Non posso non incoraggiare i filosofi, cristiani o meno, ad avere fiducia nelle capacità della ragione umana e a non prefiggersi mete troppo modeste nel loro filosofare. La lezione della storia di questo millennio, che stiamo per concludere, testimonia che questa è la strada da seguire: bisogna non perdere la passione per la verità ultima e l’ansia per la ricerca, unite all’audacia di scoprire nuovi percorsi. È la fede che provoca la ragione a uscire da ogni isolamento e a rischiare volentieri per tutto ciò che è bello, buono e vero. La fede si fa così avvocato convinto e convincente della ragione». (FR 56). Solo cinquant’anni fa era impossibile udire parole come queste sulla bocca di un Romano Pontefice. C’era bisogno del coraggio di Giovanni Paolo II per riportare in primo piano nella Chiesa e nella società il tema del rapporto tra fede e ragione. A prima vista, potrebbe sembrare che trattare una simile tematica circoscriva la questione a uno spazio meramente teorico, relegandola all’interesse di pochi addetti ai lavori. Non è così. Affrontare una questione come questa, al contrario, comporta la consapevolezza di un’implicanza di questioni esistenziali che toccano ognuno nel profondo della propria esistenza personale. Di fatto, il rapporto fede ragione è una questione di libertà e, come tale, comporta il necessario riferimento con la verità. Come si può osservare da queste poche battute, si è già nel cuore della nostra prospettiva: fede e ragione non sono altro che la cassa di risonanza di un tema ben più fondamentale e vitale quale il rapporto dell’uomo con la verità e la sua esigenza perenne di libertà. Prescindere da questa prospettiva non aiuta a misurarsi con le grandi questioni che sono sul tappeto nell’attuale frangente storico e che, per alcuni versi, vedono un’inedita collaborazione tra il pensiero cattolico e quello laico. Il clima di individualismo che pervade le diverse sfere del vivere personale, sociale, economico, politico e anche, paradossalmente, ecclesiale permette di evidenziare un sotteso relativismo culturale che tutto plasma in maniera talmente ovattata da non far percepire neppure la sua tragica presenza. Non è il caso di valutare ulteriormente le cause originarie di questo fenomeno; basti il riferimento a una cultura generalizzata che avendo posto il primato nella tecnica ha dimenticato ogni necessaria riflessione in grado di discernere la stessa conquista tecnologica. L’imposizione che tutto ciò che è frutto della sperimentazione debba diventare anche esigenza di vita ha condotto progressivamente a eliminare la sfera del giudizio etico oggettivo, relegando al desiderio individuale ogni scelta in proposito. Posto al centro di tutto il «fatto» come unico oggetto del sapere e criterio della vera scienza che si consolida nella ratio tecnica, tutto il resto della conoscenza personale viene confinato nell’individuale, nel soggettivo e per ciò stesso relegato nell’opinabile. Se ne ricava un processo che parte dall’assioma dello storicismo: verum quia factum per sfociare in quello dello tecnicismo: verum quia facendum; insomma, la verità che si vuole non è più quella che ha per contenuto l’essere e neppure quella che opera il discernimento circa le proprie azioni, ma il semplice «fare»; ne deriva il grande equivoco etico secondo cui diventa lecito tutto ciò che si può fare! Il fatto religioso come pure a maggior ragione il giudizio morale vengono considerati nella sfera della soggettività, non hanno più alcuna cittadinanza nella sfera dell’oggettività; in una parola si è in pieno relativismo. In un mondo sottomesso alla logica del «sapere come un fare», la questione di Dio risulta di fatto estranea; Dio non è negato, ma rimane come uno sconosciuto di cui non si sente il bisogno per la trasformazione del mondo e per il giudizio sulle proprie azioni; anche se c’è, egli non modifica sostanzialmente la mia vita e quella del mondo.
Unità d’intenti
È all’interno di questo scenario che si deve riproporre il rapporto tra fede e ragione. Difficile sintetizzare in poche battute i duemila anni di storia che hanno segnato una relazione non sempre lineare e priva di conflitti. Un’immagine ricavata dalla storia dell’arte aiuterà più facilmente a comprendere cosa si è verificato nel corso dei secoli. Se i monumenti antichi possono essere assunti come indice della ratio e le chiese segno della fides, allora la città di Roma - più di altre, forse - potrebbe esprimere al meglio quanto si è concretizzato. Un primo esempio vede la separazione tra i due mondi. I resti del foro traianeo si sviluppano nella loro eleganza in maniera indipendente dalle chiese barocche di S. Maria di Loreto e del ss. Nome di Maria, che si trovano subito all’inizio del foro; anch’esse vivono della loro autonomia. Un piccolo marciapiede li separa; eppure, i due non si possono ignorare. Uno sta sullo sfondo dell’altro e da qualsiasi parte lo sguardo si posi i due, pur separati, sono obbligati a restare insieme. Espressione paradossale di questo stato di cose è la colonna di Traiano collocata proprio sul confine tra i due mondi. La statua dell’apostolo Paolo posta in cima a essa evidenzia ancora di più la diversità dei due mondi, sono giustapposti in modo forzato e creano disagio. È stato il momento in cui fede e ragione si sono ignorati. Eppure, è nella loro stessa natura doversi incontrare; se questo avviene in maniera forzata, però, si giunge solo alla giustapposizione tra i due, senza incidenza dell’una sull’altra. Un secondo esempio è fornito dall’utilizzo che le chiese cristiane hanno fatto del materiale dei monumenti romani: il portale della Curia è diventato quello della Basilica di san Giovanni in Laterano, i bronzi dorati del Pantheon sono stati fusi per permettere al Bernini di realizzare il baldacchino di san Pietro, i marmi del Colosseo sono stati staccati per costruire il palazzo della Cancelleria... Quanti altri esempi si potrebbero apportare per mostrare come l’utilizzo di questi monumenti sia solo servito per depauperare la bellezza originaria senza arricchire di molto il nuovo che si costruiva. È il momento della strumentalizzazione della ragione a opera della fede; la stessa cosa, tuttavia, si è verificata per inverso quando la ratio, per rivendicare la supremazia a cui aveva teso per molto tempo, ha assunto la pretesa di essere «regina» relegando la fede, qualora lo avesse voluto, ma non era obbligata, ha reggerle lo strascico. Il tempo dell’ancillarità della ratio e della fides non potrebbe essere più sostenuto senza privare i due mondi della loro peculiarità, specificità e autonomia.
Il terzo esempio è fornito dalla basilica di santa Maria degli Angeli che il genio di Michelangelo ha trasformato in chiesa cristiana. Quella era e rimarrà un tempio pagano; le sue pietre e la stessa struttura manterranno sempre la loro origine pagana e l’occhio non riuscirà mai ad abituarsi alla trasformazione subita. Se si vuole, in modo ancora più eclatante, la stessa cosa è avvenuta per il Pantheon. Chi entra nel tempio di Agrippa vi scorgerà certo l’altare segno della trasformazione a opera del cristianesimo, ma non riuscirà a innalzare il suo pensiero al Dio dei cristiani; la trasformazione operata nei secoli non ha potuto modificare l’intento originario di quella costruzione. È questo il momento in cui la fede si è impossessata di una sola filosofia con l’intento di dare voce, mediante quella, alla sua idea del trascendente. L’assunzione, tuttavia, non ha partorito il desiderato perché i contenuti sono rimasti imprigionati nelle maglie di una visione prospettica senza permettere che la ricchezza della fede trovasse spazio nella multiforme saggezza della ratio. La strada che mi sembra più coerente percorrere, invece, potrebbe prendere le mosse dalla basilica di santa Maria Maggiore. Questa chiesa fin dalle sue fondamenta è pienamente e originariamente cristiana. Chi vi entra è subito immerso nella bellezza dei suoi mosaici e sommerso dalla ricchezza di storia che rappresentano. Eppure, è sufficiente uno sguardo più attento per comprendere come la basilica nella sua navata centrale con le colonne sormontate dai capitelli corinzi riporti subito alla mente il Partenone. Nulla lo lascia trasparire all’inizio, ma i segni della Grecia sono presenti in essa in modo indelebile. Le fondamenta, le mura, i mosaici e l’intera costruzione sono cristiane, ma Atene non è estranea; essa, al contrario, gioca un ruolo principale: è di sostegno centrale a tutta la struttura. A noi sembra che questa immagine, più di altre, aiuti a entrare nel merito del nostro discorso e prospettare la via di soluzione. A un teologo, tuttavia, non si potrà mai chiedere di accogliere in maniera indolore un’alleanza paritetica tra fede e ragione. La sua consapevolezza che la fede abbia in sé un’azione trascendente della grazia che permette di accogliere contenuti propri della rivelazione di Dio gli impongono di non poterla mai mettere sullo stesso piano con la ragione che è opera esclusiva dell’uomo, il quale inevitabilmente porta con sé il limite della propria contraddizione. Eppure, il concetto cristiano di fede impone il rapporto con la ragione proprio per la natura stessa che qualifica il cristianesimo. Essa è la religione del Logos e, quindi, una religione che porta con sé in maniera ineliminabile il rapporto con la ratio. Il mistero dell’incarnazione di Dio, che segna il culmine di ogni fenomeno religioso e pone, pertanto, il cristianesimo come la vera religione, non ha confronti e impone di assumere la ragione come partner ineliminabile del proprio orizzonte.
Questo fatto storicamente verificabile fin dalla prima predicazione di Paolo - che per alcuni versi riprende il pensiero dei Salmi - giunge ininterrotto fino ai nostri giorni passando per i Padri apologeti, per Agostino, Anselmo, Tommaso e i grandi maestri delle diverse epoche storiche per condensarsi nell’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II. È stato proprio il rapporto con la ragione ha rendere il cristianesimo efficace e a distinguerlo dalle altre religioni. Il cristianesimo si fa forte della conoscenza e la ragione è diventata il suo supporto naturale, mai il suo avversario. Questo è stato possibile in forza del messaggio universale che il Vangelo possiede. Lo ricordava con forza Giovanni Paolo II quando scriveva: «L’apporto del cristianesimo consiste nell’affermazione dell’universale diritto d’accesso alla verità. Abbattute le barriere razziali, sociali e sessuali, il cristianesimo aveva annunciato fin dai suoi inizi l’uguaglianza di tutti gli uomini dinanzi a Dio. La prima conseguenza di questa concezione si applicava al tema della verità. Veniva decisamente superato il carattere elitario che la sua ricerca aveva presso gli antichi: poiché l’accesso alla verità è un bene che permette di giungere a Dio, tutti devono essere nella condizione di poter percorrere questa strada. Le vie per raggiungere la verità rimangono molteplici; tuttavia, poiché la verità cristiana ha un valore salvifico, ciascuna di queste vie può essere percorsa, purché conduca alla meta finale, ossia alla rivelazione di Gesù Cristo» (FR 38). La vittoria del cristianesimo sul politeismo antico e sulle altre religioni, quindi, va annoverato in ultima analisi alla sua rivendicazione di ragionevolezza come espressione necessaria per un coerente esercizio di libertà. Verità su di sé e sul mondo, offerti dalla rivelazione di Dio in Gesù Cristo, ma esplicitati tramite una ragione che indaga autonomamente permettono di vedere la sintesi suprema di universalità che è propria della ratio e della fides. La ragione, insomma, individua nella fede cristiana ciò che l’uomo possiede dentro di sé come l’esigenza ultima a cui deve corrispondere: la definitiva risposta circa il senso della propria vita. Qui non esiste più l’ipotesi che può affascinare, ma non soddisfa; questo è il momento in cui la vita chiede di fondarsi su un’istanza che sia vera, definitiva e carica di senso. Inutile dire che una separazione tra i due ha portato a un reciproco indebolimento, che ha minato le basi del vivere sociale e culturale, inaridendo le comuni radici e impedendo di cogliere la propria identità. Il relativismo che mostra con evidenza i suoi tratti nella frammentazione del sapere, nella progressiva perdita di identità personale e sociale, ma soprattutto nell’appiattimento comune che tutto riduce a opinione senza più un riferimento alla verità, impedisce lo sviluppo di una libertà che sia prodromo di progresso e di civiltà autentica. Una rinnovata alleanza, pertanto, è possibile sulla base di una risposta che culturalmente deve essere data nell’attuale frangente storico e che vede, in primo piano, il progetto di una nuova realtà quale l’Europa.
Ripartire dalla persona
Se l’Europa non è capace di fare una memoria storica che le permette di mantenere viva la sua tradizione culturale e religiosa, non potrà pretendere di spiccare il volo. L’icona di Icaro dovrà essere presente per non illudersi che le ali con cui si sta volando sono di cera; dimenticare gli insegnamenti del padre Dedalo può far innalzare per un po’ oltre il labirinto, ma avvicinandosi al sole quelle ali si sciolgono e la caduta è inevitabilmente mortale. A poco possono valere le lacrime di quanti piangono per la morte se prima non ci si è preoccupati di dare solidità di insegnamento e far prendere coscienza dei propri strumenti. Questa memoria deve riprendere posto ai nostri giorni, non per vanagloria né per trionfalismo alcuno, ma solo ed esclusivamente per permettere un salto qualitativo nell’attuale momento di passaggio culturale. Su questo aspetto, che è determinante per un reale progresso dello spirito, è necessaria un’unità d’intenti tra fede e ragione, è auspicabile un lavoro continuo di uomini e donne che non si stanchino per le difficoltà né si sentano demotivati per le incomprensioni. A nostro avviso, è urgente che al centro della nostra ricerca venga rimesso il concetto stesso di persona. Questo sembra emarginato dall’attuale momento storico che sembra non comprendere che in esso sta o cade l’intera storia dell’Occidente. Vorrei solamente accennare al ruolo determinante che l’Occidente ha avuto nel momento in cui ha compreso l’originalità del concetto cristiano di persona. Se si vuole, è intorno a questo termine che si può rileggere la storia del progresso e della maturazione civile, culturale, sociale e politica. Fino al Quarto secolo, il termine è soggetto a una lunga discussione sul suo significato più coerente. Nell’accezione latina - che risentiva dell’origine etrusca - il termine persona va ricondotta allo spazio del teatro; indica la maschera che copriva il volto dell’attore. Nella semantica greca, il termine pròsopon indica ugualmente la maschera teatrale, ma insieme a esso anche «che cade sotto gli occhi», «ciò che si vede». La diatriba sul termine nasce proprio nel momento in cui si vuole esplicitare la fede nella Trinità e la presenza di tre persone con un’unica natura; alla stessa stregua, il problema si poneva per i primi cristiani quando dovevano rendere ragione di Gesù Cristo nella cui persona divina era presente la natura umana e quella divina. Si deve alla grande intelligenza di Agostino la soluzione più adeguata che rimarrà fino ai nostri giorni. Egli ha saputo armonizzare il termine con il concetto, mostrando che la persona è se stessa nella relazione con l’altro. Saranno i concili, in seguito a stabilire dogmaticamente l’esattezza della formula; ciò che importa, comunque, è verificare che sulla base della chiarificazione trinitaria e cristologica del concetto si viene a produrre una delle conquiste più rivoluzionarie della cultura universale. Persona è un’identità propria che si qualifica nella sua relazione con l’altro. Per cogliere in profondità il valore semantico, è necessario comprendere la sua derivazione dalla sfera della fede nella Trinità. Nell’unità della natura divina, che non è divisa, ma partecipata totalmente, le tre Persone si qualificano e differenziano come Padre, Figlio e Spirito Santo; ognuna delle tre persone vive solo in relazione con l’altra in una forma di donazione e accoglienza totale che permette loro di essere identificate come Padre che tutto dona, Figlio che tutto riceve e Spirito Santo come Frutto del tutto dare e del tutto ricevere. La persona, insomma, si qualifica per la relazione d’amore che le permette di essere ciò che è.
È alla luce di questa prospettiva che possiamo comprendere il valore portante della persona nel mondo contemporaneo e lo sviluppo che essa ha avuto nelle diverse istanze scientifiche. Dal concetto di persona scaturisce come conseguenza quello della sua dignità e del suo valore universale e, quindi, l’attenzione che è dovuta per ogni persona, per tutta la persona e per il bene di tutte le persone. Non è azzardato affermare che solo nella misura in cui si vuole salvaguardare il concetto di persona e la sua dignità è determinante che essa rimanga legata a Dio che ne garantisce l’esatta comprensione ed esplicitazione. Nella misura in cui si dimentica Dio, infatti, si dimentica anche la persona che reca impressa in sé la sua immagine e somiglianza; nella misura in cui si dimentica la persona, di conseguenza, si dimentica anche Dio che ne è la sua garanzia ultima. La conseguenza inevitabile che sembra proiettarsi all’orizzonte è quella di un’ulteriore Wende. Questa svolta, tuttavia, come abbiamo accennato all’inizio non si pone più al centro l’uomo, ridotto ormai a un ruolo marginale nei confronti della stessa natura, ma la tecnica. Se, d’altra parte, la tecnica è in grado di determinare l’esistenza personale fin dai suoi primordi e neppure la scienza sente il bisogno di porre limiti alla sperimentazione sulla cellula umana scavalcando le stesse regole che si era data in precedenza, allora non si potrà che verificare le logiche conseguenze. L’uomo, sulla scena del teatro di questo mondo, non potrà più giocare il ruolo di protagonista a cui si era abituato per secoli, ma deve necessariamente lasciare il posto a chi ora pretende di determinare la sua stessa esistenza. Si riaffaccia sulla scena del mondo la tetra figura di Medea che uccide i suoi figli; è proprio così, la tecnica creata dall’uomo per rendere più umana la sua esistenza, sembra respingere in un angolo l’uomo stesso quasi si trattasse di un nuovo e mai mutato complesso di Edipo. È ormai condivisa l’analisi secondo la quale, il nostro contemporaneo ha talmente delegato la tecnica a produrgli ogni cosa, da non comprendere più il grave pericolo in cui è caduto. La tecnica, infatti, ha assunto il ruolo di domina non solo della natura, ma anche dell’uomo riducendolo a un oggetto della sua sperimentazione senza curarsi più delle sue reazioni. Se cresce la tecnica, ma non aumenta di conseguenza anche l’orizzonte spirituale dell’uomo e la persona non permane in una dinamica di maturazione verso la trascendenza, allora si viene spogliati di ciò che possediamo di più prezioso: la coscienza di sé, del proprio limite e dell’apertura infinita verso cui si è indirizzati.
Condizione mortale, perché in questo modo non solo cessa il vero progresso, ma l’uomo stesso muore per asfissia. Egli, infatti, non ha più uno spazio spirituale che gli consente di andare oltre se stesso verso quell’orizzonte di senso ultimo che da risposta alle sue domande fondamentali. Per paradossale che possa sembrare, la tecnica allontana anche ogni domanda sul limite, illudendo di un’eternità che non può essere data dalla produzione dell’uomo. Si dovrà guardare con occhio vigile a come il pensiero maturato in Europa si porrà nel prossimo futuro nei confronti della sofferenza e della morte. Le tesi di Martin Heidegger, solo per fare un esempio, diventeranno archeologia filosofica; la morte non sarà più l’ultimo baluardo da affrontare nella libertà propria della decisione di vita, ma un evento da scongiurare per l’illusione dell’immortalità. La morte non sarà più interpretata come un accadimento naturale e inevitabile della vita, piuttosto una sciagura da evitare come qualsiasi altra malattia. Come si porrà l’uomo davanti alla morte dopo l’illusione della tecnica di allontanarla per sempre da lui? Con la dignità propria della libertà cosciente o come una stupida conclusione che non si è potuto evitare? E se la vita sarà più o meno indefinita, ci sarà ancora qualcuno disposto a offrire la propria vita per gli altri? Le biotecnologie favoriranno un attaccamento alla vita oppure la renderanno insopportabile? Interrogativi non affatto ovvi e tanto meno inattuali; saranno sul tappeto nello sviluppo del pensiero a partire già da domani. Fede e ragione avranno ancora qualcosa da dire insieme che abbia senso e che sia determinate per il mantenimento dell’identità culturale del nostro futuro? La crisi di identità che l’Europa vive è sotto gli occhi di tutti. Tolto il concetto di persona si allontana quello della sacralità della vita e tutto cade nell’arroganza del più forte. Ne deriva la pretesa di imporre il diritto individuale su quello sociale e la conseguente distruzione di modelli sui quali l’Occidente è fondato. Imporre l’esistenza del diritto individuale porta a imprimere nella società la volontà degli individui, spezzando in questo modo il concetto stesso di persona come relazione. Contraddizione insanabile, frutto dell’individualismo che regna sovrano, avendo distrutto ogni possibile tensione verso il bene comune. La prima conseguenza di questo stato di crisi è la solitudine in cui è caduto l’uomo contemporaneo. Privo di una relazione salda che gli consente di comprendersi, è diventato ormai estraneo a se stesso; incapace di doversi collocare e comprendere, tende a rinchiudersi in sé con la conseguente mancanza di amore e donazione gratuita. I rapporti diventano soggetti all’interesse individuale e la violenza dell’uno sull’altro ha la meglio. In questo contesto è necessario porre anche la crisi del matrimonio e della famiglia. Incapace a essere se stesso e colto dalla paura di un’incapacità stabile alla relazionalità e all’amore, si apre la strada a modelli che contraddicono e distruggono ogni relazione sociale. Il tentativo di minare alla base anche lo stesso concetto di matrimonio monogamico e tra persone di sesso diverso non è che uno degli ultimi bastioni che una cultura in crisi intende abbattere per l’imposizione di un progetto, estraneo al mondo, alla natura e alla stessa cultura che ha il solo intento di eliminare l’uomo.
La Chiesa ha una profonda responsabilità in questo momento. Senza alcuna forma di presunzione, a me sembra che sia rimasta solo lei a far sentire la sua voce per fermare questo insano desiderio di autodistruzione. È importante, quindi, che la Chiesa provochi a una riflessione che prendendo la recta ratio come compagna di strada, illumini anche i molti non credenti, che sparsi per le diverse strade del mondo hanno compreso i gravi rischi a cui l’Occidente è esposto. Si tratta, in ultima analisi, di riprendere a cercare con maggior vigore e insistenza il bene dell’uomo, quanto egli produce con sapienza e a farlo diventare responsabile del suo futuro. Tolta la parentesi in cui tutto viene concesso in forza di un diritto soggettivo che ha viziato il nostro contemporaneo facendolo sentire come figlio unico, è determinante recuperare il senso della relazionalità in quanto parte di un’unica famiglia. L’assunzione del principio di responsabilità è una delle priorità che vediamo all’orizzonte; esso impegna a una fatica che sa rimettere alla base i veri diritti iscritti nel cuore di ogni uomo e per ciò stesso garanti dell’uguaglianza e della libertà a cui il legislatore deve ispirare la sua opera. Come credenti nella vittoria del bene sul male sempre e dovunque, noi lavoriamo perché la crisi che stiamo vivendo possa trasformarsi in un reale momento di confronto e di progresso per tutti. L’Europa ha bisogno di credere ancora in se stessa, lo potrà fare con autentico e profondo significato, nella misura in cui porrà dinanzi a se stessa ciò che è stata e in ciò che dovrà essere. La Chiesa, in questo frangente, forte della sua storia di maestri e di santi che hanno reso queste terre fermento continuo di cultura e di civiltà, si sente interpellata direttamente ad assumersi le sue responsabilità. Essa dovrà instancabilmente riproporre la fede in Gesù Cristo morto e risorto come premessa per il riconoscimento pieno della persona, della sua dignità e dell’inviolabilità dei suoi diritti fondamentali che sono patrimonio di tutti. Senza illusioni, se mi è dato di guardare con serenità al futuro, io intravedo l’opera dei credenti come un’azione convinta che saprà produrre nuova cultura sulla forza della fede di sempre. Non perderemo la nostra identità, perché non potremmo comprendere le nostre città senza un campanile che richiami a rientrare in noi stessi; non potremo mai assuefarci a un mondo dove non esiste l’amore che porta la nostra impronta. Il rispetto che abbiamo verso tutti e verso chi non condivide la nostra scelta di fede, ci impone di qualificare sempre meglio la nostra identità per evitare di diventare erranti senza più una meta e cittadini senza più una patria. L’Europa, quindi, potrà essere davvero communis patria di popoli con lingue diverse e tradizioni differenti solo nella misura in cui saprà ritrovare il cristianesimo come fondamento su cui rinsaldare gli slanci per una nuova stagione di pace e di promozione umana. Fede e ragione, come si vede, possono essere di nuovo unite e fermamente stabili nella costruzione di un progetto che per la forza del suo fondamento si pone con una lungimiranza carica di senso.