archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Il Capitale di Karol Wojtyla

LIBERAL BIMESTRALE
di Michael Novak
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

Torna al sommario
cop32col_th 
Nel pensiero sociale cattolico relativo all’economia è sempre in fieri. Esso si basa, infatti, in buona parte, sull’esperienza maturata nel confrontarsi a realtà problematiche, come sottolinea Giovanni Paolo II nella parte iniziale della Centesimus Annus.(1). In verità, nell’Enciclica del 1991, il Papa si proponeva proprio di illustrare i progressi compiuti da quella dottrina nel corso del secolo precedente. Egli ha inoltre dedicato l’intero capitolo 3 agli insegnamenti da trarre dai drammatici avvenimenti accaduti in un solo anno, il 1989, che vide tra l’altro il crollo del Muro di Berlino. Il Papa non credeva, come invece ritenevano in molti, che per far crollare il comunismo fosse necessario un «miracolo». Egli lo considerava un sistema dalle fondamenta imperfette, il cui destino era segnato dalla sua stessa negazione di Dio e della vocazione divina dell’uomo. Aveva una visione troppo riduttiva e ristretta della realtà umana, una visione eccessivamente distorta della persona umana. Disconosceva il ruolo dell’uomo in quanto soggetto individuale di riflessione, decisione e azione(2). Nel 1891, Papa Leone XIII aveva evidenziato come il socialismo fosse fondato su basi errate e come i suoi effetti sull’«Uomo socialista» fossero destinati ad avere conseguenze distruttive(3). Il socialismo era una macchina destinata all’autodistruzione. Non v’era quindi bisogno di un miracolo per distruggerla: sarebbe stato sufficiente il tempo.

Dalla «Teologia della liberazione» alla «Teologia della creazione»
In realtà, a iniziare dalla sua prima Enciclica sulle questioni economiche, la Laborem Exercens (1981), il Papa compì due passi decisivi di allontanamento dal socialismo. Innanzitutto, egli modificò la metafora sottesa ai meccanismi della vita economica, trasformandola da «liberazione» in «creazione»(4). In tal modo, passava da un’impostazione passiva, caratterizzata dal risentimento, a un approccio attivo, inventivo e costruttivo. Il problema inerente la metafora della «liberazione» consiste nel fatto che identifica la causa della povertà nell’«oppressione» esercitata da altri, una forza, quindi, esterna alla persona. Essa alimenta pertanto sentimenti quali il risentimento, l’ostilità e la rabbia nei confronti dell’oppressore «esterno». Se soltanto si distruggesse l’oppressore, insinua tale dottrina (e a volte lo dice a voce alta), tutto si sistemerebbe, come per magia. Per converso, la metafora della «creazione» rappresenta la causa della povertà quale normale stato della vita umana, stato in cui uomo e donna non si sono ancora destati e non sono attivi. Dio ha reso la sua creazione ricca di possibilità per gli esseri umani, ma soltanto a patto che donne e uomini operino per scoprire nuove possibilità e renderle attuabili. La ricchezza deve essere creata con «il sudore della fronte»(5). Gli esseri umani devono imparare a divenire creatori, a immagine del loro Creatore(6). In parte, è questa la ragione per cui Dio ha creato l’uomo a propria immagine e somiglianza. L’uomo deve imparare a essere attento, a essere intelligente, acquisire acume, elaborare ipotesi, sperimentare e, quindi, creare nuovi prodotti, prima inesistenti. È questa, sosterrà successivamente il Papa (nel 1991), l’origine della ricchezza: l’abilità tecnica, la conoscenza e la capacità di realizzare e fare cose(7). Chi guarda all’economia attraverso la lente della «liberazione» spesso asserisce, come abbiamo sentito fare in passato, che la semplice distruzione degli «oppressori» procuri ricchezza. Naturalmente, ciò non avviene mai. I sostenitori della liberazione non hanno nulla da dire - né su come si crei ricchezza, né riguardo ai grandi limiti allo sviluppo economico causati dal mancato ingresso in campo dell’ingegnosità e della creatività dell’uomo. Inoltre, questi non comprendono che l’ingegnosità e la creatività dell’uomo risiedono, in primo luogo, nella persona umana individuale - dal punto di vista teologico, nell’imago Dei codificata nelle capacità d’azione dell’uomo e, dal punto di vista economico, nella capacità di iniziativa e scoperta dell’uomo, nonché nella sua volontà creativa.

Il diritto dell’uomo all’iniziativa economica personale
Ho scritto un saggio che il Papa ebbe modo di leggere sul quotidiano cattolico polacco Tygodnik Powszechny, in cui si sosteneva che Karol Wojtyla fosse destinato, proprio in ragione del suo punto di partenza, a giungere a una comprensione sempre più profonda del «capitalismo». I primissimi inizi del Papa sono costituiti dal suo libro sulla filosofia dell’agire umano, libro che egli scrisse durante il Concilio Vaticano secondo e che fu pubblicato nella versione in inglese con il titolo The Acting Person (Persona e Atto). In quel libro analizzava come, diversamente dagli altri animali, l’uomo sia in grado di riflettere sul proprio passato, di provare rimpianti rispetto a parte di esso e di riflettere altresì sulle possibili alternative future, soppesandole e optando per alcune di esse. In altri termini, l’uomo è capace di operare riflessioni e scelte. L’essere umano non si comporta seguendo semplicemente i propri istinti naturali: egli agisce - è un centro che dà luogo a nuove linee d’azione, può mutare direzione, è responsabile del proprio futuro: una sorta di creatore. Invero, questo pensiero costituì senz’altro l’impeto sotteso alla prima enciclica Laborem Exercens sulla creatività. Ma esso ebbe ulteriori implicazioni, che il Papa andò elaborando molto lentamente. Da un lato, la concezione filosofica di Wojtyla della persona umana, questa antropologia, se mi si consente, aiutò il giovane Vescovo a sostenere le sue forti argomentazioni contro i comunisti di Cracovia. «Dite che il vostro principio ispiratore è costituito dal lavoro e dai lavoratori. Ma cosa avete da dire riguardo alla parte del lavoro relativa alla soggettività dell’uomo?». Egli sembrava proseguire: sapete parlare soltanto della parte materialistica, esterna. Conta il numero di travi a doppia T che escono dallo stabilimento, ma non fate alcun riferimento alla loro qualità. Cosa credete che provi l’operaio, che ha riversato parte della sua vita, delle sue emozioni e del suo intelletto nell’opera che realizza, soltanto per poi vederla uscir fuori difettosa e inutile, vederla arrugginire in grandi cumuli accanto allo stabilimento, soltanto perché quel prodotto non ha mercato? Cosa credete che provochi tutto questo nell’anima dell’operaio? Sul soggetto uomo non avete nulla da dire. Fu difficile per i comunisti di Cracovia rispondere a questa serie di domande. Erano imbarazzati. Ma queste riflessioni condussero il Papa anche oltre. Nella sua seconda Enciclica sull’economia, la Sollicitudo Rei Socialis (1987), egli sottolineò infatti come la soggettività dell’uomo sia costituita anche da una dimensione sociale e da una dimensione personale(8). Trattando gli individui come semplici rotelle di un ingranaggio e assumendo il pieno controllo dei mezzi di comunicazione (anche quando molti in Polonia riuscivano a ricevere il segnale radiotelevisivo da Paesi limitrofi occidentali), i comunisti hanno fatto sì che esseri umani veri e vivi si sentissero come bestie, come automi, privi di consapevolezza e di potere decisionale proprio(9). I comunisti cercavano di cancellare persino la coscienza nazionale della popolazione. Non riconoscevano che una società umana ha una propria dimensione di soggettività sociale, la propria coscienza di sé. Questa seconda forma di soggettività deve essere considerata unitamente alla coscienza di sé personale del soggetto.
Così il Papa ridusse al silenzio i critici comunisti, evidenziando due forme diverse di autocoscienza dell’uomo, quella personale e quella sociale, realtà che i comunisti non potevano negare, essendo al contempo obbligati dal loro stesso materialismo a cercare di soffocare entrambe. Tuttavia, il loro sarebbe stato - li ammonì il Papa - uno sforzo vano. Grazie alle sue riflessioni su «persona e atto», il Papa giunse anche a una terza argomentazione. Nel trattare gli operai come ingranaggi di un meccanismo, come parti insipienti delle dinamiche produttive, i comunisti ne disconoscevano le aspirazioni creative. Ciascun individuo, asserì il Papa nella Sollicitudo Rei Socialis, ha il diritto fondamentale all’iniziativa economica personale(10). Perché ciascuno è stato creato da Dio stesso per essere un creatore, una imago Dei. In termini puramente filosofici, gli esseri umani sono per natura creatori, attori responsabili di una commedia della libertà, inventori, introduttori di nuove possibilità nella storia. Il problema del socialismo e del comunismo, dice Giovanni Paolo II con crescente chiarezza, è costituito dalla loro antropologia striminzita(11). Non sono degni dell’uomo e col tempo verranno accantonati. D’altro canto, anche la visione del capitalismo del Papa mutava ed egli spingeva oltre le premesse iniziali. Nella Laborem Exercens, aveva descritto il «capitale» come sempre una questione di cose, quali il denaro, i macchinari e gli strumenti materiali della produzione. Quindi, si trattava sempre di qualcosa situato al di fuori dell’uomo, qualcosa di pre-umano e inferiore. Successivamente, però, intento a scrivere la Sollicitudo Rei Socialis, egli iniziava a collegare il «capitale» alla capacità soggettiva della persona di immaginare un nuovo futuro, acquisire nuove capacità, nuove conoscenze e creare(13). In altri termini, iniziava a concepire una nuova idea di «capitale sociale» e persino quella di «capitale interno» della mente umana e dell’abilità acquisita. Tale prospettiva lo indusse a maturare un modo nuovo di concepire il capitalismo e, più in generale, di vedere l’economia contemporanea(14). In realtà, diversamente da quanto fecero molti analisti, il Papa mostrò una decisa tendenza a individuare, quale elemento chiave del sistema contemporaneo oggetto della sua approvazione, non tanto il «mercato», un meccanismo impersonale, bensì, piuttosto, l’ingresso in campo dell’iniziativa dell’uomo, del lavoro di squadra, della cooperazione e della creatività. In altre parole, qualità del capitale umano, sostenute dalle giuste istituzioni, tra cui il principio della legalità.
Mi si consenta di dire che questa è una visione più simile a quella che abbiamo in America (almeno, al di fuori delle università. Infatti, il pensiero sociale di molti dei nostri professori si ispira all’Europa socialista, socialdemocratica e eminentemente anticapitalista). L’attività primaria dei pionieri americani consistette nel fondare nuove comunità ove non ne erano mai esistite; si trattò in un primo momento di villaggi, che divennero soltanto in seguito cittadine e città. Alcuni degli insediamenti originari non riuscirono a prosperare e scomparvero. Quelli che resistettero, furono in grado di farlo grazie ad attività economiche produttive fiorenti, attorno alle quali prosperava l’economia della zona in cui sorgevano. È per questo che gli americani annettono tanto valore all’attività economica. È l’elemento che fa la differenza tra scomparire e sopravvivere, tra prosperità e privazione. Vi sono ragioni per ritenere che il Papa desiderasse che la sua nuova enciclica del 1991 fosse ben accolta in America e, in effetti, sembrò essere, sebbene a grandi linee, più in linea con lo spirito americano e meno omogeneamente in linea con quello collettivistico europeo, rispetto a qualsiasi altra enciclica precedente. Il rilievo dato all’uomo in quanto soggetto, alla creatività, alle conoscenze, al lavoro di squadra e alla cooperazione aveva un accento di verità alla luce dell’esperienza americana.

Il triplice sistema della libertà
Anche prima del 1991, il pensiero sociale ed economico del Pontefice si avvicinava a una visione ampia e alquanto nuova per la Chiesa cattolica, spingendosi molto oltre rispetto alle conclusioni formulate in precedenza. Sebbene coerenti con la dottrina del passato, gli insegnamenti del Papa dimostrarono come la dottrina cattolica avesse radici molto più profonde in una visione fenomenologica della «persona agente» di quanto fosse stato sino ad allora messo in evidenza. Nell’enciclica Centesimus Annus (1991), il Pontefice riuscì a porre la propria ampia visione dinanzi a quella universale della Chiesa, sforzandosi di mostrarne le radici affondate nel passato e di spiegare perché su certi punti specifici egli spostasse in avanti i limiti delle conclusioni precedenti in maniera tanto significativa. Oltre a riassumere i punti illustrati in precedenza, la Centesimus Annus li applicava a diverse problematiche economiche specifiche che il pensiero cattolico aveva trattato molto meno bene in passato. Tra questi, il ruolo delle società di capitali(15), del profitto(16), dello Stato sociale(17), il principio di sussidiarietà(18), l’obiettivo della «piena occupazione»(19), un’equa retribuzione(20), e l’interazione tra l’interesse personale correttamente inteso e il bene comune(21). Ad esempio, se il Concilio Vaticano secondo con la Gaudium et Spes(22) aveva individuato nella sua visione delle attività economiche i lavoratori, la dirigenza e i padroni quali elementi chiave, Giovanni Paolo II reintroduceva e poneva l’accento sul ruolo dell’imprenditore (un soggetto prediletto anche da Pio XII). Ancora una volta, mentre la Gaudium et Spes esprimeva approvazione incondizionata per lo Stato assistenziale, nella Centesimus Annus se ne faceva un’aspra critica(23), forse influenzata dall’esperienza dell’appropriazione da parte della mafia, nell’Italia meridionale, dello Stato sociale, ma senz’altro anche alla luce degli sviluppi negativi registrati ovunque, nell’esperienza sociale successiva agli anni Sessanta. In ogni caso, il Pontefice spinge in avanti la visione autorevole della Chiesa e lo fa sempre nella direzione di un maggior apprezzamento degli esempi migliori dell’economia contemporanea libera e creativa, che consente di ampliare gli ambiti della prosperità fino a includere tutti(24). Naturalmente, il Papa non ritira le aspre critiche agli abusi del capitalismo (o di qualsiasi altro sistema) che ignori o ferisca la dignità dell’uomo(25). Non assume una visione panglossiana, eccessivamente ottimistica o rosea del capitalismo (né di alcun altro sistema), ma è assolutamente realistico ed esigente dal punto di vista morale. Infatti, al paragrafo 42 dell’Enciclica, un punto cruciale del testo, dopo essersi chiesto per la terza volta se i vescovi di tutto il mondo che dal 1989 gli chiedevano se la caduta del socialismo significasse per loro dover abbracciare la fede opposta, cioè il capitalismo, egli risponde con parole magistralmente calibrate: «Se con “capitalismo” si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di “economia d’impresa”, o di “economia di mercato”, o semplicemente di “economia libera”. Ma se con “capitalismo” si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa»(26). Qui il Pontefice delinea in maniera schematica il triplice sistema della libertà, del quale il capitalismo (o l’economia di mercato) costituisce soltanto una delle tre componenti e necessita di essere moderato dalle altre due, così come esso le controlla: 1) lo Stato libero, costituzionale, regolato dal principio della legalità; 2) il libero mercato, l’economia di mercato e l’economia d’impresa, cui spetta il compito di far uscire i poveri dalla povertà tramite la creatività; 3) il sistema culturale e morale, che orienta l’utilizzo della libertà e della creatività verso il bene comune delle persone libere. Si tratta di una visione alquanto profonda della società libera. È un’estensione funzionale dell’analogia separazione dei tre rami del potere (esecutivo, legislativo e giudiziario). I controlli e gli equilibri tra i tre sistemi della libertà (politico, economico e morale/culturale) ne spiegano la forza e la longevità.

E Benedetto XVI?
Il nuovo Papa proseguirà sul cammino tracciato, con un solco molto profondo, da Papa Giovanni Paolo II, radicato in una nuova sintesi di analisi fenomenologica tomistica e contemporanea? Al Tomismo, la fenomenologia aggiunge una visione più attentamente articolata della soggettività e interiorità dell’uomo, che ha consentito a Wojtyla di giungere a una comprensione molto più profonda dell’essere umano. Il Cardinale Ratzinger è sempre stato chiaramente più agostiniano nel suo approccio alla teologia rispetto alla maggior parte dei teologi del secolo scorso, tra i quali si registrava una maggiore tendenza a seguire San Tommaso che Sant’Agostino. Non va dimenticato che l’Habilitationsschrift del giovane Ratzinger è uno studio su San Bonaventura, lo studioso francescano di Agostino, più un teologo del cuore e dell’uomo di quanto non lo fosse San Tommaso, teologo eminentemente (ma non soltanto) della mente, come suggerisce la sua Dottrina Angelica. Per questa e altre ragioni, possiamo prevedere che Papa Benedetto XVI farà eco alle investigazioni sull’uomo condotte da Papa Wojtyla e delle quali egli ha arricchito la tradizione Tomistica. Eppure, considerando gli studi su Agostino condotti con devozione dal giovane Ratzinger, potremmo supporre che abbia una visione particolarmente profonda e sfumata delle devastazioni del peccato e della debolezza sul comportamento dell’uomo. Il peccato è un aspetto della vita umana sul quale Papa Giovanni Paolo II non ha posto particolarmente l’accento. Forse perché sotto i regimi nazista e comunista egli riteneva che non ci fosse molta necessità di enfatizzare tale tematica, mentre v’era un disperato bisogno di dare risalto alle ragioni di speranza e all’azione, nonché all’attività risanatrice di Dio nel mondo. Sta di fatto che Giovanni Paolo II ha posto l’accento sulla speranza e non sul peccato. Tuttavia, ai fini della comprensione dell’architettura della repubblica democratica, così come di quella del capitalismo e del pluralismo morale/culturale, è essenziale comprendere pienamente le realtà della debolezza, della fragilità e dell’instabilità dell’uomo. La repubblica democratica si fonda su due premesse. Una consiste nel fatto che gli esseri umani vengono feriti talmente profondamente dal fallimento morale che è necessario istituire un sistema di controllo ed equilibrio a protezione della repubblica. La seconda è che gli esseri umani sono sufficientemente buoni, onesti e rispettosi della legge da rendere possibile l’istituzione di una repubblica funzionante. Per dirla con le parole schematiche di Reinhold Niebuhr, «la capacità di giustizia dell’uomo rende possibile la democrazia; ma la propensione dell’uomo all’ingiustizia rende la democrazia necessaria»(27). Tutti gli esseri umani peccano una volta. Quindi, un sistema di controlli ed equilibri è necessario in ogni ambito. D’altro canto, gli uomini sono spesso sufficientemente generosi, creativi e buoni da non rendere chimerica la prospettiva dell’autogoverno repubblicano(28). Perché, ad esempio, per il capitalismo è essenziale che vi sia concorrenza tra le aziende? Perché è nella natura stessa delle aziende trarre il più ampio giovamento dal monopolio. Nel contempo, la migliore difesa contro il monopolio è costituita da tre componenti: l’ingresso libero di aziende nuove e già esistenti in nuovi mercati; scoperte e invenzioni d una concorrenza di mercato leale, rispettosa delle regole. In altri termini, le tre forme di concorrenza summenzionate rappresentano i principali ostacoli al monopolio. Perché la maggior parte dei pensatori e dei critici favorevoli al capitalismo tende ad avere poca fiducia nella funzione regolatrice dello Stato? Perché anche lo Stato esercita il potere del monopolio e agisce come un monopolio. «Chi controlla i controllori?»(29). Anche la concorrenza costituisce un elemento di tutela contro l’eccesso di potere dello Stato. Perché coloro i quali propendono per il mercato devono fare tanta fatica per fare in modo che il mercato resti aperto, fluido e dinamico? Perché esistono molti interessi che cercano di costituire piccoli monopoli in una nicchia di mercato, in un settore, o in una data area geografica.

Due previsioni probabilmente avventate
Sulla base di principi generali, mi sia consentito fare due previsioni, forse avventate, riguardo al pensiero sociale futuro di Papa Benedetto XVI. Diamo innanzitutto per accettata la mia asserzione secondo cui il pensiero sociale cattolico necessita di uno studio molto più approfondito della realtà empirica delle tendenze peccaminose degli Stati e delle singole aziende (o intere industrie) - «peccaminosa» nel senso che tutti questi soggetti tendono ad accrescere i propri interessi illegittimamente a detrimento degli altri. Credo allora che si possa anche prevedere che la formazione agostiniana di Benedetto XVI lo ponga in una buona posizione analitica per spingere in avanti la dottrina sociale papale, nel senso dell’entropia morale che costituisce la legge di tutte le istituzioni. «Tutte le cose umane, se si dà loro abbastanza tempo, finiscono male»(30). In secondo luogo, osserviamo insieme come le origini di gran parte del pensiero sociale cattolico dal 1875 circa possano essere rintracciate in un’area situata al centro d’Europa e delimitata approssimativamente dalle città di Torino, Monaco, Colonia, Bruxelles, Parigi e Marsiglia. In altri termini, la fantasia e il raziocinio del pensiero sociale cattolico sono stati essenzialmente eurocentrici e piegati ai venti dominanti delle esperienze, dei pregiudizi e delle preferenze europei. Il pensiero sociale cattolico ha assunto un atteggiamento di diffidenza nei confronti dell’individuo, ma ha adottato una visione romantica dello Stato forte. Per dirla in altre parole, i principali esponenti del pensiero sociale cattolico hanno giudicato ripugnanti in maniera eccessivamente acritica le teorie liberali, ritenendo invece irresistibilmente attraenti quelle socialdemocratiche e persino socialiste. Il pensiero sociale cattolico ha una visione romantica della solidarietà e non tiene conto degli abusi della solidarietà quali quelli del fascismo. Dimostrando chiusura mentale, ha assunto una posizione ostile nei confronti dell’individuo, non riconoscendo che ciascuna persona ha doveri e diritti individuali inalienabili. Ha attribuito una valenza eccessiva all’uguaglianza, persino alla sicurezza, annettendo invece un’importanza troppo scarsa alla libertà, alla creatività e al rischio. Il pensiero sociale cattolico necessita di maggiore equilibrio in materia di riconoscimento del ruolo degli individui liberi nel rafforzamento della comunità e del contributo delle comunità all’alimentazione dell’individualità e dell’essere persona libera. Nel discorso d’insediamento di grande effetto tenuto nel 1992 alla Académie des Sciences Morales et Politiques di Parigi, ove subentrava alla presidenza di Andrei Sacharov, l’allora Cardinal Ratzinger si spinse oltre l’esperienza europea e ispirò il suo pensiero sulla libertà religiosa e lo Stato all’opera di Tocqueville dal titolo La democrazia in America. Ciò potrebbe costituire un segno della sua volontà di ampliare in maniera significativa la visione europea, fino a includervi il vasto globo della sperimentazione creativa degli ultimi due secoli. In poche parole, durante pontificato di Benedetto XVI, prevedo un’espansione e il consolidamento del lavoro creativo sulla filosofia e la teologia economiche già avviato magistralmente da Giovanni Paolo II. È una triste realtà che molti esponenti della Chiesa abbiano ignorato la grande originalità del pensiero economico di Papa Giovanni Paolo II. Molti non hanno fatto nulla per ridurre l’ignoranza dei principi e delle realtà economiche tanto diffusa tra teologi e attivisti ecclesiastici. Alcuni non riescono neppure a cogliere l’immenso cambiamento avvenuto in ambito economico nel corso del secolo scorso. Molti pensatori, all’interno della Chiesa, non hanno una formazione in materia di metodologia, ragionamento e prospettiva economica. Non è necessario che i maggiori esponenti del mondo ecclesiastico diventino degli economisti o addirittura imprenditori perché maturino un loro giudizio riguardo alle realtà economiche. Tuttavia, questi saranno poco incisivi se la loro ingenuità in campo economico diverrà visibile agli altri. La loro voce sarebbe senz’altro più incisiva se espressione di una buona informazione. È quindi necessario un miglioramento delle conoscenze della Chiesa in campo economico se davvero i poveri di questo mondo devono spezzare le catene della povertà.
Papa Benedetto XVI valuta solitamente il pensiero altrui in base alla fedeltà di quest’ultimo alla realtà. Pretende molto da se stesso e dalla mente della Chiesa. Nel corso dei prossimi venti o trent’anni, le realtà economiche continueranno a occupare un posto di grande rilevanza, in parte perché desiderano tutti migliorare le condizioni dei poveri della terra. Per questa ragione possiamo prevedere che Benedetto XVI chiederà a tutta la Chiesa pronunziamenti più informati, più ponderati e puntuali sulle questioni economiche. Oggigiorno, l’imprenditorialità è la vocazioni principale della maggior parte dei cristiani, degli ebrei e dei popoli del mondo. Pertanto, questa generazione potrebbe compiere maggiori progressi rispetto a qualsiasi altra l’abbia preceduta in materia di integrazione di un pensiero economico ben strutturato nella Chiesa. Intanto, nel farlo, potrebbe altresì offrire a molti professionisti del mondo economico una guida spirituale e morale, della quale sono da tempo assetati. Chiunque abbia un po’ di esperienza sa che gli esseri umani non vivono soltanto di economia. Oggi, gli imprenditori di maggiore successo sono i primi ad ammettere che, nonostante la sua nobiltà e le soddisfazioni che ne derivano, l’attività economica da sola non basta. Asseriscono di aver bisogno del tempo per «apprezzare il profumo delle rose» - di tempo libero, di quiete, contemplazione, pensiero e preghiera. E desiderano fortemente anche contribuire al benessere altrui, soprattutto dei poveri. Salutano con favore un’attività di orientamento ben informato da parte dei loro leader spirituali, ma nel corso degli anni ne hanno potuto beneficiare ben poco, troppo poco. Esistono ragioni per ritenere che Benedetto XVI lo sappia e abbia intenzione di cambiare le cose.

(Traduzione di Valentina Maiolini)






1) Giovanni Paolo II, Centesimus Annus § 3. (disponibile sul Sito Internet: http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/ encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_01051991_centesimus-annus_it.html); 2) Centesimus Annus, § 13; 3) In The Catholic Ethic and the Spirit of Capitalism (New York: Macmillan, 1994), l’autore enumera una mezza dozzina circa di gravissimi errori individuato da Leone XIII nei principi del socialismo. Vedi Novak, Michael, pp. 41-47. Vedi anche Leone XIII, Rerum Novarum, §§ 4-19. (Disponibile sul Sito Internet: http://www.vatican.va/holy_father/leo_xiii/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_15051891_rerum-novarum_en.html); 4) Giovanni Paolo II, Laborem Exercens (Washington: United States Catholic Conference, 1981) §§ 4, 25, 27 (disponibile sul Sito Internet: http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_14091981_laborem-exercens_it.html); 5) Genesi 3:19, così come da citazione nella Laborem Exercens, § 1; 6) Laborem Exercens, § 25; 7) Centesimus Annus, § 32; 8) Giovanni Paolo II, Sollicitudo Rei Socialis § 15. (disponibile online a http://www.vatican.va/edocs/eng0223/ _index.htm); 9) «Occorre rilevare che nel mondo d’oggi, tra gli altri diritti, viene spesso soffocato il diritto di iniziativa economica. Eppure si tratta di un diritto importante non solo per il singolo individuo, ma anche per il bene comune. L’esperienza ci dimostra che la negazione di un tale diritto, o la sua limitazione in nome di una pretesa “eguaglianza” di tutti nella società riduce, o addirittura distrugge di fatto lo spirito d’iniziativa, cioè la soggettività creativa del cittadino. Di conseguenza sorge, in questo modo, non tanto una vera eguaglianza, quanto un “livellamento in basso”. Al posto dell’iniziativa creativa nasce la passività, la dipendenza e la sottomissione all’apparato burocratico che, come unico organo “disponente” e “decisionale” - se non addirittura “possessore” - della totalità dei beni e mezzi di produzione, mette tutti in una posizione di dipendenza quasi assoluta, che è simile alla tradizionale dipendenza dell’operaio-proletario dal capitalismo. Ciò provoca un senso di frustrazione o disperazione e predispone al disimpegno dalla vita nazionale, spingendo molti all’emigrazione e favorendo, altresì, una forma di emigrazione “psicologica”». Sollicitudo rei socialis § 15; 10) ibidem; 11) «L’errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico». Centesimus Annus, § 13; 12) Laborem Exercens, § 12; 13) Sollicitudo Rei Socialis, § 15; 14) Centesimus Annus, § 32; 15) ibidem; 16) Centesimus Annus, § 35; 17) Centesimus Annus, § 48; 18) ibidem; 19) ibidem; 20) Centesimus Annus, § 15; 21) Centesimus Annus, § 25; 22) Gaudium et Spes § 69; 23) Giovanni Paolo II sottolinea quattro gravi carenze dello stato assistenziale: «Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese» Centesimus Annus, § 48; 24) Centesimus Annus, § 34; 25) Centesimus Annus, § 43; 26) Centesimus Annus, § 42; 27) Reinhold Niebuhr, The Children of Light and the Children of Darkness (New York: Scribner, 1944) p. XI; 28) Reinhold Niebuhr, Christian Realism and Political Problems (New York: Scribner, 1953) p. 99; 29) James Madison, Federalist No. 51; 30) Padre Gustave Weigel, S. J., come da citazione alla pagina precedente il frontespizio di: Novak, Michael, The Open Church (New Brunswick: Transaction, 2002) p. XLIV.
 

web agency Done Communication