Secondo uno studioso americano, Mark Helprin, autore di un articolo apparso recentemente nel Wall Street Journal (Beyond the Rim, 14 dicembre 2004), la Cina di Deng Xiaoping e dei suoi successori ha adottato il modello Meiji ed è nel mezzo di una fase storica simile a quella che il Giappone attraversò durante il regno dell’imperatore Mutsuhito fra il 1868 e il 1912. Meiji, in giapponese, significa «governo illuminato» e definisce il periodo durante il quale il Giappone, assediato e umiliato dagli Stati Uniti e dalle maggiori potenze coloniali europee, decise di rinunciare alla sua antica claustrofobia e di rinnovare le proprie istituzioni. Mutsuhito concentrò nelle proprie mani tutti i poteri dello Stato, abolì i feudi, creò le prefetture, instaurò il servizio postale, introdusse la leva militare obbligatoria, adottò il calendario gregoriano e nominò un ministro dell’Educazione a cui affidò il compito di organizzare l’istruzione universale. Fece in altre parole ciò che altri re e uomini di Stato, da Richelieu a Pietro il Grande, dal marchese di Pombal al conte duca di Olivares, avevano fatto in Europa fra il Seicento e il Settecento. Ma le riforme, nel caso del Giappone, furono realizzate a passo di carica. Una missione visitò l’Europa e l’America, studiò le istituzioni dei Paesi avanzati e produsse al suo ritorno un colossale rapporto che permise al Giappone negli anni seguenti di creare una flotta, un esercito, una Banca centrale, una Zecca, un sistema universitario, amministrativo e giudiziario modellati sull’Occidente. Fu un trionfo dell’illuminismo nel continente asiatico. Ma gli effetti di quella pacifica rivoluzione della modernità cambiarono qualche anno dopo gli equilibri politici del continente. Chi legge l’International Herald Tribune conosce probabilmente la rubrica In our Pages, dove appaiono brani di articoli pubblicati dal giornale cento, settantacinque e cinquant’anni fa. Quelli del 1904, nei mesi scorsi, descrivevano spesso gli scontri in Manciuria tra forze russe e giapponesi all’inizio della guerra che scoppiò l’8 febbraio di quell’anno quando il Giappone attaccò improvvisamente la flotta russa nella baia della città cinese di Lushun, meglio nota in Occidente come Port Arthur. Il Tribune segnalava le sconfitte russe, ma il suo corrispondente lasciava intendere che i successi dei giapponesi erano effimeri e che le forze dello zar avrebbero dimostrato ben presto ai loro nemici asiatici di quale pasta erano fatti gli eserciti europei. Le cose, come è noto, andarono diversamente. Con grande gioia di quello che sarebbe stato chiamato cinquant’anni dopo «il Terzo mondo» (vi furono manifestazioni di giubilo a Calcutta e a Bombay), i giapponesi distrussero la flotta nemica a Tsushima e costrinsero la Russia ad abbandonare le sue ambizioni imperiali in Corea. Comincia a Port Arthur nel febbraio del 1904 un capitolo della storia del mondo che si concluderà quarant’anni dopo con le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.
Il lettore avrà compreso a questo punto perché il confronto tra la Cina d’oggi e il Giappone dell’epoca Meiji abbia nell’articolo di Mark Helprin il senso di un ammonimento. Helprin appartiene a quel gruppo di realpolitiker (uno di essi è John J. Mearsheimer, autore di The Tragedy of Great Power Politics, pubblicato in italiano da Egea, la casa editrice dell’Università Bocconi) che non hanno mai preso sul serio gli «Stati canaglia» del Medio Oriente. Agli occhi di questi intellettuali dell’America neoconservatrice il vero pericolo, per gli Stati Uniti, non è a Baghdad e a Teheran, ma a Pechino. Helprin, in particolare, è convinto che la guerra americana in Iraq, benché necessaria, stia offrendo ai cinesi l’occasione di stringere rapporti con Paesi (l’Iran, ad esempio) che si considerano minacciati dagli Stati Uniti e atteggiarsi in tal modo a potenziale leader di un fronte antiamericano. Nella conclusione del suo articolo si chiede perché l’America non faccia nulla per «prevenire, affrontare e scoraggiare lo sviluppo della potenza militare cinese». Helprin crede, evidentemente, che lo straordinario sviluppo della Repubblica popolare negli ultimi vent’anni sia soltanto il primo stadio di un processo destinato a creare nel mezzo dell’Asia una potenza imperiale con cui l’America dovrà, prima o dopo, fare i conti. Queste profezie suggeriscono una riflessione sui confronti storici, apparentemente dotti e obiettivi, ma quasi sempre diretti a dimostrare le tesi e i pregiudizi ideologici dell’autore. Basta isolare alcuni fattori, escludere gli altri, dimenticare i mutamenti culturali intervenuti fra l’avvenimento passato e la situazione presente: ed ecco che il confronto diventa calzante, convincente, ottima materia prima per i memorandum e le profezie dei guru e degli spin doctor di cui sono piene le corti moderne. Nel caso della Cina Helprin trascura una fondamentale differenza. Il Giappone dell’epoca Meiji era un piccolo Paese, caratterizzato dalla lealtà all’imperatore e da una forte coesione nazionale. Il fattore che maggiormente contribuì al successo della politica riformatrice di Mutsuhito fu la disciplina sociale. La Cina è in condizioni completamente diverse. Le riforme economiche di Deng hanno dato risultati straordinari e creato una classe media che si compone, secondo alcuni osservatori, di circa trecento milioni di persone. Ma hanno esasperato il divario fra i ceti favoriti dalla crescita economica del Paese e quelli lasciati ai margini dello sviluppo. Esiste ormai un ribellismo sociale che ha assunto in questi anni fenomeni inquietanti e ha provocato nel corso del 2003, secondo fonti di polizia, non meno di 60 mila proteste. Le inondazioni (un’antica piaga cinese), la pressione fiscale, la povertà e il sequestro di terre agricole per usi industriali suscitano piccole rivolte che il partito e le forze dell’ordine cercano di controllare, ora con accordi e compromessi, ora con la repressione. È relativamente facile colpire il dissenso quando esso si concentra nella capitale, come accadde a Tienanmen nel 1989. È assai più difficiale contrastare un malumore diffuso che si manifesta in forme spontanee e imprevedibili. Ed è impossibile riassorbire in breve tempo una popolazione nomadica costituita, sembra, da 130 milioni di senzatetto vaganti per le città alla ricerca di un lavoro e privi di qualsiasi protezione sociale.
Ciò che accade in Cina è il risultato di una contraddizione che avevamo osservato sin dagli inizi. Il regime ha liberalizzato l’economia, legalizzato la proprietà privata, modificato gli statuti del partito per accogliervi i rappresentanti dei ceti emergenti e tollerato forme di libertà che sarebbero parse, all’epoca di Tienanmen, inammissibili. Ma controlla la società, reprime il dissenso e si riserva il diritto d’intervenire brutalmente ogniqualvolta lo ritiene necessario. È economicamente liberale, ma politicamente totalitario o, quanto meno, fortemente autoritario. La contraddizione è comprensibile. La Cina ha alle sue spalle un secolo di guerre civili, disordini sociali, pronunciamenti militari. E non dimentica ciò che accadde in Unione Sovietica quando Gorbaciov perdette il controllo del partito e il partito quello della società. Sino a quando gli parrà necessario, il regime continuerà quindi a essere un centauro o, meglio, una sfinge: per metà cervello e saggezza, per metà zoccoli e artigli. Ed è impossibile escludere che ceda un giorno alla tentazione di servirsi del nazionalismo, soprattutto nella questione di Taiwan, per assicurare la compattezza della società nazionale. L’Europa e l’America hanno quindi buone ragioni per essere preoccupate. Ma non possono dimenticare alcuni fattori. In primo luogo la Cina è diventata ormai uno dei perni intorno ai quali ruota l’economia mondiale. Attira capitali. Acquista materie prime, beni strumentali e prodotti di consumo. Acquisisce e controlla industrie straniere (una delle ultime è Blue Moon, i personal computer di Ibm). Ha dato ossigeno all’economia tedesca in uno dei suoi momenti più difficili. È membro dell’Organizzazione mondiale del commercio e sembra decisa ad applicarne le ragole. È diventata il mercato di riferimento per alcune commodities, soprattutto in America Latina. Sostiene con i dollari delle sue esportazioni il debito esterno degli Stati Uniti. Possiamo forse pretendere che un Paese di tale dimensioni e ambizioni si pieghi ai desideri dei neoconservatori americani e rinunci a essere «potenza»? In un articolo recente (What if things go wrong in China?, International Herald Tribune dell’11-12 dicembre 2004) William Pfaff ha scritto che «il regime è in attesa della sua crisi politica» e ha aggiunto: «Uno di questi giorni qualcosa accadrà». Ha ragione. Ma le paure e le reazioni dei realpolitiker americani potrebbero rafforzare la posizioni dei gruppi nazional-comunisti in Cina, giustificare il loro sciovinismo, rendere il futuro ancora più tempestoso. E tutto ciò accadrebbe, per di più, sulla scorta di un discutibile confronto storico.