nota agevolmente quanto siano tutt’ora prigionieri di quel «complesso di superiorità», secondo il quale solo da una parte (genericamente la sinistra o almeno la cultura laicista) può venire la produzione intellettuale, la crescita democratica, il giudizio sul mondo. Gli altri, in particolare i credenti, non possono esser altro che logicamente subalterni. Per carità, un po’ di cristianesimo ci vuole: ma con lo stesso metodo con il quale si pubblicano le rubriche sugli scacchi o i consigli del bon ton. Se poi il fatto cristiano irrompe per sua intrinseca natura nella dimensione pubblica, allora si esercita al massimo grado e con spietata oculatezza quello che Paolo Mieli ha rivendicato come esclusivo «potere battesimale»: ovvero la scelta, a insindacabile giudizio della congrega dei colti, di chi cooptare e di chi ignorare, di chi ospitare e di chi condannare all’assoluto silenzio mediatico. Un ferreo metodo di «egemonia» esercitato a 360 gradi ma particolarmente raffinato verso i cattolici, tra i quali si selezionano accuratamente o i più corrivi al «pensiero unico» del potere mediatico oppure le voci più estreme tali da disgustare l’attenzione dei benpensanti. A dire il vero anche dall’altra parte si è vissuta a lungo la faccia opposta della medesima medaglia: con un «complesso di inferiorità» culturale che rendeva per molti umanissimo il desiderio di venire accettati nell’empireo della «macchina culturale», a costo di esagerare nella virtù della prudenza. Non è più così: mentre l’egemonia si fa più incarognita e affannosa, (e continua a spacciare come capolavori libri che non si leggono e film che non si guardano), è però definitivamente tramontata la subalternità. Si può fare a meno di questa cultura e di questa comunicazione ? Probabilmente adesso sì, anche se costituirà a lungo un inciampo non indifferente. Ma aveva buon gioco il direttore di Avvenire nel giugno scorso a chiedere ai colleghi direttori di aprire gli occhi di fronte a una società che in larghissima maggioranza aveva dichiarato di rifiutare la loro presunta influenza, la loro proclamata autorevolezza e aveva affermato, astenendosi dal voto referendario, una serena voglia di identità e di valori contrari a quelli così intensamente sovrapposti dal frastuono mediatico. L’affettuoso appello è logicamente caduto nel deserto, ma ha scosso alle radici una cultura ebbra solo della propria autoreferenzialità. Intanto il libro più venduto della scorsa estate è stato di gran lunga il Compendio del Catechismo...

La questione identitaria
È capitato di recente di rievocare con Giancarlo Cesana le prime elezioni universitarie di trent’anni fa, quando era in gioco la conquista dell’«agibilità democratica» negli atenei dominati da frange estremistiche (che si apprestavano a incamminarsi chi verso la lotta armata chi verso fortunate carriere mediatiche). In quel contesto così inedito per libere elezioni sembrò opportuno, nell’accordo tra Cl e i giovani dc milanesi, individuare una caratterizzazione precisa. E toccò a chi qui scrive suggerire e far emergere quel nuovo nome (i «Cattolici popolari») che conobbe in vicende alterne un’indubbia fortuna: anche perché recuperava, con una certa freschezza e in una stagione così cupa, le dimensioni e le solidità (appunto «popolari») di un vissuto cristiano che veniva descritto come fatalmente avviato a un inesorabile declino. La Dc di allora (con l’eccezione solitaria della curiosità di Aldo Moro) non seppe cogliere, già estenuata e frammentata com’era dalla pratica della mediazione e dalle sirene del consociativismo, le promesse di futuro insite in quell’embrione di azione politica, che restò limitato agli ambiti universitari (e di cui Cl, a onor del vero, non rivendicò mai l’esclusivo monopolio). E tuttavia quella scintilla identitaria contribuì ad attraversare un lungo deserto quanto a presenza cristiana nella vita pubblica. Oggi, in forme evidentemente molto diverse e in tempi così differenti si propone comunque una simile questione identitaria, soprattutto quando incombe la minaccia di un altro terrorismo che convoglia non a caso le angosce collettive alle fonti originarie di una civiltà connaturata alla più profonda società italiana. In questo contesto storico c’è sicuramente un popolo che ha ritrovato un baricentro cristiano e che quasi istintivamente (e nonostante la «distrazione» di numerosi pulpiti) ha saputo senza strepiti riconoscersi nella «cultura della vita». Un popolo (o meglio un laos, che in greco significa proprio popolo e che è all’origine etimologica del termine «laico») disincantato e non bigotto, ma che domanda certezze e premia i valori, compresi quelli di un «liberalismo compassionevole»; che può essere disposto a mettere in gioco le incrostazioni corporative se in cambio trova credibilità ed efficacia; che giustamente trascura le dispute sul «più o meno Centro» e che starà molto ben attento, geloso come sarà della propria matura autonomia, a sconfessare chi si arrogherà la nomea di integralmente rappresentarlo. Molte reti di rappresentanza e di aggregazione sociale sono già «in opera» sui valori da promuovere e da preservare. E non è detto che, in una società complessa che privilegia il mercato e la comunicazione, sia obbligata la via dello strumento del «partito politico». Perché «partito» intende sempre una parte, mentre (era il dubbio di Sturzo) «cattolico» significa ancora «universale». Forse la scommessa di questo ancora indecifrato momento storico, carico di questioni inedite e di prove gravi, sta nel ricostituire l’identità cristiana (con quanto di meglio ha incontrato e condiviso con la cultura liberale) a un intera società, non a caso sollecitata da Papa Benedetto a vivere veluti si Deus daretur. Una società che poi potrà liberamente giudicare sulla coerenza e l’efficacia di quanti al suo interno esercitano l’impegnativa vocazione alla politica. Si compirebbe così, per vie imprevedute, quell’antichissimo adagio di matrice agostiniana che ai cristiani nel mondo propone in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus charitas...

La nuova sfida civile
Tra le «cose dubbie» c’è per sua natura il campo del «dare a Cesare ciò che è suo». Eppure l’uscita dal recinto della religione privata chiede agli attori della politica un supplemento di coraggio e di resistenza «all’onor del mondo». E in fondo l’ultimo regalo lasciato dalla storica Dc in questo Paese è certamente la chiarezza della sua irripetibilità. Per questo sembrano rischiosamente distorcenti le tentazioni di riprodurre dall’alto per scorciatoie politiciste frammenti di quell’esperienza. Anche perché, con tutto il rispetto, non si vedono stagliarsi all’orizzonte figure che assicurino la capacità di grande federatore di un Luigi Sturzo o, per paradosso, l’energia di un Giuseppe Dossetti che, nella sua unica stagione politica, fu anticomunista e certamente il più antilaicista di tutti. Semmai è lecito domandare anche al cenacolo di questa rivista (che non ha paura di ragionare sul «decennio sprecato») se per caso non si stia pagando a caro prezzo la mancata diffusione dei valori costitutivi di quella Brianza naturaliter cristiana. A cominciare da quel gusto del lavoro e dell’intrapresa intesa come compartecipazione positiva all’opera del Creatore e mai disgiunta da una solidarietà dal basso tanto più efficace quanto meno esibita e statizzata. Era questa parte non piccola delle attese suscitate nel 2001 e quella speranza appare appannata, se non davvero impantanata.
In conclusione, se restano di gran lunga opinabili e plurali gli strumenti e i mezzi di presenza pubblica del laicato cristiano, più certi si configurano i fini, a partire dalla «cultura della vita». Con un obiettivo in più. Se è permesso un esempio storico, i cattolici si trovarono di fronte a un’Unità d’Italia nata male, contro la fede e senza il popolo: eppure si rimboccarono le maniche e con il lavoro di generazioni nel vivo di una società spesso disorientata portarono a sintesi dal basso e senza mutilazioni la ricchezza complessiva di un’identità nazionale. Anche questa Europa sta nascendo male, contro la fede e senza il popolo: ed è facile rifiutarsi di credere che i padri fondatori del sogno europeo (in primis De Gasperi ma anche i laici Monnet o Spinelli) pensassero davvero che la futura comunità, oltre a espellere da sé le proprie radici, dovesse occuparsi di normare ossessivamente le misure delle camicie da notte, il colore dei taxi o la curvatura delle zucchine, con tanti saluti al principio di sussidiarietà. La sfida, affascinante e ardua, è aperta: e non è possibile scantonarla. Anche perché l’unica alternativa sarebbe quella di rassegnarsi ad accettare la millenaria condanna della classica mitologia greca, che identifica in Europa una fanciulla facile e tragica che, ingravidata da un toro, partorisce soltanto un mostro.
 

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