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Il terremoto del referendum

LIBERAL BIMESTRALE
di Carlo Casini
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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Sono trent’anni che mi interrogo con sempre maggior intensità sull’inizio della vita umana, o meglio, per dirla con il grande genetista Jerome Lejeune, sull’«uomo nella fase più giovane della sua esistenza». Parole giuste o terrorismo verbale? All’inizio la questione era quella dell’aborto. Non ho mai chiamato «assassina» la donna che abortisce. E allora? Non sarebbe meglio lasciare nell’insignificanza ciò che non si vede e non si tocca e che - se soltanto pensato - genera complicati problemi individuali, sociali, rimorsi, inquietudini irrisolvibili? Ho cercato di rassicurarmi studiando. Libri, certo. Ma soprattutto mille e mille incontri, tavole rotonde, seminari. Ne sono uscito ripetendomi interiormente quando il numero e la quantità degli avversari era soverchiante: «eppur si muove!». C’è in questo pensiero l’intuizione di un rovesciamento di posizioni. Il potere clericale imponeva a Galileo una certa visione del cosmo. Lo scienziato non contestava, ma non poteva far tacere la voce della ragione. Oggi il pregiudizio dominante ordina di lasciare nell’insussistenza invisibile l’uomo all’inizio della sua vita. «Eppur si muove!» - dicono la ragione (divenuta scienza gloriosa di scoperte recenti) e il moderno senso della giustizia, che colloca oggi, come mai prima, il singolo essere umano al centro di ogni progetto di giustizia e libertà, ultimamente di speranza e di pace. Stranamente solo il pensiero di papi e vescovi conforta l’esercizio della ragione ribelle al conformismo dei più. Davvero un rovesciamento. Eppure anche tra i credenti non pochi concordano con gli avversari: «ognuno è libero di comportarsi come gli detta la coscienza», «il credente non può imporre agli altri la sua fede», «Pluralismo», «Laicità». In questa debolezza «cattolica» forse non c’è soltanto l’effetto del potere avversario. C’è anche la memoria scomoda di errori del passato. Perché ci sono stati tempi in cui l’eresia era considerata un reato gravissimo dal potere civile e in cui la Chiesa stessa veniva identificata come un potere statuale. È urgente, dunque, ricostruire un corretto concetto di laicità. Finché il campo del confronto era l’aborto, dell’uomo era difficile parlare perché - almeno a livello esplicito - né la legge 194/78, né il prevalente ragionamento che la giustificava e si fondavano sulla negazione dell’umanità del concepito. Dalla presa di chi proclamava il diritto alla vita molti dei più autorevoli contraddittori sfuggivano parlando d’altro: «L’aborto è un dramma, ma c’è sempre stato e il divieto penale si è rivelato inutile». «Socializzare per prevenire». «La gravidanza è una situazione particolarissima per cui di fatto il nascituro è in potere della donna». «Ci sono comportamenti che per loro natura sono inesigibili». «Lo stato di necessità va adeguato alla singolarità della gravidanza». Questi argomenti hanno permesso di non mettere l’embrione al centro della discussione. Ma poi è arrivata la procreazione artificiale. «Il più giovane degli esseri umani» può essere chiuso in una provetta, congelato, buttato via, sottoposto a sperimentazione, clonato. L’embrione diviene visibile per chiunque. La compassione per una giovane donna incinta «costretta» ad abortire si dissolve. È impossibile evitare una decisione. Essere umano o cosa? O forse un po’ uomo e un po’ cosa? Ma il principio di uguaglianza dove va a finire? Nel referendum del 12-13 giugno l’embrione umano è stato finalmente al centro. Lui solo, non circondato da altre situazioni distraenti o devianti. Non sostengo che quattro italiani su cinque hanno riconosciuto l’uomo. Mi pare, però, che il comune denominatore possa essere indicato con una parola: inquietudine. Con l’uomo non si scherza. Anche quando è piccolo, non parla e non vota. Anche quando vi è un dubbio sul fatto che ci sia o non ci sia. Anche quando il suo sacrificio è indicato come soluzione per tanti problemi di adulti. Dunque la domanda è seria. È grave. È ragionevole. Per questo è inquietante per tutti, credenti e non credenti, di destra o di sinistra.
Il referendum è stato un grande evento perché fa uscire la questione della vita umana dalle omelie e dai luoghi di culto e la colloca nei parlamenti, nei programmi politici. Il dibattito sull’embrione non è solo il dibattito sull’embrione. Alla vigilia della catastrofe, nel 1939, Huizinga in La crisi della civiltà scrisse: «Vediamo come d’improvviso tutti i concetti che un tempo credevamo saldi e sacri si sono messi a vacillare: verità e umanità, ragione e diritto». È stolta illusione immaginare che lo sguardo rivolto sulla vita umana nella fase dalla sua estrema fragilità possa aiutarci a dare solidità alle colonne portanti su cui la storia ha costruito la nostra modernità? Così è per la laicità. Oggi il fondamentalismo islamico fa discutere sul rapporto tra religione e guerra. Un tempo ci furono conflitti anche tra cristiani passati alla storia come «guerre di religione». Per superare questa inaccettabile situazione occorreva stabilire che, indipendentemente dalla Fede (etsi Deus non esset) gli uomini possono vivere in pace tra loro e insieme collaborare per costruire un futuro migliore. Il presupposto non è né il dubbio invincibile, né l’opposizione alla Chiesa. Al contrario due certezze sono fondative di questa visione laica: il valore di ogni uomo e la ragione come patrimonio di tutti. Il pluralismo delle opinioni non c’entra, perché proprio il rispetto delle diverse opinioni è giustificato dall’uguale dignità di ogni essere umano. Orbene: appunto la discussione sulla vita nascente investe il tema dell’uguale dignità di ogni essere umano ed esige l’uso impegnativo della ragione. Il rifiuto di rivolgere uno sguardo tipicamente umano (quello della ragione capace di vedere oltre il visibile) sull’uomo all’inizio della sua vita è proprio la più radicale negazione della laicità. Norberto Bobbio, nell’imminenza del referendum sull’aborto, aveva scritto sul Corriere della sera: «Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come imperativo categorico, il non uccidere. E mi stupisco che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».
La pretesa irrilevanza della vita umana nella sua fase iniziale - ma il discorso più in generale riguarda ogni vita marginale e quindi anche l’eutanasia - è tanto più inaccettabile quanto più la relativa questione investe quella dottrina dei diritti umani che costituisce il vanto principale del pensiero laico moderno. Anche a questo riguardo va sottolineato un mutamento d’atteggiamento nella Chiesa cattolica. La dichiarazione universale del 10.12 1948, nonostante le circostanze assai diverse, evoca la dichiarazione francese del 1789. L’illuminismo che aveva promosso i «sacri principi» dell’89 aveva anche fatto soffrire molto la Chiesa. Perciò la Chiesa ha citato per la prima volta in un documento ufficiale la Dichiarazione Universale del 1948 soltanto nel 1963, nella Pacem in terris di Giovanni XXIII. Ma subito i diritti umani hanno fatto irruzione nel pensiero ecclesiale, già nel Concilio (Costituzioni Dignitatis humanae personae e Gaudium et spes). Nella visita all’Onu, nel 1965, Paolo VI qualificò quella dichiarazione «ciò che c’è di più alto nella saggezza umana». Ma è soprattutto con Giovanni Paolo II che la dottrina dei diritti umani trova entusiastica accoglienza nell’ambito ecclesiale e viene riferita con forza alla questione della vita umana e della famiglia. Contemporaneamente, peraltro, il pensiero cattolico sente la missione di dover ridare forza e verità ai diritti dell’uomo, in larga misura divenuti strumento persino di oppressione sull’uomo, come avviene quando, in loro nome, si vuole affermare ed estendere a livello planetario il diritto di aborto (cosiddetti diritti riproduttivi della donna), al suicidio e all’eutanasia (cosiddetto diritto di scegliere se esistere e non esistere), alla sperimentazione distruttiva degli embrioni (diritto alle salute, diritto alla libertà scientifica), al matrimonio gay (diritto all’eguaglianza). Nell’Evangelium vitae Giovanni Paolo II ha lanciato il suo grido d’allarme: «Giunge a una svolta dalle tragiche conseguenze un lungo processo storico, che, dopo aver scoperto l’idea dei diritti umani […] incorre oggi in una sorprendente contraddizione: proprio in un’epoca in cui si proclamano solennemente i diritti inviolabili della persona e si afferma pubblicamente il valore della vita, lo stesso diritto alla vita viene praticamente conculcato e negato, in particolare nei momenti più emblematici dell’esistenza, quali sono il nascere e il morire». La questione si pone esattamente nel cuore dei diritti umani. È la questione della soggettività. Chi è il soggetto dei diritti? Chi può definirlo? È evidente che se il soggetto è definito come l’ariano di pelle bianca tutta la teoria dei diritti umani si rovescia nel suo opposto. Non è cosa da poco.
A differenza di tutte le dichiarazioni precedenti, quella del 1948, pretende di essere un progetto e una garanzia universale di pace, di giustizia e di libertà. Questo annunciano le sue prime parole, pronunciate quando le macerie delle città, le lacrime delle famiglie e le tracce della più selvaggia discriminazione sono ancora presenti e visibili e quando alla memoria dolente del passato si aggiunge la prospettiva di un futuro ancora peggiore in cui la sopravvivenza del genere umano è garantita dall’equilibrio del terrore. La dichiarazione ha inteso dare una risposta di speranza aggrappandosi a una parola misteriosa: la dignità umana, uguale per «tutti i membri della famiglia umana». Parola misteriosa la dignità umana, perché suppone qualcosa di tanto invisibile quanto di straordinariamente grande. Qualcosa di insuperabilmente grande, perché per giustificare l’eguaglianza non deve essere graduabile, deve essere cioè sempre massima. Invisibile perché enormi sono le constatabili differenze tra il presidente della Repubblica e il barbone, tra il vincitore delle olimpiadi e il disabile in carrozzella, tra il malato di mente e il premio Nobel. Eppure diciamo che tutti sono uguali. Nella Dichiarazione Universale alla base di questo mistero non c’è una filosofia. C’è una esperienza. Dolorosa. Vi si afferma, infatti che «il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell’uomo hanno portato ad atti di barbarie» e che perciò i popoli affermano «la loro fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana». Fede! La parola evoca l’affidarsi religioso. La parola d’ordine della modernità, etsi Deus non esset, aveva un fine nobile, ma non aveva evitato i mostri dei soggetti collettivi a cui l’individuo poteva essere sacrificato: la classe, la razza, la specie, la nazione. Essi, forse, venivano proposti per trascendere l’individuo e dare un senso alla sua stessa vita. Se non c’è un principio trascendente può apparire logica la diagnosi di Hobbes: homo homini lupus. Tanti individui umani sono stati sacrificati al Moloch che li soverchiava e che sembrava impedire la giungla e dare senso al futuro. Ma ora anche i Moloch sono falliti e la Carta universale, quasi timidamente, si affida a una fede: homo homini deus. Questo dice la dignità umana. Ma è postulata più che dimostrata. Che cosa sia, quale ne sia il contenuto, da dove venga non è detto dalla Dichiarazione del ’48.
Torniamo alla vita umana incipiente, morente, marginale. Ripetere che la vita è una frontiera intransitabile significa alzare un muro di divisione tra «cattolici» e «laici», oppure costruire un ponte per un fruttuoso dialogo? Che danno può venirne a chi ipotizza, spera, scommette, postula che ogni uomo sia portatore di un’uguale dignità l’affermazione del credente, che, dopo aver investigato insieme al non credente con la ragione, vi aggiunge che ogni essere umano è parola d’Amore di Dio, destinato a incontrare nell’Amore la pienezza dell’essere? C’è in questa offerta di supplemento di senso qualcosa di confessionale? Quale sarebbe l’interesse della Chiesa di cui verrebbe chiesta protezione al potere civile? Confessionalismo significa pretendere dalla forza dello Stato la protezione della Fede religiosa. Ma ora sta avvenendo il rovescio. Non più la Fede che chiede, ma la Fede che offre. Non più la società civile che protegge persone, istituzioni, espressioni religiose. Al contrario: chiese che accettano il rischio dell’incomprensione, dell’abbandono e talvolta anche della persecuzione quando si tratta di difendere l’uomo, cioè, ultimamente il valore fondativo della società civile. Il referendum del 12-13 giugno non deve essere chiuso tra parentesi. Non c’è solo la comune inquietudine. C’è stata anche una notevole unità dei «cattolici» e un’alleanza significativa e promettente, anche se ancora germinale, tra credenti e non credenti. L’unità del variegato associazionismo cattolico non è stata determinata da ragioni partitiche. La convinzione ideale ha largamente prevalso sull’agonismo partitico, anche se questo si è talora manifestato nell’espressione del «no». L’unità dei cattolici ha consentito un dialogo fecondo con alcuni «laici» che ha aiutato gli uni e gli altri. Un fronte sedicente «laico» totalitario avrebbe spinto al disimpegno o, almeno, alla timidezza i cattolici fortemente desiderosi di sentirsi «laici», non divisi, cioè, dai concittadini non credenti e, viceversa, l’unità cattolica può divenire segno di un’unità più grande perché non consente strumentalizzazioni dei cattolici che potrebbero rendere meno coraggiosi i «laici». Del resto - mi sia permesso il gioco di parole - credo che vi siano molti che si credono credenti e non lo sono e molti che si pensano non credenti e invece sono credenti. I «laici devoti» hanno rotto l’assedio «laico», hanno steso la passerella e hanno animosamente avviato il dialogo. Hanno strumentalizzato la Fede dei credenti a fini politici-elettorali? Affermarlo significa negare che vi siano delle «ragioni» della vita proprio mentre il pensiero cristiano si fa paladino della ragione. Eppoi il timore di introdurre il diritto alla vita nella politica fa parte di quella medesima mentalità che nega irragionevolmente l’umanità del concepito e che, in una visione antiquata della laicità, contesta alla Chiesa il diritto-dovere di intervenire in queste materie. Tener fuori dalla politica la vita umana «nelle fasi più emblematiche della sua esistenza» significa negare la stessa esistenza di un essere umano e negare il diritto di intervento agli uomini di chiesa significa, analogamente, relegare il più fondamentale tra tutti i diritti umani nell’ambito dei gesti di culto.
Possiamo trarre qualche insegnamento dal referendum? In primo luogo basta con lo steccato tra cattolici e laici. Lo Stato Pontificio è finito da un pezzo. Le pretese confessionali anche. «L’uomo è la via della Chiesa» (Giovanni Paolo II). Il valore dell’uomo è patrimonio comune, così come la ragione. In secondo luogo la vita umana e la famiglia vanno iscritte a pieno titolo nella politica e non in posizione secondaria con tutte le conseguenze che ne derivano riguardo ai programmi dei partiti, alle alleanze di governo, alle valutazioni dell’elettorato. In terzo luogo la dignità umana richiama alla coerenza in ogni latitudine e in ogni direzione. Chi usa il distintivo della solidarietà non può restare insensibile rispetto all’annientamento dei più deboli e alla distruzione di quel modello di ogni possibile solidarietà che è la famiglia. Chi usa il distintivo della libertà non può considerare la questione della vita e della famiglia come ultima trincea della conservazione perché la libertà è valore penultimo, non ultimo; strumentale non finale. Nell’orizzonte terrestre l’ultimo valore è l’uomo con la sua insopprimibile dignità. La libertà serve a riconoscerlo e accoglierlo. Solidarietà e libertà non sono alternative. Una presenza nuova del cattolicesimo italiano? Credo proprio di sì. Non so bene come. Ma è persuasivo l’accostamento che Giovanni Paolo II ha fatto nell’Evangelium vitae tra la questione operaia alla fine dell’ttocento e la questione del diritto alla vita alla fine del Novecento. Come allora le drammatiche condizioni dei lavoratori spinsero i cattolici ad abbandonare la chiusura di un’inutile protesta per la fine del potere temporale e nacque il movimento cattolico, così ora il territorio della bioetica appare quello giusto per un generale rinnovamento morale e civile. Un sogno? Forse, ma proviamo a farlo insieme: quelli che un tempo amavano contrapporsi come «cattolici» e quelli che un tempo si pensavano superiori autodichiarandosi «laici».

 

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