archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

FORMAZIONE/I mille software della nostra vita non possono essere gestiti dallo Stato

LIBERAL BIMESTRALE
di Robert Sirico
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

Torna al sommario
cop28alle_th

 

Tutti parlano del ruolo della coscienza, la voce interna che ci guida quando il nostro intelletto e la nostra volontà altrimenti sembrano inviarci segnali contrastanti. I cattolici parlano in particolare di una coscienza «ben formata», una nozione che implica che la nostra coscienza merita fiducia nella misura in cui sia stata educata alla verità. Non solo i cattolici, ma tutti riconoscono il ruolo della formazione autentica, ed è su questo argomento che il liberale deve volgere la sua attenzione nei nostri tempi, tempi in cui lo Stato presume di avere la precedenza nella formazione dell’intelletto, delle coscienze e delle volontà. Lo Stato, a ogni modo, non è adatto alla diffusione della conoscenza o alla formazione delle menti e dello spirito, in modo particolare in tempi in cui la cultura è incredibilmente globale e dipendiamo sempre più da istituzioni extra-politiche che ci guidano nella vita culturale, economica e religiosa. Le nostre coscienze sono influenzate da forze diverse e varie rispetto a qualsiasi altra epoca nella storia del mondo. La tecnologia ha ampliato le nostre capacità come mai prima di oggi. Il complesso dell’esperienza umana contemporanea è l’esito della formazione di gran parte del mondo sviluppato dalle origini fino a oggi. La formazione può essere raggruppata in tre categorie generali: di base, morale e tecnologica. L’educazione fondamentale di cui abbiamo bisogno per vivere è costante in tutte le ere. L’educazione morale è sempre necessaria, ma lo è in modo particolare quando le culture perdono il consenso riguardo ad alcuni assunti essenziali. La formazione tecnologica è la speciale sfida dei nostri tempi, caratterizzati da una rapida espansione economica, quando nessuno di qualsiasi età può esimersi dall’apprendere come usare gli strumenti che il nostro tempo ci mette a disposizione; la volontà di apprendere durante tutto l’arco della vita è una virtù oltre che una necessità. Questi cambiamenti sono stati portati dalla crescita economica esplosiva dovuta in larga misura dall’apertura di economie formalmente irreggimentate come quella cinese, dell’Asia orientale, dell’America Latina e dell’Europa dell’Est. Con questa apertura è sopraggiunta una drammatica espansione della divisione globale del lavoro, che fondamentalmente consente a un numero sempre maggiore di persone di cooperare al processo di creazione della ricchezza. Quest’ultima non implica meramente beni materiali, ma un maggior impegno a sostegno delle istituzioni religiose, delle scuole, delle organizzazioni caritatevoli e dell’attività commerciale e di servizio che elevano l’educazione e la formazione in cima alla lista delle priorità culturali e sociali. Con la ricchezza sopraggiunge anche una più ampia domanda di educazione formale, specialmente in quelle economie nelle quali il piacere di frequentare le scuole è stato praticamente interdetto negli ultimi dieci anni alla gran parte della società. In questi Paesi siamo testimoni di una sempre maggiore attenzione nei confronti del livello di educazione, di forme alternative di educazione elementare e secondaria. Anche nel mondo sviluppato sempre più famiglie sono alla ricerca di alternative al settore pubblico, promuovendo scuole private e parrocchiali così come le homeschools. Questi modelli formali di educazione affrontano la stessa sfida di nutrire i valori morali in tempi di declino culturale ed economico. Queste tendenze rappresentano sia una sfida sia un’opportunità. La sfida per i genitori e per i pastori è di assumersi più seriamente le loro responsabilità che delineano il loro ruolo unico nel promuovere i valori morali e le scelte virtuose. Nel bel mezzo della modernizzazione e della tecnologia rivoluzionaria dobbiamo tenere le nostre menti e i nostri cuori puntati sulle verità perenni in forza delle quali talvolta parliamo di educazione dei valori, o, semplicemente, formazione. I bambini devono essere pronti ad affrontare un mondo ne quale la differenza tra giusto e sbagliato è divenuta radicalmente soggettiva e personale. La prospettiva convenzionale che la coscienza non necessiti di essere educata merita di essere combattuta, specialmente da coloro che desiderano la libertà dall’oppressione del governo. Le nostre nuove libertà provengono da nuove responsabilità e quest’ultime necessitano di essere praticate con grande cura.
Per i lavoratori, ovunque nel mondo, non si dà più il caso che considerino la loro educazione tecnologica completata una volta per tutte in gioventù. Ogni giorno affrontano nuove sfide associate con mezzi di produzione che consentono di risparmiare sui costi. Che ciò significhi imparare l’utilizzo di un nuovo software, acquisire nuove abilità, o essere disponibile ad accettare un difficile cambio di occupazione, dobbiamo comunque essere preparati ad affrontare la sfida. È importante che si tenga in mente che queste tecnologie non vengono dal nulla. Esse esistono e hanno successo poiché migliorano lo standard di vita, razionalizzano l’uso delle risorse scarse e svolgono il ruolo di strumenti per elevare la produttività. Lo sviluppo tecnologico non è in alcun modo imposto dall’esterno senza la matrice della cooperazione umana, quanto piuttosto è prodotto dall’interno per migliorare la vita delle persone. La formazione tecnologica sta accrescendo la responsabilità dell’impresa commerciale, per la quale il maggior investimento produttivo è dato dalla formazione del lavoratore stesso. Questo compito di formazione morale per la cultura e la società nel loro complesso è compiuto meglio dai genitori e dalle istituzioni religiose, piuttosto che dalle autorità politiche che sono in questi tempi particolarmente inabili all’esercizio del ruolo di educatori. Inoltre, esiste oggi, e probabilmente sempre esisterà, una forte tensione tra i bisogni dei genitori e dei figli e quelli dei leader politici. Dai tempi antichi fino ai nostri giorni, le autorità politiche hanno tentato di influenzare e anche di monopolizzare l’offerta educativa dei giovani e di renderla obbligatoria, spiazzando di conseguenza la famiglia dal ruolo di unità educativa primaria. Le parole di Giovanni Paolo II riguardo all’educazione nelle sue encicliche, e l’insegnamento tradizionale della Chiesa, ci ricordano i gravi pericoli relativi alla politicizzazione dell’educazione e all’espropriazione dei genitori del loro diritto di essere i primi educatori. Questo diritto può essere ed è stato frequentemente esercitato dalle autorità ecclesiali. Attraverso l’educazione, scrive il Santo Padre nella Redemptoris missino, «a questo itinerario di conversione al progetto di Dio la Chiesa contribuisce con la sua testimonianza e con le sue attività». Nella Familiaris consortio, un’esortazione apostolica, egli chiama la famiglia la prima e fondamentale scuola; e continua: «La famiglia è la prima, ma non l’unica ed esclusiva comunità educante: la stessa dimensione comunitaria, civile ed ecclesiale, dell’uomo esige e conduce a un’opera più ampia e articolata, che sia il frutto della collaborazione ordinata delle diverse forze educative. Queste forze sono tutte necessarie, anche se ciascuna può e deve intervenire con una sua competenza e con un suo contributo propri. Il compito educativo della famiglia cristiana ha perciò un posto assai importante nella pastorale organica: ciò implica una nuova forma di collaborazione tra i genitori e le comunità cristiane, tra i diversi gruppi educativi e i pastori. In questo senso il rinnovamento della scuola cattolica deve riservare una speciale attenzione sia ai genitori degli alunni sia alla formazione di una perfetta comunità educante». Il Papa parla con incredibile franchezza: «Dev’essere assolutamente assicurato il diritto dei genitori alla scelta di un’educazione conforme alla loro fede religiosa. Lo Stato e la Chiesa hanno l’obbligo di dare alle famiglie tutti gli aiuti possibili, affinché possano adeguatamente esercitare i loro compiti educativi. Per questo sia la Chiesa sia lo Stato devono creare e promuovere quelle istituzioni e attività, che le famiglie giustamente richiedono: e l’aiuto dovrà essere proporzionato alle insufficienze delle famiglie. Pertanto, tutti coloro che nella società sono alla guida delle scuole non devono mai dimenticare che i genitori sono stati costituiti da Dio stesso come primi e principali educatori dei figli, e che il loro diritto è del tutto inalienabile». La parola «inalienabile» è tanto sorprendente quanto netta. Le parole del Santo Padre, allora, rappresentano una sorta di denuncia nei confronti della tendenza dominante delle politiche scolastiche di quest’ultimo secolo. Egli rifiuta con termini chiari la secolarizzazione, il centralismo e il monopolio di Stato che hanno fatto di tutto per spiazzare la famiglia e la prima e fondamentale educazione, negando i diritti inalienabili della famiglia e assorbendo la funzione educativa comprimendola all’interno dei rapporti politici. La libertà di educazione è una componente critica della libertà politica ed economica ed è probabile che rappresenti il cuore delle fondamenta di tutta la libertà, almeno nella misura in cui per educazione intendiamo il prodotto di tutti coloro che influenzano e formano quella speciale voce interiore che chiamiamo coscienza, che sempre e ovunque dovrà essere libera dalla forza arbitraria, ma che anche sempre e ovunque dovrà essere formata da una sana riflessione sulla moralità, sulla virtù e sugli obblighi che dobbiamo a noi stessi, agli altri e a Dio.
(Traduzione dall’inglese di Flavio Felice)

 

web agency Done Communication