archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

BUSH/La sua dottrina è la Carta dei diritti dell’uomo del nuovo secolo

LIBERAL BIMESTRALE
di Gianni Baget Bozzo
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

Torna al sommario
cop28alle_th

 

Un uomo è la sua occasione storica. Ciò è vero in particolare quando un uomo diviene presidente degli Stati Uniti. George W. Bush aveva scelto fin dall’inizio una linea tradizionale conservatrice ma dando a essa un carattere sociale: la conservazione compassionevole. L’occasione storica è stata l’11 settembre 2001 quando il presidente americano ha dovuto affrontare la sfida del terrorismo islamico. Esso poneva in luce la figura simbolo degli Stati Uniti come espressione del mondo occidentale e del sistema di potere nel mondo. L’America è divenuta l’unica grande potenza militare, il suo raggio d’azione si estende su tutto il mondo. L’attaccamento di Bush alla tradizione americana e alla sua religione civile lo rendeva particolarmente adatto ad accettare la sfida, ne seguì l’azione in Afghanistan e poi in Iraq. Questa seconda fu la scelta più decisiva perché investiva un Paese non direttamente implicato nel terrorismo ma che costituiva egualmente un elemento di pericolo per tutta l’area mediorientale visto il suo carattere autoritario e la sua tendenza a intervenire fuori dai suoi confini. Bush contrappose al dittatore iracheno l’idea di portare la democrazia anche nell’area mediorientale. Un’idea in cui egli ottenne il consenso dell’elettorato anche quando risultò che la convinzione comune sul possesso di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa, era infondata e la guerra irachena si dimostrava più dura e difficile del semplice abbattimento del dittatore. Egli è riuscito così a concentrare l’attenzione degli americani sull’espansione della democrazia nel mondo come fine politico degli Stati Uniti, affermando quindi l’universalità della cultura occidentale di libertà e democrazia. Egli ha cioè fatto appello in modo particolare alla tradizione cristiana americana ponendola come fondamento della figura del suo Paese. Dinanzi alla sfida terroristica vi fu, negli Stati Uniti, un sussulto spirituale analogo a quello avvenuto dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour. L’America era stata colpita sul suo territorio ed era colpita come simbolo di una civiltà cristiana e occidentale; ciò era una ribellione contro tutto ciò che costituiva, grazie all’America, l’ordine civile del mondo. Occorreva rispondere sul medesimo livello e cioè con una dottrina religiosa e civile a un tempo che fosse in grado di rispondere al terrorismo islamico sul suo medesimo terreno. Questa è stata la risposta di Bush, assai diversa da quella del presidente suo padre che aveva pensato a una guerra interamente nel quadro delle Nazioni Unite e non capace di affrontare il problema di un impegno americano di un ordine democratico nel mondo. Perciò Bush ricorse alla tradizione cristiana americana che poteva offrire motivazioni di valore spiritualmente obbliganti. Ciò ha dato origine alla dottrina Bush come la chiama il neo fondatore del neopensiero conservatore americano Norman Podhoretz. Il primo principio è quello di ridare alla lotta politica e militare una validità morale riprendendo i concetti in chiave politica di male e di bene. Nessuno può negare che il terrorismo sia un male e che male sia l’odio contro ciò che ha fatto l’essenza dello sviluppo umano della civiltà occidentale. Non è possibile combattere una lotta contro chi si pone come portatore di un assoluto odio se non scatenando una passione analoga per la difesa di ciò che è odiato. La libertà consente e difende tutte le idee ma presuppone che almeno una sia difesa in modo assoluto, l’idea stessa della libertà. Può essere essa considerata come un bene assoluto se è oggetto di un odio assoluto? Quello che Bush riuscì a infondere negli americani fu la convinzione, certo in sé discutibile, che il loro sistema politico ed economico fosse finito come la parte del bene: ma può la politica non essere retta dal sentimento del bene quando essa si trova di fronte a sfide così radicali? Ciò non significa la perdita del senso della relatività di ogni discorso umano ma rende chiaro che si richiede un forte investimento emotivo per far fronte a una guerra totale. La percezione del carattere di sfida totale del terrorismo islamico, cioè della possibilità che venisse messo in gioco il sentimento di coerenza con l’Islam dell’azione terrorista fu chiaro. Un atteggiamento di debolezza dell’azione americana di fronte a questo fatto avrebbe determinato un sentimento di potenza da parte di tutte le forze del mondo islamico e altrove interessate a una decadenza dell’ordine civile mondiale in cui l’America ha il fondamento. Saldare un valore assoluto a un giudizio politico è un’operazione difficile che solo un radicale stato di eccezione rende inevitabile. Il secondo elemento della dottrina Bush è la connessione che esiste tra il terrorismo e gli Stati a regime non democratico e in particolare con l’Iraq di Saddam Hussein. Questo era il punto più difficile della dottrina perché le connessioni tra il regime di Saddam Hussein e il terrorismo arabo non erano provate: e risultò non provata anche la convinzione comune che l’Iraq possedesse armi di distruzione di massa. Ma è significativo che gli americani abbiano scelto di votare Bush per un secondo mandato e di sostenerlo quando l’intervento in Iraq si è rivelato molto più sanguinoso di quanto preventivato quando venne deciso. Quello che in Iraq si manifestava era proprio il terrorismo islamico nel suo rigore. La guerra contro Saddam diventava una guerra contro Al Qaeda combattuta nel cuore del mondo islamico e proprio sui temi posti da Bush. Al Zarqawi conduce la guerra in Iraq specificamente contro la democrazia mentre le elezioni sono sostenute da sciiti e da curdi, cioè dalla maggioranza della popolazione. Lo scontro sul terreno dello Stato ha reso più chiaro l’impegno americano per la democrazia nel mondo arabo, ha indicato cioè la connessione degli Stati Uniti con la causa del progresso civile dei popoli musulmani. Avere rischiato e versato il sangue per la causa della libertà dei popoli musulmani per il diritto delle libere elezioni in Iraq è divenuto un problema messo all’ordine del giorno dalla politica mondiale. Bush ha capito che non si poteva limitare la guerra ai terroristi solo ai terroristi ma che bisognava affrontare il problema dello sviluppo civile nel mondo musulmano all’interno dei singoli Stati. E se si pensa che ciò avviene in una nazione che aveva sofferto la sindrome del Vietnam si può capire come la rielezione di Bush, mentre la guerra irachena è in corso, abbia significato un mutamento nella temperie spirituale degli Stati Uniti.
Il terzo principio è stato quello della guerra preventiva, cioè di poter sparare il primo colpo quando si giudica che il conflitto sia inevitabile. Ciò non toglie il carattere difensivo alla guerra quando questa è moralmente ritenuta come inevitabile. Ciò comportava la messa in luce della crisi del sistema delle Nazioni Unite come mezzo per evitare la guerra componendo i conflitti: ma le crisi di legalità in Europa e in Africa avevano messo troppo spesso in luce l’inefficienza delle Nazioni Unite come sistema preventivo per far valere di nuovo quel diritto dello Stato all’autodifesa che era stato riconosciuto dalla stessa carte delle Nazioni Unite. Ciò diede luogo a una singolare contestazione del presidente Bush da parte della grandi Chiese cristiane negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Proprio il presidente che sosteneva l’ispirazione religiosa della politica venne criticato dalla maggioranza delle Chiese cristiane che ritennero infondata la dottrina della guerra preventiva. Bush dovette far valere il principio di eccezione, non solo nell’ordine politico, ma nello stesso ordine religioso. Questo mostra il carattere di natura di equilibri consolidati anche sul piano morale che Bush ha affrontato per rispondere alla sfida epocale del terrorismo islamico. Il terrorismo islamico costituiva un principio eversivo sul piano della forza e al tempo stesso sul piano della dottrina, sosteneva la non comunicabilità del progresso occidentale ai popoli islamici, negava il carattere universale dei principi su cui si regge il mondo, quello della comunicabilità delle civiltà, intendeva fare del mondo islamico un quartiere separato rispetto al resto del mondo. Il quarto principio della dottrina Bush secondo Podhoretz è la soluzione del conflitto palestinese con il riconoscimento dello Stato palestinese stabilito con coordinamento democratico e che riconosca l’esistenza dello Stato di Israele. Questo principio ha avuto possibilità di attuazione, ora che Arafat non è più alla guida dei palestinesi e il nuovo leader Abu Mazen mostra di essere disposto a reagire contro i movimenti terroristici all’interno dell’Olp. È dubbio che ciò sarebbe stato possibile senza l’intervento americano in Iraq che ha mostrato la qualità e il coinvolgimento degli Stati Uniti nel Medioriente. La dottrina Bush ha così posto il problema della legittimità politica dell’ordinamento internazionale, ha posto la democrazia come una qualità nuova nel riconoscimento dell’appartenenza di uno Stato alla comunità mondiale. Ciò era già avvenuto con la carta dei diritti dell’uomo. Lo sviluppo della città tecnologica ha provato che è possibile comunicare le qualità dello sviluppo civile a ogni uomo e che ogni uomo lo desidera. ha stabilito che la democrazia dei diritti umani rende quegli stessi diritti diversamente comunicabili e che la città tecnologica rende inevitabile l’estensione perché essa realizza la virtualità dell’uomo solo e l’universalità della conoscenza.

 

web agency Done Communication