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È nata una nuova concordanza

LIBERAL BIMESTRALE
di Cardinal Camillo Ruini
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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La mia prima attenzione non può non essere dedicata al tema generale di questa Giornata Internazionale: «Il ruolo di Wojtyla nella storia». L’efficacia storica di questo Papa si è espressa nella maniera più vistosa e immediatamente percepibile con gli eventi dell’anno 1989, la caduta dei regimi comunisti e la fine del Muro che divideva innaturalmente l’Europa. In effetti, la resistenza al comunismo e finalmente il suo superamento sul piano umano, morale e culturale, prima che politico, sono stati parte essenziale dell’esperienza e dell’impegno personale, ecclesiale e intellettuale di Karol Wojtyla, fin dalla sua giovinezza. L’orizzonte in cui egli si è formato e per il quale ha vissuto e operato è stato però sempre molto più ampio: esso può riassumersi nella riconciliazione e nella ricerca dell’unione più profonda tra Dio e l’uomo, dentro alla vita delle persone ma anche nelle dinamiche della storia. La via attraverso la quale egli ha perseguito questo obiettivo è stata senza dubbio in primo luogo quella della preghiera: molto significative al riguardo le parole da lui dette, quando era giovane sacerdote studente a Roma, ad altri sacerdoti amici: «È necessario organizzare la vita in modo tale che questa tutta possa glorificare Dio». Ma anche le tre grandi dimensioni lungo le quali Karol Wojtyla ha sviluppato la propria azione, quella precipua di Pastore della Chiesa, quella di filosofo e quella di poeta, sono state segnate dal medesimo intento di fondo. Mi sia consentito ricordare almeno alcuni versi dell’inno Magnificat da lui composto all’età di soli 19 anni, in cui si rivolgeva a Dio così: «Grato, perché misteriosamente rendesti angelica la mia giovinezza, perché da un tronco di tiglio scolpisti una forma robusta. Tu sei il più stupendo, onnipotente Intagliatore di santi». La direzione di fondo del suo progetto filosofico, che intende legare l’oggettività e il realismo del pensiero classico con la sottolineatura moderna della soggettività e dell’esperienza, e che ha trovato la sua espressione più compiuta nel libro Persona e atto, pubblicato nel 1969, conduce a sua volta a riscoprire quella congiunzione «organica e profonda» di teocentrismo e antropocentrismo che Giovanni Paolo II affermerà in un testo di grande spessore e bellezza posto all’inizio della sua seconda enciclica, Dives in misericordia. Così egli pone la premessa fondamentale per superare da una parte un’interpretazione immanentista e sostanzialmente atea dell’affermazione del soggetto nell’età moderna, dall’altra una valutazione radicalmente negativa degli sviluppi della modernità, diffusa in ambienti cattolici a motivo della medesima presunta incompatibilità tra teocentrismo e antropocentrismo. È questa la linfa spirituale e intellettuale che ha alimentato la straordinaria incidenza storica del Pontificato di Giovanni Paolo II. Di essa vorrei sottolineare due caratteristiche: la prima è la singolare capacità di coniugare un robusto e penetrante realismo storico con lo sguardo della fede, che sa discernere la presenza di Dio nella trama degli eventi e la forza rinnovatrice delle istanze spirituali e morali. A questa prima capacità è strettamente connessa l’altra, quella cioè di saper cogliere i segni dei tempi e il loro continuo mutare, con grande libertà e anticipo rispetto alle opinioni più diffuse, e quindi di influire da protagonista sul corso degli eventi, non limitandosi a registrali e interpretarli dopo che sono accaduti. Questa libertà radicata nella fede è anche all’origine di quelle grandi scelte e orientamenti che sono stati spesso percepiti come divergenti e scarsamente compatibili, ma che invece proprio nella loro unità profonda hanno marcato la presenza storica di Giovanni Paolo II. Ricordiamo da una parte la forte difesa e l’instancabile proposta missionaria della fede e della morale cristiana e cattolica, quasi a far risuonare lungo tutto l’arco del Pontificato il grido iniziale «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!»: una proposta e una difesa che sono state al contempo rivendicazione e tutela della dignità e dei diritti dell’umanità comunque minacciata, fin dal grembo materno. Dall’altra parte la tenace promozione dell’unità tra le Chiese e confessioni cristiane, la ricerca di dialogo a tutto campo tra le diverse religioni, l’umile richiesta di perdono per le colpe dei figli della Chiesa. Così Giovanni Paolo II ha saputo essere grande promotore della pace nel mondo e ha messo in piena luce quello slancio di amore e di riconciliazione che appartiene all’identità stessa del cristianesimo.
Per chiarire ora il rapporto profondo tra questo Pontificato e il «progetto culturale» della Chiesa italiana è bene partire dal grande rilievo che ha avuto in Giovanni Paolo II il tema della cultura, oggetto di una fondamentale riflessione già nel suo discorso del 2 giugno 1980 all’Unesco, dove si sottolinea il legame costitutivo che intercorre sia tra il genere umano e la cultura - che fa vivere l’uomo, lo caratterizza e lo distingue da ogni altro essere del mondo visibile -, sia tra la cultura stessa e la religione in generale e il cristianesimo in particolare. In seguito Giovanni Paolo II ha ulteriormente esplicitato e sottolineato entrambi i lati di questo rapporto. Così, nel discorso al convegno della Chiesa italiana a Palermo, il 23 novembre 1995, affermava che «il nucleo generatore di ogni autentica cultura è costituito dal suo approccio al mistero di Dio», mentre, incontrando il Meic a Roma il 16 gennaio 1982, aveva detto: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». La maniera concreta in cui il legame tra cristianesimo e cultura deve esprimersi nella vita della nostra nazione e orientare l’azione della Chiesa in Italia è stata indicata da Giovanni Paolo II soprattutto nel discorso al convegno di Loreto dell’11 aprile 1985, di cui conviene rileggere due passi fondamentali. Nel primo, riprendendo le parole di Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi del 1975, egli afferma: «Occorre por mano a un’opera di inculturazione della fede che raggiunga e trasformi, mediante la forza del Vangelo, i criteri di giudizio, i valori determinanti, le linee di pensiero e i modelli di vita, in modo che il cristianesimo continui a offrire, anche all’uomo della società industriale avanzata, il senso e l’orientamento dell’esistenza». Nell’altro passo si sottolinea, ancora più concretamente, che «la Chiesa è chiamata a operare, con umile coraggio e piena fiducia nel Signore, affinché la fede cristiana abbia, o ricuperi, un ruolo-guida e un’efficacia trainante, nel cammino verso il futuro». In questo modo Giovanni Paolo II dava alla Chiesa italiana, ma anche all’Italia come nazione, una maggiore consapevolezza e una più forte fiducia delle loro risorse e dei loro compiti, del ruolo e della missione che esse possono giocare nella storia.
Il «progetto culturale» della Chiesa italiana è stato proposto per la prima volta da me, al Consiglio Permanente della Cei riunito a Montecassino il 19 settembre 1994, proprio per dare corpo a questi orientamenti del Pontificato di Giovanni Paolo II, che del resto non fanno che riprendere e attualizzare nel contesto odierno un’opera che la Chiesa ha sempre cercato di compiere, sebbene in condizioni storiche tra loro profondamente diverse e cangianti, fin da quando la fede cristiana uscì dal suo originario ambiente ebraico per diffondersi nel mondo ellenistico-romano, in particolare sotto l’impulso dell’apostolo Paolo. Il momento nel quale la proposta di un «progetto culturale orientato in senso cristiano» veniva avanzata ha dato adito, in un primo tempo, al sospetto che esso intendesse essere un surrogato, o anche una riproposizione mascherata, dell’unità politica dei cattolici, che aveva avuto fine proprio in quegli anni. In realtà il «progetto culturale» rappresentava semmai un passo indietro, o meglio un modo di rapportarsi meno diretto, più libero e articolato, della Chiesa italiana nei confronti del mondo politico. Ma soprattutto la sua intenzione e le sue finalità erano molto più ampie: al primo posto si ponevano infatti l’evangelizzazione della cultura e l’inculturazione della fede nell’Italia di oggi. Alla base sta evidentemente un’accezione ampia e antropologica della cultura stessa: così intesa essa si estende dalle convinzioni più profonde riguardo al significato e al destino della nostra vita e dell’intera realtà fino ai comportamenti più minuti e concreti, avendo come proprio snodo essenziale quel complesso di valori e di modelli di comportamento che sono per lo più condivisi e accettati da una popolazione o da un gruppo sociale. La cultura costituisce allora il terreno fondamentale di crescita, o invece di alienazione e deviazione, delle persone e delle comunità, e pertanto anche lo spazio privilegiato per l’incarnazione del Vangelo nella vita e nella storia e per il suo confronto con altre e diverse concezioni, scelte e comportamenti. In concreto, al centro del «progetto culturale» si è collocato fin dall’inizio proprio il rapporto tra concezione dell’uomo e fede in Cristo, ossia tra cristologia e antropologia. L’assunto fondamentale, di indole teologica, che qui devo limitarmi a formulare senza pretendere di argomentarlo, è che in Gesù Cristo, nella sua vita e nella sua morte e risurrezione, nelle sue parole e nelle sue opere, ci è data una precisa immagine e interpretazione dell’uomo, che è alla base di un’antropologia ben determinata e al contempo plastica e dinamica, capace cioè di incarnasi nelle più diverse situazioni e contesti storici, conservando però la sua specifica fisionomia, i suoi lineamenti essenziali e i suoi contenuti di fondo. È questa la ragione per la quale il cristianesimo è generatore di culture e di civiltà, che possono essere e sono di fatto assai differenziate nel loro effettivo articolarsi e che mantengono, ciò nonostante, una parentela e una somiglianza inconfondibili.
Attuare nella storia, per noi nella situazione dell’Italia di oggi, questa interpretazione cristiana dell’uomo e della realtà, è chiaramente un processo mai compiuto, che deve rimanere così aperto, ramificato e dinamico da poter intercettare una cultura e una società fortemente pluralistiche, i loro rapidi cambiamenti, le molteplici articolazioni delle conoscenze, dei sentimenti e dei comportamenti, come anche delle strutture sociali, economiche e politiche, delle acquisizioni scientifiche e delle realizzazioni artistiche. È questo l’orizzonte, certo assai ambizioso, entro il quale il progetto culturale della Chiesa italiana fin dall’inizio ha inteso muoversi. Esso non ha dunque niente a che vedere con un tentativo di arroccarsi sul passato, non rappresenta un ostacolo a quella libertà e pluralità di posizioni, a quell’apertura e capacità di dialogo che sono essenziali per lo sviluppo di qualsiasi autentico discorso culturale. Al tempo stesso la libertà e la pluralità, l’apertura e la capacità di dialogo non possono intendersi come assenza di riferimenti, come una «diaspora» culturale dei cattolici, per usare le parole di Giovanni Paolo II al già ricordato convegno di Palermo, che ritenga ogni idea o visione del mondo e ogni scelta e comportamento pratico compatibili con la fede. Rimane necessaria infatti la coerenza con quell’interpretazione dell’uomo e dei rapporti tra gli uomini che ci è data nella persona concreta di Gesù Cristo. Si tratta certamente di una sfida difficile, perché la diaspora culturale dei cattolici è una realtà che esiste ormai da molto tempo, perfino sotto profili che hanno a che fare abbastanza direttamente con la fede e con l’etica cristiana. Ambizione e compito del «progetto culturale» non è certo quello di sostituirsi al magistero della Chiesa nel proporre un insegnamento autentico e vincolante, ma piuttosto di far emergere le motivazioni che possono aiutare a superare una tale diaspora e a ritrovare così una maggiore capacità di proposta e una più concreta incidenza della fede cristiana nell’Italia di oggi. In realtà negli ultimi due decenni, e soprattutto negli anni più recenti, si è verificato ed è diventato sempre più evidente un cammino di riscoperta dell’unità profonda tra i credenti, a livello sia di persone sia di associazioni e movimenti, che non sopprime le diverse sensibilità e simpatie culturali e politiche, ma tende a integrarle all’interno di una comune e decisiva volontà di testimoniare il cristianesimo. All’inizio la proposta di un «progetto culturale» così inteso ha trovato non pochi ostacoli all’interno dello stesso mondo cattolico: si temeva infatti una deriva culturalistica rispetto alla missione pastorale della Chiesa. Già nel novembre 1995 il convegno di Palermo consentiva però un chiarimento sostanziale tra le varie componenti ecclesiali, con la convinzione largamente condivisa che la Chiesa ha e deve avere rilievo e influenza culturale ed educativa in primo luogo attraverso la sua azione pastorale: l’annuncio del Vangelo, la celebrazione dei sacramenti, la testimonianza operosa dell’amore cristiano hanno infatti un’intrinseca valenza formativa, incidono sulle mentalità e sui comportamenti e così generano cultura. Le parrocchie, le comunità religiose, le associazioni e i movimenti, gli oratori, le scuole cattoliche, le iniziative di volontariato sono in concreto gli ambienti in cui possono maturare personalità non appiattite sul presente, non superficiali e disimpegnate, capaci invece di porsi in modo serio i grandi interrogativi della vita e di assumersi responsabilità per il bene comune. Affinché simili risultati si ottengano veramente occorre però, nelle medesime comunità cristiane e in primo luogo nei sacerdoti, la consapevolezza di un tale compito e la fiducia di poterlo assolvere, pur tra le tante difficoltà e ostacoli che il contesto sociale e culturale di oggi chiaramente presenta: il «progetto culturale» intende essere un richiamo e uno stimolo in proposito. Con il passare degli anni esso è ormai entrato stabilmente nel panorama ecclesiale italiano, come dimensione essenziale di quell’impegno evangelizzatore e missionario che è al centro delle preoccupazioni e degli sforzi della Chiesa in Italia. Non si può dire però che esso sia adeguatamente penetrato in quella che si suole chiamare la «base ecclesiale», cioè in primo luogo nella vita concreta e quotidiana della maggior parte delle nostre parrocchie. Se poi allarghiamo lo sguardo alla realtà complessiva del Paese, la prima impressione è che il progetto culturale sia tuttora un oggetto sconosciuto e quindi privo di ogni effettiva rilevanza: la motivazione del premio a me oggi conferito sembra dunque andare decisamente contro corrente! E tuttavia, al di là dell’espressione «progetto culturale orientato in senso cristiano», il rapporto tra fede e cultura sta vivendo in Italia una nuova stagione, che si presenta davvero ricca di potenzialità.
Non devono trarre in inganno a questo riguardo le enunciazioni, talvolta radicali e anche sprezzanti, che danno per ormai improponibili i contenuti essenziali della fede cristiana e l’antropologia e la visione del mondo che in tale fede si radicano, e nemmeno quella deriva etica che impronta di sé il mondo delle rappresentazioni medianiche e che trova indubbiamente largo spazio anche nel vissuto concreto della gente, oltre che nei cambiamenti legislativi in atto in molti Paesi e insistentemente proposti anche per l’Italia. Tutto ciò coesiste infatti con una nuova e crescente consapevolezza del ruolo decisivo che la fede cristiana può svolgere, proprio nelle attuali circostanze storiche, per dare un senso alla vita delle persone e anche per offrire un decisivo punto di riferimento alla convivenza sociale, in Italia e più in generale nei Paesi per i quali il cristianesimo rappresenta la principale radice della propria civiltà. Particolarmente interessante è il fatto che una tale consapevolezza tende a dilatarsi, in maniera sempre più esplicita ed evidente, al di là dell’ambito dei credenti in Cristo, e tanto più di coloro che partecipano regolarmente alla vita della Chiesa. Quell’istanza di dialogo con il mondo detto «laico» che è stata presente fin dall’inizio nel progetto culturale sta dunque trovando un’attuazione concreta, in termini che fino a pochi anni fa non sembravano possibili. Ciò non soltanto sotto un profilo per così dire «quantitativo», ma anche e soprattutto da un punto di vista sostanziale: non si tratta infatti semplicemente di un confronto di opinioni diverse, pur rispettoso e costruttivo, ma di una vera concordanza e intesa su non pochi punti essenziali, che riguardano il presente e il futuro della nostra civiltà. All’origine di questi sviluppi stanno certamente alcune grandi sfide che sono diventate più evidenti praticamente con l’inizio del nuovo secolo e che consistono, da una parte, nell’affiorare, o meglio nel riaffiorare di grandi soggetti storici che tendono a ridimensionare il predominio dell’Occidente: l’aspetto oggi più avvertito e temuto di questo processo è, comprensibilmente, la minaccia del terrorismo di matrice islamica, ma il processo stesso è assai più vasto e appare non arrestabile. All’interno dell’Occidente si è fatta strada una problematica ancora più impegnativa, perché riguarda i fondamenti stessi della nostra civiltà: essa ruota intorno alla questione dell’uomo, dell’esistenza o meno di una sua differenza qualitativa rispetto a tutto il resto della natura e della validità del principio secondo il quale il soggetto umano è da considerare sempre come un fine e mai come un mezzo, secondo la nota formula di Kant. Questa problematica investe ormai non soltanto le idee e i comportamenti morali ma le stesse legislazioni e sempre più le biotecnologie, data la crescente possibilità di interventi diretti e «fisici» sulle strutture fondamentali del nostro essere.
Non è strano, allora, che si avverta il bisogno di una convergenza per dare nuovo vigore ed efficacia storica alle matrici culturali e spirituali dell’Occidente e in particolare per mantenere vivo il suo radicamento nel cristianesimo. Nella relazione che ha svolto a Subiaco il 1º aprile di quest’anno, il giorno prima della morte di Giovanni Paolo II, l’allora Cardinale J. Ratzinger ha proposto una fondazione intellettualmente e storicamente convincente di una tale convergenza, che possiamo riassumere così: nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di definire le norme morali essenziali, le regole del vivere insieme, etsi Deus non daretur, cioè anche nel caso che Dio non esistesse. Era questa in qualche modo una necessità storica, a seguito delle guerre di religione che avevano insanguinato l’Europa. Ma ciò ha funzionato finché le convinzioni fondamentali del cristianesimo sono rimaste chiare e condivise tra i nostri popoli. Oggi però non è più così e il tentativo di plasmare il mondo facendo a meno di Dio ci conduce ad accantonare l’uomo: logicamente, del resto, perché se Dio non c’è diventa difficile sostenere che l’uomo sia più di un pezzo della natura. J. Ratzinger propone pertanto di capovolgere l’assioma: anche chi non riesce a trovare la via razionale per accettare Dio, cerchi comunque di vivere, ossia indirizzi la sua vita, veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse (vedi la celebre scommessa di Pascal); «così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgente bisogno». Vorrei aggiungere qualche considerazione riguardo ai criteri che possono dare forma e sostanza alla predetta convergenza. Si è già molto dibattuto sul tema della verità e sull’insostenibilità di un totale relativismo, anche da un punto di vista «laico». È stato inoltre da più parti sottolineato come la libertà sia un valore non rinunciabile per i credenti in Cristo, e non solo per i «laici». È forse giunto il momento di affrontare, in un’ottica analoga, la grande tematica dell’amore, che certamente non è meno fondante delle altre due sia per l’esistenza delle persone sia per la vita dei popoli. Aver ricapitolato tutta l’etica nel comandamento dell’amore del prossimo, e più radicalmente aver riconosciuto nell’amore il volto e il mistero di Dio, è il messaggio proprio del cristianesimo: un messaggio che è capace anche oggi di toccare nel profondo il cuore degli uomini e che, almeno nella sua dimensione etica e pratica, fa parte a pieno titolo del retaggio della nostra civiltà e rimane la fonte ispiratrice, espressa o sottintesa, per scelte di etica pubblica che vogliano essere costruttrici e non decostruttive di una civiltà umanistica. Mi sia consentito pertanto di invitare a un impegno convergente anche in questo ambito. Proprio tenendo insieme le tre grandi coordinate della verità, dell’amore e della libertà l’Occidente, e in esso l’Italia, potrà avere il vigore e la lungimiranza per affrontare i nuovi scenari mondiali che si vanno configurando, mantenendo e valorizzando la propria identità e proprio così facendosi promotore di rapporti solidali e pacifici. E anzitutto potrà essere in grado di superare quella sua crisi interna - etica, antropologica e riguardante alla fine la fede e i fondamenti dell’essere - che tende ad alienarlo da se stesso. Il progetto culturale della Chiesa italiana ha trovato in queste problematiche un terreno di attuazione assai congeniale e fecondo, che non era certo delineato con l’attuale chiarezza quando esso fu formulato, nel 1994. È indispensabile però conservare la consapevolezza che stiamo ancora muovendo solo i primi passi, in un cammino che rimane difficile e per molti versi controcorrente. Perché questo cammino possa proseguire è certamente della più grande importanza incrementare il dialogo e le convergenze tra cattolici e «laici» e soprattutto mantenere il contatto con il sentire prprofondo del nostro popolo, cercando di interpretare le sue genuine preoccupazioni ed esigenze. Ma è anche decisivo, e prioritario, che alla base dell'impegno della Chiesa sul versante della cultura vi sia sempre, e con intensità crescente, quel rapporto vivo con Cristo e con Dio, fatto di fede, di adorazione, di fiducia e dedizione, in mancanza del quale la grande eredità storica e culturale del cristianesimo sarebbe destinata a inaridirsi progressivamente e ad allontanarsi da noi, come avviene per tutte le grandi costruzioni di un passato che non ritorna.



 

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