Rileggendo a distanza di tempo alcuni documenti del Vaticano II, come ad esempio la Lumen Gentium (LG), si rimane sorpresi della loro attualità e nello stesso tempo della incompiutezza di affermazioni che, se opportunamente comprese e realizzate, avrebbero potuto caratterizzare in modo assai diverso la fisionomia del nostro tempo. La comprensione della vocazione laicale, che caratterizza la LG, testimonia un cambiamento radicale nella visione del mondo, che il cristiano è chiamato a santificare attraverso una assunzione consapevole delle sue responsabilità quotidiane. Il significato cristiano dell’inserimento dei laici, sia nelle realtà socio-culturali che nel contesto politico-economico, acquista nella LG il valore di una vocazione specifica, che comporta una altrettanto specifica missione di servizio e di testimonianza. «È proprio dei laici, secondo la loro vocazione - cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e orientandole secondo Dio. I laici sono chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio della loro funzione propria e sotto la guida dello spirito evangelico» (LG, 31). La presenza attiva dei cattolici, laici cattolici, nelle realtà temporali costituisce la vera sfida del nostro tempo, se si vuole recuperare il senso di un’antropologia in cui l’uomo, superando le diverse forme di riduzionismo che una cultura relativistica, inevitabilmente, gli impone, recupera la sua apertura all’altro in una relazione di cura competente, eticamente fondata e consapevole. Il pluralismo culturale e ideologico, frutto dei profondi cambiamenti che si sono verificatisi negli ultimi decenni, si è spesso trasformato in un relativismo che ha provocato la perdita del senso etico condiviso, fondamentale per la definizione dei criteri che caratterizzano le relazioni sociali a tutti i livelli. Il relativismo, consolidato in molti ambiti della nostra società, ha creato un falso ordine di valori, in cui l’interesse individuale è diventato l’esclusivo criterio di organizzazione e di valutazione della condotta umana. L’attuale mancanza di riferimenti etici chiaramente formulati, o ri-formulati, fa correre alla nostra democrazia il pericolo di asfissia spirituale, ne fa una democrazia «senza anima», destinata in quanto tale a regredire. Non stupiscono pertanto i frequenti richiami che da più parti vengono fatti alla questione etica, considerato il vero e proprio snodo per la soluzione dei gravi problemi in cui versa il nostro Paese. Sono parole chiave in questo contesto la responsabilità personale dei laici cattolici nei confronti degli altri, espressa attraverso l’esercizio di un lavoro professionale competente, volto a realizzare il bene dell’altro, senza mistificazioni di sorta. La laicità, intesa nel doppio senso di responsabilità e di competenza orientate alla costruzione del bene comune, non è sfida di poco conto, perché si innesta in una vera e propria cultura della solidarietà. E dalla solidarietà il laicato cattolico sembra voler ripartire oggi per contrastare quel relativismo etico-comportamentale, che fa da supporto operativo al relativo culturale, presentato come modello di un nuovo liberalismo. La nuova proposta del mondo laico si fonda sulla convinzione che un atteggiamento solidale, fraterno, nasce dallo spirito evangelico ed è già di per sé una manifestazione forte della ricerca del regno di Dio e della sua giustizia, perché considera gli uomini e le donne come un’unica, anche se articolata, realtà fatta di persone uguali in dignità e diritti.
Il pluralismo proprio del laicato cattolico
La convinzione che tutti gli uomini abbiano in tutte le circostanze uguali diritti e uguale dignità è andata maturando gradatamente nel pensiero umano e si è fatta strada più rapidamente nella coscienza del laicato cattolico proprio grazie alla fede nella rivelazione di Dio. Alcuni valori sono stati percepiti immediatamente, ma altri hanno avuto bisogno di un processo di elaborazione intellettuale più raffinato e sottile. Sono state spesso le gravi conseguenze negative a mostrare la valenza di certi errori e hanno indotto atteggiamenti di tipo riparativo, sia nei confronti di alcune teorie, che sono state corrette, sia nei confronti di persone o di gruppi di persone concrete, di cui è stato possibile migliorare le condizioni di vita. Quando sono in gioco valori che riguardano il mondo della scienza e le sue applicazioni, i modelli organizzativo gestionali delle imprese e le relazioni con coloro che ci lavorano, la struttura delle istituzioni e la partecipazione al loro governo, il miglioramento che si verifica, in termini di giustizia e di prudenza, oltre che di efficacia e di efficienza, si realizza sempre a costo di molta sofferenza e di gravi forme di disagio. Se oggi abbiamo un patrimonio di valori e di diritti, affermato e recepito dagli ordinamenti giuridici degli Stati democratici, se abbiamo delle condizioni di sicurezza e di benessere invidiabili rispetto ad altri contesti, dobbiamo ricordare che certamente sono costate molto in termini di studio e di riflessione, di analisi e di valutazione delle condizioni degli uomini e del loro benessere. Ma soprattutto dobbiamo ricordare che anche valori conquistati con sforzo e apparentemente radicati nel pensiero e nell’azione, possono andare incontro a un processo di dissoluzione e di corruzione. E come recita un vecchio aforisma: Corruptio optimi, pessima. Questo è un preciso mandato che il laicato cattolico è chiamato oggi a ri-assumersi in forma sempre più consapevole e creativa, non solo nel proprio ambiente familiare e professionale, ma con uno sguardo sempre più ampio e profondo a tutto l’ambiente che lo circonda. Il suo compito resta quello di edificare la città terrena, oltre a quella celeste, rendendo il mondo che abitiamo sempre più umano e degno di essere vissuto. Giovanni Paolo II(1) ha ripetutamente invitato i cattolici ad aprirsi «alle nuove sfide emergenti, ispirandosi con fedeltà creativa alle radici cristiane che hanno segnato la storia europea». Ricordando però che, se la religione cristiana garantisce l’autenticità dei valori fondamentali e la centralità della persona in linea solidaristica, questo non implica nessuna possibilità di integralismo fondamentalista. Nulla di più contrario alla dottrina della libertà cristiana quanto il fondamentalismo o l’assolutizzazione della realtà.
Nel giusto ambito dei diritti di libertà possono sorgere idee, sistemi di pensiero, progetti politici, culturali, economici di vario genere, la cui limitazione è dettata esclusivamente dai confini della giustizia, del diritto, della verità e dalle esigenze insopprimibili della dignità della persona. È la stessa dignità della persona che reclama quel giusto pluralismo di pensiero, di cultura, di arte che ha permesso e contraddistinto lo sviluppo della nostra civiltà. Il pluralismo che discende dalla dignità della persona riguarda tutti gli ambiti e quindi anche la politica, l’organizzazione della società e le sue istituzioni con il relativo ordinamento giuridico. Questo stesso pluralismo rende ancor più netta la distinzione tra la sfera politico-civile e quella religioso-ecclesiastica, e garantisce la legittima autonomia e la sana laicità dello Stato. Ma uno Stato laico non solo non è necessariamente anti-religioso o anti-ecclesiale, non è neppure indifferente o semplicemente neutrale rispetto al fattore religioso, perché è suo compito promuovere la dignità della persona e il rispetto dei suoi diritti. E la libertà religiosa, come è stato ripetutamente proclamato anche dall’Onu, rientra tra i diritti primari fondamentali dell’uomo. Lo Stato dovrà quindi prendersi cura dei diritti religiosi, come degli altri diritti dei cittadini, tutelandoli nel loro esercizio. Non è lo Stato che professa una sua religione, sono i cittadini che esigono il diritto di poter professare la loro religione ed è giusto che il laico cattolico pretenda che venga consentito l’esercizio di questo diritto. Non solo per sé, ma anche per quanti professano una religione diversa dalla sua, per cui si opporrà consapevolmente alla deriva atea, agnostica o indifferente dello Stato, perché la considera una lesione più o meno grave dei diritti dei cittadini credenti, cittadini a pieno diritto come tutti gli altri. La nuova dimensione culturale del cattolicesimo politico italiano ha sempre più chiaro il rischio dell’indebolimento delle condizioni ideali e strutturali della democrazia, che va continuamente rafforzata, nei suoi aspetti sia formali sia di contenuto. Sa - è questo un dato di grande importanza - che la democrazia è una realtà in divenire, una conquista quotidiana più che un pacifico possesso e pertanto la sua attuazione dipende dalla promozione della coscienza civica e dall’impegno a far crescere in intensità e in estensione gli spazi della partecipazione sociale(2). La visione democratica del laicato cattolico non si identifica solo con una forma di governo, che si concretizza in istituzioni politiche ben definite, ma nell’insieme di valori che sono alla base dell’edificio politico-istituzionale.
Scienza e tecnica nell’orizzonte di senso di un laicato cattolico
La recente campagna referendaria, conclusasi come è noto con un massiccio schieramento a favore dell’astensione, ha riproposto ulteriori obiettivi e responsabilità a un laicato che voglia essere responsabilmente presente nei diversi ambiti della società, facendo nello stesso tempo politica e cultura, ma senza uscire dai confini del suo territorio. Certamente la sfida che si è presentata all’attenzione di tutti ha mostrato come questo laicato debba fare un deciso salto di qualità nella fermezza delle proprie convinzioni etiche, nella chiarezza delle argomentazioni indispensabili per difenderle, nel coraggio essenziale per andare contro corrente in un mondo dominato da piccole ma potentissime lobby mediatiche. Ma anche e soprattutto nella capacità di lavorare insieme ad altri, che con lui condividono una serie di valori concreti, senza per questo essere necessariamente d’accordo su tutto. Con il passare degli anni questa campagna referendaria rivelerà sempre più chiaramente come dietro le battaglie per la libertà della scienza, per l’autodeterminazione della donna, per un nuovo modello genitoriale a più alta sicurezza tecnico-scientifica, in realtà era in gioco l’intera architettura dei valori che supportano la nostra tradizione culturale: la vita, la famiglia, la ricerca della verità, il senso del limite della nostra esistenza, l’oggettività dell’informazione. Sono le frontiere dell’impegno laicale, che richiede una forte mentalità di studio e di ricerca, ma anche una profonda chiarezza nel modello antropologico di riferimento, la disposizione a difendere i diritti di tutti gli uomini, senza eccezioni di sorta e senza facili distinguo, sapendo che le nuove forme di razzismo sono rappresentate dai malati, rispetto ai sani, dagli anziani rispetto ai giovani, dagli embrioni appena concepiti rispetto ai già nati. Scienza e tecnica svolgono nel nostro tempo un ruolo di grande rilievo nel dare soluzione ai problemi concernenti la salute e il benessere dell’uomo e, da questo punto di vista, costituiscono un fondamentale punto di riferimento per la democrazia. Ma ciò che preoccupa è la loro tendenza a divenire sempre più autoreferenziali, non solo rivendicando uno spazio autonomo, ma trasformandosi in un nuovo potere, in rapporto dialettico con gli altri poteri, soprattutto con quello politico. Questo vale in particolare per la tecnologia, che oggi non ha più i semplici connotati di momento applicativo (o di braccio operativo) della scienza, ma risulta parte integrante di essa e che, grazie a questo, ha acquisito grande potere in quanto potere del fare, trainando la scienza o, quanto meno, condizionandone profondamente lo sviluppo e determinandone gli obiettivi. Per questo l’affermazione che la ricerca scientifica debba essere libera non può prescindere dalla considerazione di un problema antico: quello dei fini per cui si useranno le nuove conoscenze e un problema nuovo, quello riguardante gli strumenti che si utilizzano per l’ampliamento di tale conoscenza. La competenza richiesta a un laicato maturo e responsabile riguarda sia la scienza dei fini che la scienza dei mezzi: gli si richiedono conoscenze etico-filosofiche, giuridiche e tecnico-scientifiche.
La libertà di ricerca è fuori discussione; ma il fatto che la scienza per condurre la sua ricerca si serva di strumenti che hanno una diretta ricaduta manipolativa sull’uomo rende evidente la necessità di introdurre limiti precisi di ordine etico(3). La prima questione che va affrontata è quella del controllo che la società deve esercitare sulle scelte di ordine scientifico-tecnologico. Non si tratta di una sorta di legittimazione dell’attività scientifica per consenso maggioritario, ma di estendere a tali ambiti la democrazia come valore e di individuare come garantire, nel rispetto delle logiche proprie del loro sviluppo, la trasparenza, il confronto pubblico, la pubblicità delle scelte e delle decisioni, la conoscibilità delle fonti di finanziamento, il rispetto delle regole della ricerca. Si tratta, in altre parole, di mettere in campo metodi di regolamentazione democratica che governino i processi, non interferendo sulla legittima autonomia della ricerca scientifica, ma non eludendo la questione del pesante condizionamento che su di essa esercitano i potentati economici e, in ogni caso, non rinunciando al compito proprio della società, quello di valutare le ricadute - positive e/o negative - delle scelte compiute sulla vita collettiva. Questo vale, a maggior ragione, quando sono in gioco questioni che toccano direttamente la vita dell’uomo e dell’ambiente in cui vive - si pensi alla bioetica e all’etica ecologica - e che hanno perciò forti implicazioni etiche da ricuperare anche sul terreno della regolamentazione giuridica(4). A fronte dei possibili benefici derivanti dall’applicazione delle bio-tecnologie, alcuni dei quali già inseriti con successo nelle procedure diagnostiche e terapeutiche, si avverte il rischio insito in uno sviluppo senza controllo delle medesime biotecnologie. Una delle difficoltà più importanti che vanno affrontate in un ambito in cui gli interrogativi scientifici si intrecciano profondamente con quelli tecnico-economici, è quella di verificare in che modo le istanze etiche possono essere supportate anche sotto il profilo del diritto, o come si dice ora del bio-diritto, nuova branca di un sapere scientifico con ampie ricadute sull’agire pratico(5). I progressi della scienza e della tecnica infatti se da un lato pongono quesiti etici, dall’altro reclamano risposte che riempiano vuoti legislativi, in cui possono spregiudicatamente attivarsi iniziative che hanno poco a che vedere con lo sviluppo della scienza e con il bene della persona. Si pensi ad esempio a tutta la problematica collegata con la brevettabilità dei prodotti ottenuti con i procedimenti propri delle bio-tecnologie. Benefici e rischi di tutte le tecnologie vengono quindi a porsi al centro di un dibattito multidisciplinare, che ha il merito di mostrare come ogni scoperta realmente significativa calamiti intorno a sé i contributi di molti altri saperi, senza escludere neppure la riflessione teologica. Tutto il laicato cattolico, nella sua singolarità e nella sua collegialità, deve sentirsi sollecitato dalle nuove prospettive che si aprono, con un senso di responsabilità che si declina non solo nella linea della propria competenza specifica, ma anche nel costante rispetto della dignità umana, prudentemente anteposta a qualsiasi situazione di rischio(6).
Prospettive e conclusioni
Il passaggio dal momento dell’analisi a quello propositivo implica una riflessione sui nodi critici emersi, per affrontare adeguatamente i problemi più delicati con cui il laicato dovrà confrontarsi nei prossimi anni. Il primo è quello della sua preparazione culturale, seria, profonda, maturata alla luce della fede, ma fatta propria con un lavoro della ragione che non consente alibi né giustificazioni accondiscendenti. Sono parte integrante di questa preparazione: sia una solida formazione di base, che non può limitarsi agli anni e alle materie del liceo, che una specifica cultura professionale, disposta a un aggiornamento efficace. Dalla loro sintesi deve scaturire un rinnovato slancio per confrontarsi con le verità essenziali della fede, non appena si intravedono possibili conflittualità o contraddizioni. Il secondo è quello di recuperare le radici dottrinali della propria fede e maturare un’unità di vita, che lo difenda dal rischio di un’esistenza schizofrenica per cui potrebbero coesistere in lui il laico e il cattolico, invece di essere un laico cattolico. Un terzo nodo riguarda il recupero della vita di preghiera personale, il dialogo a tu per tu con Dio, come luogo in cui la propria coscienza si appresta a prendere le sue decisioni più difficili. Il fondatore dell’Opus Dei, che della santità laicale è stato un precursore anche rispetto al Concilio, in un’omelia pronunciata nel campus dell’Università di Navarra diceva: «A quegli universitari e a quegli operai che mi seguivano verso gli anni Trenta, io solevo dire che dovevano materializzare la vita spirituale. Volevo allontanarli in questo modo dalla tentazione - così frequente allora e anche oggi - di condurre una specie di doppia vita: da una parte la vita interiore, la vita di relazione con Dio; dall’altra, come una cosa diversa e separata, la vita familiare, professionale e sociale, fatta tutta di piccole realtà terrene. No figli miei! Non ci può essere una doppia vita, non possiamo essere come schizofrenici, se vogliamo essere cristiani. Vi è una sola vita, fatta di carne e di spirito, è questa che deve essere - nell’anima e nel corpo - santa e piena di Dio… Il cielo e la terra, figli miei, sembra che si uniscano laggiù nella linea dell’orizzonte. E invece no, è nei vostri cuori che si fondono davvero, quando vivete santamente la vita ordinaria….»(7). Solo nel silenzio e nel raccoglimento della propria vita di orazione è possibile contenere quelle spinte a un pragmatismo incalzante, che chiede decisioni rapide, azioni veloci, risultati immediati. Sono alcune tra le tentazioni che rendono più difficile a un laico, pienamente impegnato nella dimensione temporale della sua esistenza, coglierne la dimensione trascendente, mantenere la propria fedeltà a quei valori che il mutare degli eventi condiziona continuamente, con il rischio di stravolgerli. In questi ultimi mesi è apparso sia il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa che il Compendio del Catechismo della Dottrina cattolica. Si affiancano alle encicliche di Giovanni Paolo II e agli scritti di Benedetto XVI. Non basta leggere, occorre studiare, accettando la fatica di capire. Al laico, che voglia rispondere alla sua vocazione, con una piena accoglienza della sua missione, non può sfuggire la specificità di un invito accorato con cui si mostra come dare risposta alle nuove forme di povertà e di disagio sociale. E questo è il quarto nodo cruciale: la coerenza del precetto dell’amore, perché non basta la solidarietà efficiente e distaccata del Welfare State, per rispondere allo spirito del laicato cattolico. Occorre una rinnovata creatività della carità, che sappia pensare nuovi modelli economici, nuove modalità di accoglienza, nuovi stili relazionali perché ogni uomo possa trovare le opportunità concrete di cui ha bisogno per vivere e non solo per sopravvivere. Infine il quinto e ultimo nodo da sciogliere è quello della complessità, propria del nostro tempo. Il pluralismo non può degenerare in relativismo(8); la scienza non può servirsi dell’uomo, ma deve restare a servizio dell’uomo. La democrazia deve ritrovare la sua anima ispiratrice e la politica, mentre difende la laicità dello Stato, non può mortificare la fede dei suoi cittadini. È la sfida del laico di oggi: Veritatem facientes in caritate. È la sfida di sempre che lega le opere alla fede e la fede alla ragione, per vivere anche quella carità intellettuale che è amore e rispetto per l’altro e per le sue idee, nella convinzione che parlando ci si può capire e si può arrivare a collaborare…
1) Giovanni Paolo II, Messaggio del 20 giugno 2002; 2) Baggio A.M., Etica ed economia, Città nuova, Roma, 2005; 3) Binetti P., Research in Medical Education: a challenge to enhance the quality of education and care, Rays, 2004, 29,1: 82-99; 4) Binetti P., Biotechnology and the birth of a third culture, “Journal of Biological Regulators & Homeostatic Agents”, 18, 3-4: 255-261, 2004; 5) Palazzani L., Introduzione alla bio-giuridica, Torino, Giappichelli, 2002; 6) J.L. Illanes, Mondo & santità, Ares, Milano, 1992; 7) Escrivà de Balaguer J.M., Colloqui, Ares, n. 114-116, Milano; 8) Ratzinger J., Pera M., Senza radici, Mondadori, Milano, 2004.