Che cosa sono i diritti? Sono i diritti umani. È ben detto. Si può dire solo così. Sono i diritti dell’uomo secondo il genitivo soggettivo e oggettivo. Attributi dell’uomo e pronunciati dall’uomo. Chi, infatti, se non l’uomo, può concepirli? Non esiste un diritto di natura, o della natura, a prescindere dall’uomo. I diritti, poi, sono innanzitutto diritti dell’uomo perché precedono i diritti del cittadino o del lavoratore o delle donne. Tutti questi diritti derivano e presuppongono i diritti dell’uomo in quanto uomo. In questo senso tali diritti sono, incontrovertibilmente, quei diritti che ogni essere umano può godere per la sola ragione di essere al mondo. Prestiamo attenzione a questa frase: per la sola ragione di essere al mondo. Se è così, allora il fondamento dei diritti dell’uomo è nell’amore: perché è solo grazie all’amore che una persona è al mondo. Naturalmente, è oggetto di discussione plurisecolare, tra noi occidentali e meno altrove, se l’amore originario sia quello divino oppure no. Noto solo, in proposito, che ogni diritto dell’uomo è un calco dei comandamenti del Signore. Il diritto alla vita e il non uccidere, il diritto alla proprietà e il non rubare, il diritto alla famiglia e il non desiderare la roba d’altri e così via. Quel che è certo comunque, quel che nessuno di noi può discutere è che il diritto discende dall’amore. Dall’amore tra gli uomini. Fondato, a sua volta, (per molti) sull’amore di Dio. A queste condizioni il diritto non è semplicemente ciò che spetta, ciò che è dovuto. Ma ciò di cui si è degni in grazia dell’amore. Il diritto fondato sull’amore è dunque a sua volta pronubo della congiunzione tra diritto e dignità dell’uomo, che dà vita alla splendida idea dell’umanità come famiglia. Quella che è all’inizio della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del ’48.
Sappiamo tutti che esistono teorie convenzionalistiche, positivistiche, contrattualistiche del diritto. Solo che non reggono perché partono più o meno dall’idea che diritto è ciò che spetta, che ci è dovuto. E in senso metafisico, ovviamente nulla è dovuto a nessuno incondizionatamente. Si tratta, perciò, di teorie intellettualistiche, tutta testa e niente cuore. Tanto presuntuose quanto inconsistenti. Essendo fragili, aprono il campo al relativismo e infine al cedimento alla violenza e alla sopraffazione appena questa fa capolino con una certa determinazione. Quanto sinora scritto aiuta a chiarire un’altra cosa. Un’altra cosa che è di capitale importanza in ordine ai diritti umani, al loro passato, alla loro sostanza, al loro avvenire. Infatti, oltre alla pericolosa razza dei convenzionalisti, contrattualisti, positivisti, vi è l’insidiosa genìa dei perfettisti, chiamiamoli così. Insomma, di fronte alle numerose dichiarazioni dei diritti dell’uomo (e del cittadino) ci si può disporre con due stati mentali diversi e opposti. Per alcuni quelle prescrizioni sono dei modelli da realizzare. Magari a qualsiasi prezzo e a qualsiasi costo. Per realizzare la società ideale, il paradiso in terra. Il socialismo, il comunismo, la società dei giusti o come altro la si voglia chiamare. La società degli universali e dell’uomo ridotto a puro universale. A caricatura di Dio. Chi l’ha pensata così, in genere, nel corso dei secoli, con la sua opera ha sempre calpestato la dignità di milioni di uomini, ha spento la loro vita, ha dato viceversa vita a regimi tirannici e totalitari. Dall’altra parte vi sono coloro che, invece, non leggono le diverse dichiarazioni dell’uomo come schizzi sempre più perfezionati del paradiso in terra ma come strumenti umani via via crescentemente ricchi per misurare, denunciare, attenuare ed eliminare, per quanto è possibile, tutto quel che vi è di disumano nella condizione umana. Di biologicamente, culturalmente, socialmente, materialmente, civilmente, politicamente disumano vi è nella condizione umana. Se i perfettisti sono in pectore dei tiranni che usano le tavole dei diritti come razionalizzazione del proprio Super Io, questi secondi sono irrimediabilmente dei liberali. Perché per lottare contro il disumano si deve esercitare libertà di pensiero, di religione, di espressione, di azione. Si è costretti, in certo senso, a farlo, e a correre i rischi connessi. E perché la lotta non è mai per il potere, per conquistare potere ma per limitare il potere, essere rispettati dal potere. Per sostituire il potere con moti di solidarietà e meccanismi di efficienza positiva.
I diritti riposano dunque sull’amore, su Dio (anche se su questo continuiamo a discutere tra noi) e sulla libertà. Sono questi i presupposti cardinali dei diritti umani. Ma vi è poi un altro nesso. Quello della diversità. Recentemente la romanista Marta Sordi ha rammentato come i romani fossero un popolo ab origine multietnico, fondato sull’unione di etruschi, sabini e latini. Sin dall’inizio, per loro, vi fu riconoscimento e compromesso tra diversità, fondato sull’uso della ragione. Non una ragione con la minuscola, autofondata e arrogante, ma una ragione umile, più di metodo che di principio, inevitabilmente dialogica proprio perché sin dall’inizio doveva fissare un punto di incontro tra diversi. Tale impostazione originaria fu alla base dello Jus gentium che doveva servire proprio a regolare innanzitutto i rapporti tra civis romanus e stranieri al momento in cui Roma, sconfitta Cartagine era la maggiore potenza mediterranea e si avviava a essere impero. Questo richiamo serve a mettere in luce come il diritto sia anche, essenzialmente, riconoscimento dell’altro e del diverso. Si può ricordare tra parentesi che, per i romani, tale valorizzazione e riconoscimento della diversità non era a scapito dell’uguaglianza fondamentale. Sempre Marta Sordi, infatti, ricorda che per un romano uno schiavo liberato era un liberto che godeva di tutti i diritti a differenza che in Grecia dove lo schiavo liberato era meteco, sostanzialmente estraneo alla polis. La cittadinanza romana era inclusiva non esclusiva come in Grecia. Ma torniamo a noi. Noi siamo figli di una complessa civiltà del diritto. Con tutti gli enormi pregi e con tutte le ambivalenze, anche. E con un’aggiunta importante che va adeguatamente messa in luce. Noi siamo al mondo dopo l’epoca dei fascismi. Quell’epoca in cui vengono messe da parte le religioni universalistiche e il pensiero politico a esse coerente: liberale e democratico, in nome del nazionalismo, del razzismo, del particolarismo insomma. Rivincita del particolare contro l’universale. La convinzione originaria era che la civiltà era sempre stata creata e mantenuta da classi privilegiate, da razze dominanti, da signori del mondo e grazie al loro otium, e non avrebbe perciò potuto sopravvivere al liberalismo e tanto meno al socialismo col loro querulo e infiltrante egualitarismo. Una convinzione storicamente fondata e a lungo valida negli evi più antichi. E però. Pensare di ripristinare quell’ordine in epoca moderna, contro gli esiti contraddittori e anche inquietanti della modernità (a cominciare dal comunismo), era in ogni caso agghiacciante. Come scrive Ernst Nolte «il nazionalsocialismo fu l’agonia del gruppo sovrano, guerriero, gerarchico». Fu l’agonia dello Stato-nazione fondato sull’omogeneità etnica e su rigide, invalicabili differenze sociali. Da questo punto di vista, la sconfitta dei fascismi chiude non solo un’epoca ma un evo, crea uno spartiacque tra due fasi della civiltà mondiale. Qual è la fase che si chiude? Quella che ha visto per secoli al centro della storia gli Stati sovrani far valere le proprie prerogative in primo luogo attraverso l’uso della forza. Dopo la seconda guerra mondiale, e solo dopo di allora, la pace è stata considerata universalmente un bene e la guerra universalmente un male. E questo in primo luogo in virtù della tecnica. Hitler aveva paura della tecnica. Era ad esempio terrorizzato che con le moderne tecnologie aeronautiche la Germania potesse essere sorvolata in poche ore e perciò voleva garantirsi ampi e sicuri spazi. Con le armi. E però l’uso delle armi si dimostrò il modo peggiore, per neutralizzare le minacce prodotte dalla tecnica, il modo migliore, al contrario, per esaltarle, quello in cui tutti comunque, Germania compresa, capitolavano, e nel modo più distruttivo, di fronte alla tecnica.
La tecnica, dunque, si può dire, fu il quinto convitato di Jalta. Fu il convitato di pietra. In che senso? Nel senso, innanzitutto, che la tecnica vinse in quanto si dimostrò troppo sviluppata per consentire guerre. Hitler pensava che la guerra fosse ancora la politica perseguita con altri mezzi. Molti lo avevano pensato prima di lui. Ma lui è stato l’ultimo a pensarlo seriamente. Dopo di lui è stato letteralmente impensabile. Questo, al di là della chiacchiera, è il senso davvero epocale della sua sconfitta e della corrispettiva vittoria della tecnica. Ecco perché quella vicenda significa l’agonìa dell’epoca degli Stati sovrani e l’aurora dell’éra della globalizzazione. È innanzitutto in quest’ottica che va letta la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. Come un «mai più». Un «mai più» a che cosa? Non già a ogni azione bellica, che è chiacchiera che può riscaldare i cuori di qualche anima bella. Un «mai più» alla guerra come prosecuzione della politica. Un «mai più» a un ordine mondiale fondato sull’uso delle armi e regolato dai rapporti di forza. Per ciò, e solo per ciò, non per astratti furori pacifisti, un «no» alla distruzione e un «sì» alla sopravvivenza della specie umana. Ma quel no e questo sì hanno una condizione: il riconoscimento dei diritti di ogni singolo membro della famiglia umana. Qui è la più fulminante e commovente conferma del detto ex malo bonum. Anzi, in questo caso: ex maximo malo maximum bonum. La Dichiarazione universale del ’48 può essere letta come un quadro razionale di principi incondizionati o viceversa come un semplice strumento per la salvezza dell’uomo. Nel primo caso essa è, come è ovvio, assolutamente infondata e tutt’al più pateticamente parenetica. Se essa si pretende espressione di una Ragione incontrovertibile e assoluta, è affondata da quel che precede e anche da quel che segue nella storia. Ma essa è invece, crediamo, il parto di una madre più semplice, che dà parola a una ragione più umile e dialogica che non prescrive ma cerca le condizioni per la sopravvivenza e la salvezza dell’uomo. Nel preambolo della Dichiarazione si legge: «Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Questo primo capitolo, come il resto della Dichiarazione, si può leggere come un manifesto di buone intenzioni (che lasciano il tempo che trovano e lastricano le vie degli inferni totalitari) o, letteralmente, per quello che dice: che se non si lotta con tutti i mezzi disponibili (e realistici, certo) per la dignità e i diritti di tutta la famiglia umana, non è possibile la libertà, la giustizia e la pace. Quel testo è bello perché, aggirandosi per le stanze di quell’edifico, ci si accorge che è il cuore il padrone di casa, non il freddo intelletto, che i diritti umani poggiano su una legge del cuore, ultimamente sull’amore e invitano all’azione e non semplicemente a una algida contemplazione. Così come ci si accorge che su questa base il nucleo fondamentale della società mondiale è considerata la famiglia, e che la stessa società mondiale, come si è letto nel preambolo, non è concepibile se non come una famiglia. Questo primato della famiglia garantisce con forza che gli uomini e i loro diritti vengono prima degli Stati e garantisce anche contro un astratto individualismo. Il primato della famiglia fonda l’idea dell’uomo non chiuso come un atomo in se stesso, ma aperto, animale sociale, persona, e perciò pro-veniente non dal nulla ma da un passato che ha significato (la tradizione) e proteso perciò verso un avvenire che pure non è un nulla ma una prospettiva. A questa stregua la ragione non è un universale prescrittivo volto a limitare o censurare le particolarità (dal burqa alla croce) ma un umile strumento volto, come un tempo videro i romani, a riconoscere le diversità e regolarle in un ordine di convivenza in cui vi sia per tutti libertà religiosa, di pensiero, civile, economica, politica.
Ecco la bellezza e la grandezza di quel testo scritto in un momento importante: nel 1948. Certo, durante la guerra fredda, tutto si è dovuto sottomettere alla salvaguardia della pace. E la pace è anche oggi la priorità che richiede dialogo tra gli Stati e implacabile dissuasione di chi volesse incamminarsi lungo la via della distruzione attraverso la produzione di armi di sterminio di massa. È questa la condizione prima per la salvezza dell’umanità. Ma poi occorre lottare per i diritti umani. Prendiamo due esempi che sono oggi fondamentali. L’uno per così dire per estensione, l’altro per intensità. «La grande lotta del Ventesimo secolo tra libertà e totalitarismo finì con la vittoria decisiva delle forze della libertà - e di un solo modello sostenibile per il successo nazionale: libertà, democrazia, libera impresa economica. Nel Ventunesimo secolo solo le nazioni che condividono un impegno a proteggere i diritti umani fondamentali e a garantire la libertà politica ed economica saranno capaci di liberare le potenzialità dei loro popoli e assicurare la prosperità futura. La gente, dovunque, vuole poter parlare liberamente, scegliere chi la governerà, praticare il proprio culto come vuole, educare i propri figli, maschi e femmine, disporre di proprietà, godere i frutti del proprio lavoro. Questi valori di libertà sono giusti e veri per ogni persona, in ogni società e il dovere di proteggere questi valori dai loro nemici è il dovere comune dei popoli che amano la libertà in ogni parte del mondo e in ogni età». Con queste parole si apriva il documento della Casa Bianca intitolato «La strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti di America», settembre 2002. Il documento passato alla cronaca e alla storia come quello famigerato sulla guerra preventiva. Ebbene quel che conta e che ha diviso l’Occidente, al fondo, non è l’opportunità o meno di deporre con la forza Saddam. Quel che, ahimé, ha diviso e divide di più americani ed europei, è la convinzione, oppure no, che davvero tutti gli uomini credano e aspirino alla libertà, ai diritti, alla democrazia, e che insomma la stessa dichiarazione universale dei diritti non è arte declamatoria, parenetica ma strumento volto all’azione. Se si è convinti che tutti gli uomini, al fondo, hanno le stesse aspirazioni fondamentali che sono quelle che li sottraggono alla disumanità e li rendono umani e allora bisogna fare di tutto perché essi possano realizzare quelle loro aspirazioni e tutto quello che si riesce a fare a questo fine è cosa buona e giusta. L’abbattimento di un tiranno sanguinario e l’instaurazione di una democrazia, l’ingerenza democratica in Paesi che torturano o addestrano terroristi o preparano armi di distruzione di massa o affamano i loro figli, tutto ciò è cosa buona e giusta. Oppure si ritiene che valga ancora la legge cuius regio eius religio, meglio cuius regio eius jus e allora non solo si è indietro di secoli, ma si è ancora nell’evo chiuso dai bagliori dell’hitlerismo. In questo caso si considerano la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e altri documenti consimili come testi retorici e propagandistici. Un po’ alla vecchia maniera sovietica.
Il secondo esempio fondamentale, il secondo cleavage, è quello delle sfide poste dalla biotecnologia e segnatamente dalla questione dell’embrione. Questione acutamente posta in Italia dal referendum sulla legge 40 ma presente alla coscienza di tutte le società occidentali. Mille ragionamenti di carattere economico, demografico, psicologico, culturale possono e debbono esser fatti. E sicuramente saranno fatti. Una cosa va però in questo contesto affermata. I diritti umani, i loro principi e la loro storia pongono un grande ombrello protettivo a difesa dell’embrione. I diritti umani, la dichiarazione dei diritti universali dell’uomo parte infatti dal presupposto che ogni essere umano abbia diritti per il solo fatto di essere al mondo. Non ci sono altri fondamenti, altre prove da dare, altre facoltà da esibire, altre cittadinanze da ottenere previamente. Questa è la bellezza di quella carta cui tutti noi ci richiamiamo. Una bellezza che nasce dal fatto che essa riposa sull’amore. È infatti l’amore che «mette al mondo». Quella Carta, come si è detto, chiama non già all’edificazione di una società perfettamente umana ma alla lotta diuturna contro quanto vi è di disumano nelle nostre società. Ebbene l’embrione non è un essere umano «messo al mondo» da un atto di amore? Chi potrà negare ciò? E allora la lotta al disumano che è in noi non è nell’impedire che quanto al mondo venga denegato in ogni suo diritto, manipolato, annientato, magari eugeneticamente testato? Qui, a questo punto e solo a questo punto, torna, può tornare il richiamo a Hitler come al negativo da cui i diritti del Ventesimo secolo e del Ventunesimo sono nati per opposizione. Oggi come allora, infatti, c’è una tecnica che procede, una tecnica che può impaurire, che può distruggere o che viceversa può diventare alleata e sedersi al tavolo di un’umanità salvata. Questa è la materia del contendere. Non l’assistenza ai malati come fingono di credere alcuni in Italia. Il punto, il crocevia è questo: far avanzare una tecnica che non sia distruttiva ma che sia compatibile non astrattamente con la politica, ma con i diritti umani, con quelli dei più deboli tra tutti gli esseri venuti al mondo grazie a un atto di amore. Spiace, spiace molto che Marco Pannella, un uomo che ha dato molto alle battaglie per i diritti umani e liberali, quelle in cui è in gioco la lotta contro quel che vi è di disumano, culturalmente, socialmente, civilmente disumano, abbia potuto compiere una così brusca palinodia. Spiace, spiace molto che egli si rifiuti di vedere che qui, a differenza del passato, vi è di mezzo la tecnica, che qui vi è, da liberali, innanzitutto da porre un limite a un potere, a una grande potere, forse al sommo potere mondano oggi: quello della tecnica. La favoletta della scienza che opera sempre per il bene è una favoletta perché intanto è noto che così non è (vedi armi di sterminio) poi perché gli scienziati, che sicuramente risponderanno alla loro coscienza, rispondono comunque pure, e in modo stringente, alle industrie che lavorano nel settore, perché, e per fortuna aggiungo, non siamo nell’Ottocento. Si tratta di limitare, e regolare un potere, di impedire che la tecnica avanzi per carezze eugenetiche, significa al contempo operare perché la tecnica divenga invece alleata davvero della vita. Gli spazi per questo sono enormi. Il convergere già in atto tra tecnologia elettronica e biotecnologia potrà aiutarci in questi campi con una forza senza paragone più robusta che non quella che vorrebbe oggi indurci a scegliere tra diritti umani generali da una parte, diritti della donna o del malato dall’altra. È un ricatto questo, cui non si può sottostare, e spiace, spiace davvero esso sia proposto e imposto da un uomo stimabile come Marco Pannella. Non è la sua oggi la trincea da cui si difendono i diritti umani. È quella opposta.