Agli inizi del settembre 2002, fui invitato a tenere cinque conferenze per gli alti ufficiali delle forze di resistenza sudanesi impegnate a combattere il governo islamista, modello talebano, del Sudan. Più della metà di quegli ufficiali erano musulmani veri. In particolare essi mi chiesero di affrontare il tema delle radici religiose di dignità umana, libertà e diritti umani. Furono disposti ad ascoltare le motivazioni laiche di questi concetti (come espresse da Hobbes e Locke), e prestarono molta attenzione al dibattito su come ebrei e cristiani abbiano un obbligo religioso a sviluppare questi concetti e a sostenere esperimenti che mirino alla loro istituzionalizzazione. Ma ciò che veramente volevano sapere, è in che modo i musulmani possano sviluppare i concetti di dignità umana, libertà e uguaglianza, compresa una dottrina musulmana sui diritti umani. «Siamo veri musulmani - dicevano - cerchiamo di vivere come musulmani devoti. La preghiamo, ci aiuti a formulare una teoria musulmana che racchiuda il meglio del mondo moderno, come la democrazia e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo». «Perché - mi chiesero - quando Bin Laden si decise a usare i metodi del Ventesimo secolo, scelse come modello il peggio di quel secolo, Hitler e Stalin, invece del meglio, come le tradizioni di democrazia e diritti umani?». «Non è possibile - lamentò uno di loro - che dignità, eguaglianza, libertà e diritti umani valgano solo per ebrei, cristiani e umanisti laici, ma non per i musulmani!». Non essendo un esperto di islam non ero in grado di fare quello che mi chiedevano. Mi sentii impotente. Ma in ogni caso mi sembrava, e glielo dissi, che la fede islamica nel Creatore e nella ricompensa o il castigo per le nostre azioni terrene doveva certamente offrire molti spunti per una ricca teoria di dignità umana e libertà. Ed ero d’accordo con loro che non era possibile che lo sviluppo economico e le benedizioni della democrazia fossero state riservate da Allah solo a cristiani, ebrei e umanisti laici, ma non ai musulmani. Ciò che ho imparato da questi combattenti per la resistenza è che, all’inizio del Ventunesimo secolo, una delle lotte più drammatiche al mondo è scoppiata all’interno delle anime dei fedeli musulmani. Un’altra lotta drammatica infuria tra una minoranza di terroristi islamici e la stragrande maggioranza di musulmani che amano la loro religione, ma che desiderano vivere sotto dei governi che rispettino i loro diritti e le loro libertà.
La nascita dell’islamismo
L’islam è una cosa, l’islamismo è cosa ben diversa. Ma per meglio comprendere questa distinzione, e gli eventi di cui siamo oggi testimoni e quelli che ci si può aspettare di vedere nel corso di questo secolo, è necessario guardare al passato, seppur brevemente, per considerare le passate glorie dei musulmani. In poco meno di cento anni Maometto aveva fondato la battagliera religione islamica, in quella che oggi è l’Arabia Saudita; i suoi eserciti avevano conquistato tutto il Medio Oriente, tutto il Nord Africa, tutta la Spagna e già avanzavano nel Sud della Francia. Lì, nel 732, furono ricacciati indietro. Nel 1095, i cristiani d’Europa andarono al contrattacco, con la prima crociata, e nel 1099 si erano ripresi la Terra santa e gran parte della costa orientale del Mediterraneo, zone che restarono sotto il loro controllo per diverse generazioni. Ma già nel 1200 gli eserciti musulmani costringevano le forze cristiane a ripiegare verso l’Europa, riconfermando così la supremazia musulmana nel Mediterraneo orientale. Poi nel 1571, insidiando il fianco orientale dell’Europa, gli ottomani radunano nei maggiori porti della Grecia una gigantesca flotta musulmana alla volta della costa adriatica dell’Italia. In agosto una più piccola flotta musulmana aveva catturato Famagosta, il porto veneziano sull’isola di Cipro, torturandone brutalmente la popolazione. Quell’ottobre i generali musulmani si aspettavano quindi che il loro prossimo assalto, su tutta la costa italica, sarebbe stato altrettanto facile. Erano sicuri di ottenere una base fondamentale per la conquista totale dell’Europa. Anziché prestare ascolto agli accorati appelli di Pio V, che chiamava alle armi per scongiurare la totale disfatta dell’Europa per mano islamica, i monarchi cristiani d’Europa, divisi dalla Riforma e da molte rivalità interne, tentennarono, si gingillarono e blaterarono. In quel vuoto, il giovane principe Don Juan d’Austria lottò praticamente da solo per mettere insieme una flotta europea decente, composta da squadre navali dei Cavalieri di Malta, del Regno di Genova e della Repubblica veneziana, della Spagna e degli Stati pontifici, più qualche nave spuria francese e inglese. A settembre di quell’anno Don Juan riuscì a mettere in mare la sparuta armata, sferrando un attacco preventivo contro la flotta musulmana prima che quest’ultima raggiungesse l’Italia. Agli inizi di ottobre, Don Juan era riuscito ad attirare la flotta musulmana al di fuori del sicuro rifugio offerto dalle isole greche per far vela nella Baia di Lepanto. E così, il 7 di ottobre, la flotta saracena apparve in vista all’orizzonte in tutta la sua sicura magnificenza. Il Sultano era così certo della vittoria che si era fatto seguire dappresso dalle sue navi cariche di tesori, intendendo fare a pezzi la piccola flotta cristiana e proseguire senza ostacoli alla conquista dell’Italia.
Ma quando le due flotte si scontrarono frontalmente in quella chiara giornata di ottobre, le cose non andarono come aveva previsto. La flotta europea godeva del sorprendente vantaggio di nuove tattiche, di una splendida inedita tecnologia e del potente aiuto derivato da una provvidenziale ribellione degli schiavi cristiani tenuti sottocoperta nelle navi musulmane. Liberata l’estremità delle catene che li legavano ai remi, uscirono nella vivida luce del giorno roteandole sopra la testa, attaccando alle spalle i marinai musulmani. Forte di questo vantaggio, il corpo centrale della flotta cristiana, guidata dall’ammiraglia di Don Juan, spezzò la linea nemica. La flotta veneziana, sul fianco sinistro dei cristiani, combattendo con una furia alimentata dalle atrocità subite a Cipro nell’agosto precedente, sbaragliò il fianco destro dei musulmani. I cristiani distrussero la parte fondamentale della flotta del Califfo per i decenni a venire. Naturalmente, quella sconfitta non fece abbandonare ai musulmani il loro sogno - la loro missione autoimposta di conquistare l’Europa. Nell’arco della generazione successiva marciavano via terra dalle loro basi in Grecia e nei Balcani e, passando per Budapest, ammassavano un gigantesco esercito nelle pianure viennesi. L’obiettivo era isolare l’Italia dal Nord; dividere l’Europa e sconfiggerla un pezzo alla volta. E lì, il 12 settembre 1683, un esercito polacco guidato dalla cavalleria di Jan Sobieski si lanciò alla carica, al sibilo strano e spaventoso dei loro copricapo piumati, gettando nel panico lo schieramento centrale musulmano. La coraggiosa cavalleria di Sobieski attraversò le linee musulmane arrivando a catturare il quartier generale, e persino la tenda verde che ospitava l’harem del grande Sultano (quella stessa tenda, sbiadita dai suoi tempi gloriosi, è oggi esposta insieme al resto del bottino conquistato quel giorno nel museo Czartoryski di Cracovia). Da quel momento il mondo musulmano si è ritirato per più di trecento anni ed è caduto in una fosca impotenza. In generazioni recenti i musulmani hanno tollerato il crollo delle versioni secolarizzate del potere islamico del Ventesimo secolo, come il panarabismo socialista di Nasser, in precedenza l’importante atteggiamento secolarizzato dello Shah dell’Iran, e la poco nota e cruenta repressione baatista in Iraq e Siria. L’Occidente appare essere potente in modo preoccupante e, difficile da dire come lo è per alcuni musulmani, in modo anche ammirabile per certi versi. Contro esso le nazioni e i popoli islamici, fino a tempi recenti, sono sembrate incompetenti in modo imbarazzante. Dopo un millennio di gloria, questa nuova impotenza era dura da accettare.
La resurrezione dell’islam: democrazia o terrore?
Perché l’islam ha patito in silenzio l’umiliazione della stagnazione e dell’impotenza? Per affrontare questo problema, ahimè, piccole ma disciplinate bande dai Wahhabis dell’Arabia Saudita hanno avuto potenti diagnosi e cattivi rimedi. Hanno risposto che Allah è arrabbiato perché i musulmani hanno dimenticato la propria religione attraverso imitazioni vuote dell’Occidente secolarizzato e decadente, un esercizio degradante. L’emersione degli arabi dall’umiliazione, quindi, dipende dal loro ritorno alla fede e alla disciplina originali del primo islam. Porsi troppe domande, dissentire e discutere sono solo impedimenti; ciò di cui c’è bisogno è azione. Per secoli, ricorrenti movimenti di rinnovamento (tajdid) e riforma (islah) hanno risvegliato il vecchio spirito vittorioso e avanzante dell’islam. Lo sfondo della recente rinascita, tutti concordano, è il diffuso riconoscimento del declino culturale e la relativa impotenza politica della civiltà araba negli ultimi trecento anni. Per una civiltà orgogliosa questo declino è stato umiliante. L’ignominia è stata resa ancora più profonda dallo stupefacente successo del piccolo Israele, l’unico luogo della regione geografica che sembra non avere nessuna risorsa naturale di petrolio, ma nonostante ciò ha la più ricca democrazia e un prospero progresso. L’incapacità di nazioni arabe grandissimamente popolate di schiacciare Israele, o almeno di spingerlo indietro nei suoi (come loro li vedono) appropriati e più ristretti confini, fa bruciare molti nel mondo arabo di furia cieca. Accusano il protettore di Israele, gli Stati Uniti. Come forze di modernizzazione sia gli Stati Uniti che Israele sono collegate nell’immaginario del Grande Diavolo. Eppure Israele è un punto nevralgico per una molto più estesa umiliazione. In particolare tre eventi relativamente recenti hanno scosso l’orgoglio del mondo arabo con un nuovo senso di rinascita. Il successo militare spettacolare dell’esercito di Sadat nella prima settimana della guerra del 1973 fece rallegrare fortemente i cuori arabi. Poiché molti pensarono che Israele avesse finito col vincere la guerra solo per il veloce intervento della tecnologia e del potere americani, gli animi degli arabi si librarono in alto. Tre anni più tardi furono ancor più soddisfatti dal potere del petrolio arabo improvvisamente visibile, reso manifesto dalla grande crisi energetica - le lunghe code alle pompe di gasolio e il crescente costo della benzina provocato dall’embargo del petrolio arabo. Gli arabi non sembrarono più così impotenti. Così crebbe nella coscienza araba l’idea che forse Allah non aveva abbandonato il suo popolo quanto era stato pensato. Non erano forse le più grandi risorse di petrolio del mondo nascoste proprio sotto la crosta della terra della Mecca e della Medina?
Il terzo fattore era vasto, e molto più esteso dei primi due. Ed era il doloroso riconoscimento che il «secolarismo» non funzionava nel mondo arabo, non soddisfaceva, non aveva potere morale o contenuti religiosi, e apriva troppi cuori alla dissoluzione, alla corruzione e a una morale libertina. Emersero una quantità di storie e leggende sulla rapacità, sulla crudeltà, la lussuria, l’autocelebrazione dei capi secolarizzati delle nazioni arabe. La bruttezza morale di questi racconti era collegata non tanto alla modernizzazione quanto all’occidentalizzazione. I popoli arabi continuavano a desiderare di condividere i beni portati dalla modernizzazione; non bramavano certo di tornare ai rigori della vita deserta primitiva. Ma molti si risentivano profondamente a dover subìre i costumi occidentali, gli stili occidentali, la morale occidentale. Molti non tolleravano che le loro donne fossero costrette ad abbandonare il velo, che venissero aboliti gli orari per le preghiere, i pellegrinaggi pubblici. Desideravano ardentemente un maggiore aiuto pubblico per una più rigorosa vita morale. Come Khurshid Ahmad ha scritto nel 1983: «I due esempi classici di occidentalizzazione di Paesi islamici sono la Turchia e l’Iran. Sia che li giudichiamo sulla base dei risultati materiali che questi esperimenti hanno prodotto o sulla devastazione morale, le malattie sociali e lo shock psicologico che sono arrivati sulle loro orme, è sensazione profonda dei musulmani che l’esperimento dell’occidentalizzazione abbia decisamente fallito. Entrambe le sue varianti, quella capitalistica come quella socialista, sono state provate e si sono rivealte deboli». La rinascita islamica, continua, distingue chiaramente tra sviluppo e secolarizzazione. «Dice sì alla modernizzazione, ma no all’occidentalizzazione cieca». L’epoca della secolarizzazione è finita lasciando un diffuso senso di disgusto. Guardando la storia, scrive Ahmad, ci sono stati tre stadi della resistenza musulmana all’Occidente in tempi recenti. La prima fu la resistenza all’invasione straniera, che alla fine fallì. La seconda fu la resistenza al potere coloniale, che alla fine riuscì, ma poi si scardinò da sola distogliendosi dalle fonti spirituali islamiche nel tentativo di costruire nuove società su fondamenta occidentali secolari - specialmente le società arabe socialiste, ma anche, come nell’Iran dello Scià, le società capitalistiche. La ripulsa finale contro questi pseudo-regimi, che avevano sposato l’inefficienza araba con il secolarismo occidentale, portò all’insurrezione islamica del periodo successivo al 1978. Questa insorgenza prese una forma politica visibile dopo la caduta dello Scià dell’Iran nel fanatico insediamento del regime islamico dell’Ayatollah Khomeini.
I primi capitoli dell’importante libro Voices of Islamic Resurgence di L. Esposito (Oxford university press) presentano sei pionieri di questa rinascita: Sayyid Qutb in Egitto, il filosofo-ideologo della rinascita; Abul Ala Mawdudi in Pakistan; Muhamar Qaddafi in Libia; Mohammed Iqbal in India; e l’imam Khomeini e Ali Shariati in Iran. Questi nomi non includono tutti i teorici influenti e i pionieri pratici, né tutte le potenti fonti - alcune delle quali contrarie ad altre, con pressioni in direzioni totalmente differenti - ma suggeriscono la diffusione geografica del movimento. Va anche sottolineato il valore simbolico particolare per il mondo musulmano dato dall’emergere del Pakistan come nazione islamica indipendente, potenza nucleare, e dalla sua abilità di tenere a bada il proprio più potente vicino, l’India, e infine dalla sua svolta democratica. Va considerato che, in termini di popolazione, il Pakistan è la seconda nazione islamica, dietro alla sola Indonesia. Il suo ruolo simbolico nel mondo islamico è grande. Da questo punto di vista va sottolineato come molti occidentali non si accorgono che i musulmani dell’Asia sono quasi due volte più numerosi di quelli del Medio Oriente. E il loro crescere in ricchezza e negli standard formativi dà loro crescente importanza nel pensiero islamico in tutto il mondo. Il quarto stadio della rinascita islamica è iniziato con la forte insoddisfazione popolare verso i falliti regimi tirannici, come quello dei talebani in Afghanistan o il crudele governo del Sudan, già responsabile per l’uccisione di circa due milioni di propri cittadini nel Sud. Ne sono state ulteriori prove la disperata situazione della gente dell’Iraq sotto la megalomania di Saddam Hussein, l’ampia inquietudine in Iran e più recentemente l’agitarsi del malcontento in Siria e Arabia Saudita. Infine lo scuotimento dell’animo musulmano ha provocato una lacerazione tra il desiderio di essere veramente musulmani e quello di conseguire dignità, libertà, opportunità democratiche. E in molti sono alla ricerca di una via che consenta di tenere insieme queste due aspirazioni. Per ironia della sorte sono stati dei ribelli indù (e non musulmani) nello Sri Lanka, le tigri Tamil, a far nascere gli «uomini-bomba suicidi». Uno di essi si è immolato facendo esplodere una bomba nel momento in cui si è avvicinato al giovane Ravi Gandhi. La tattica degli uomini-bomba è stata presto imitata soprattutto dai palestinesi nelle città israeliane. Nel frattempo altri filoni del terrorismo hanno iniziato a manifestarsi e intrecciarsi tra loro. La lunga consuetudine con il socialismo arabo insegnò a molti politici islamisti i metodi che i comunisti avevano a lungo perfezionato, l’arte dell’organizzazione tramite cellule segrete altamente disciplinate e ben addestrate. Anche la considerevole contaminazione, in grande parte del Medio Oriente, con i fascismi italiano e tedesco negli anni Trenta e Quaranta, rafforzò le forme di disciplina organizzativa, la preparazione e la pratica nell’arte del terrore. Ma c’erano anche da mettere a frutto tradizioni autoctone di guerra clandestina, terrore, tattiche di guerriglia e guerra nel deserto. La Fraternità musulmana e altre organizzazioni semisegrete hanno radici che risalgono almeno al 1750, alla fondazione del movimento wahhabita in Arabia Saudita.
Un amico dell’Islam risorgente, John Voll, ammette che lo stato d’animo critico adottato dalla rinascita islamica diventa «in casi estremi, l’anarchia nichilistica di alcune delle organizzazioni terroristiche d’Europa»(cfr. Voices of Resurgent Islam). Un esempio di siffatta attitudine lo si può cogliere nella distruzione degli antichi monumenti buddhisti sulle pareti rocciose dell’Afghanistan da parte degli estremisti talebani. A cosa è realmente servita questa azione? Forse hanno distrutto qualcosa che pensavano fosse idolatrico. Tuttavia, si sarebbe potuto pensare che avrebbero maggiormente rispettato l’antichità e sacralità di quei monumenti. Analogamente c’era più di un soffio di nichilismo anarchico nell’irresponsabile distruzione di vite e beni provocata dall’attacco aereo contro il World Trade Center nel 2001. Forse tale azione ha servito la cusa dei diritti umani o quella della prosperità dei popoli islamici? Il gesto sa più di ressentiment nietzscheano - o di semplice risentimento volgare, un «prendi un po’ questo!» - più che di beneficio reale per qualcuno. Il terrorismo finalizzato a liberare la vita pubblica da qualcuno è almeno comprensibile, anche se chiaramente immorale. Ma il terrorismo per dare spettacolo appare molto più terribilmente immorale. Ma torniamo sulle aggrovigliate radici dell’estremismo islamico. Esso risale in larga parte al risentimento provocato dal declino della potenza e della gloria islamiche, ma trovò un’espressione nel 1750 grazie a Muhammad ibn Abdul Wahhab (1699-1792), il fondatore di una setta militante legata alla famiglia Saud dell’Arabia Saudita. Come nota Voll: «L’attuale “fondamentalismo» ha le proprie radici nel Diciottesimo secolo. Possono essere tracciate linee di similarità concettuale, per esempio, tra i wahhabiti del Diciottesimo secolo e la Fraternità musulmana del Ventesimo, anche se non ci sono connessioni dirette di organizzazione fra i due movimenti». In questo modo, il rinnovamento e la riforma (tajdid e islah) vanno avanti, ricorrono, vengono trascurate e poi riprese ancora lungo i secoli. Eppure sembra che un nuovo elemento compaia con l’emergere di Osama Bin Laden, un multimiliardario e leader arabo saudita di una banda di guerriglieri altamente addestrati. Nessuno prima di lui aveva creato campi di addestramento come quelli che ha installato nelle aree remote dell’Afghanistan, nel Nord dell’Iraq, nel Sudan, e forse anche altrove - campi capaci di produrre ogni anno centinaia di estremisti addestrati, volenterosi di morire per la causa dell’islam politico. Nessuno prima di lui aveva così chiaramente affinato lo sguardo sulla più grande delle potenze occidentali del suo tempo, gli Stati Uniti. Nessun altro aveva disegnato così chiaramente la trama di strategie e tattiche di una guerra asimmetrica, mediante la quale la parte che si supponeva fosse la più debole potesse trasformare l’ampia forza del proprio avversario in un’arma contro lo stesso. Come è avvenuto con l’attacco alle Twin Towers.
Bin Laden aveva già visto altri piani intelligenti andar male. Aveva progettato di dare il benvenuto al nuovo millennio installando un nuovo tipo di piccolo esplosivo nei sedili di una dozzina di compagnie aeree che volavano dall’Asia agli Stati Uniti. Se tutto fosse andato bene, uno per uno al tempo prestabilito gli aereoplani sarebbero scomparsi senza traccia nell’Oceano Pacifico. Per una banale casualità - un incidente nel maneggiare una delle bombe - la polizia a Manila è intervenuta in un apppartamento pieno di fumo, dove ha trovato un computer con tutte le informazioni sul piano. Con Bin Laden il mondo si è improvvisamente trovato faccia a faccia con la minaccia di un esercito segreto composto da un numero sconosciuto di terroristi, disseminati in luoghi segreti, con piani per azioni terroristiche devastanti. I moderni materiali chimici, biologici o nucleari, anche in piccole quantità, possono causare enorme distruzione se installati con cura esperta in luoghi sensibili. Ponti, tunnel, linee ferroviarie sotto le maggiori città, aeroporti, navi nei porti cittadini, centrali nucleari, dighe, fabbriche, i bagni degli edifici governativi, lettere o pacchi spedite tramite il servizio postale: i bersagli di occasione in una società aperta e fiduciosa sarebbero infiniti. Armati di piccole quantità di materiale di distruzione, quadri pronti a immolarsi sono già di per sé armi di distruzione di massa. Attraverso una guerra asimmetrica si può far perdere la fiducia nelle proprie capacità di autoprotezione anche a una nazione forte. E si può incutere soggezione. Nello stesso tempo, il dominio dell’antica sharia in intere nazioni islamiche poteva funzionare come strumento di controllo totale sui Paesi ospitanti che la imponevano. La polizia religiosa poteva continuare a tenere gli occhi puntati persino sui comportamenti privati. Il dissenso verso le azioni del governo poteva essere interpretato come una bestemmia, punibile con la morte. In Afghanistan prima della sua liberazione dai talebani nel 2001, alcuni prigionieri del regime sono stati spellati vivi come lezione per gli altri. In tutto il mondo islamico ci fu un senso di disgusto verso il governo dei talebani. Sia per la sua crudeltà che per la sua incompetenza. Le condizioni della gente stavano scivolando indietro a livelli che non si vedevano da secoli. La rivelazione dei crimini di Saddam contro il suo popolo è stata un’altra umiliazione che ha ferito gli arabi e altre popolazioni musulmane. Il quesito era: come si era consentito che questo andasse avanti nel nome di una qualche forma di panarabismo? L’improvvisa possibilità di una qualche forma di regime moderatamente libero come quelli che hanno iniziato a prendere forma in Afghanistan e in Iraq nel 2003 - democrazie non perfette tutte in una volta, ma società civili con una stampa libera e altre libertà in espansione - ha posto una nuova scelta per i giovani musulmani. I giovani uomini e le giovani donne possono ascoltare le sirene dell’estremismo politico e dei terroristi, che non promettono quasi niente sotto il profilo delle opportunità economiche o della libertà politica, ma solo l’umiliazione dei nemici secolari. Oppure, possono unirsi agli sforzi per costruire società con opportunità economica e prosperità, congiunte a un regime di libertà e di dignità individuale, sotto una forma di democrazia compatibile con l’islam. Quale sarà la strada prescelta?
La maggioranza speranzosa
Tutti quei musulmani che, in modo ancora incerto, vogliono vivere la propria vita in pace, libertà e prosperità, si rifiutano di ammettere che l’islam sia incompatibile con i diritti umani universali, la dignità personale e le opportunità. Per loro l’essenza dell’islam è l’amicizia, l’ospitalità, l’accoglienza dello straniero, l’aiuto ai bisognosi e il rispetto per la libera coscienza. Pensano che la guerra moderna sia una scelta ripugnante per i musulmani - e del resto in che modo l’islam ne ha tratto beneficio? Vogliono che la coscienza di ogni musulmano sia rispettata, si tratti di sunniti o sciiti, curdi o arabi, asiatici o africani. Vogliono vivere in pace con i loro vicini cristiani, indù, buddhisti e laici. Questi musulmani perseguono la prosperità e la dignità personale, mentre hanno cura della propria religione come una fonte particolarmente pura e intensa di trascendenza nelle loro vite. Fortunatamente, la guerra in cui il mondo civile è ora impegnato, e in cui sarà probabilmente impegnato per più di vent’anni, non è una guerra contro la religione islamica e neppure contro la vasta maggioranza dei musulmani. È una guerra contro una molto più piccola setta politica all’interno dell’islam, che ha distorto la religione tradizionale per adattarla alle proprie dottrine politiche. Questo islamismo politico (per dare un nome ai gruppi di estremisti) è spesso aspramente secolare, certamente molto più politico che religioso, e fortemente volenteroso di allontarsi dall’islam teologico ed etico ogniqualvolta motivi politici lo richiedano. Esso non nasce da un approfondimento delle origini spirituali dell’islam, né da una più profonda riappropriazione delle magnificenti risorse intellettuali islamiche - da quei secoli primitivi quando i manoscritti perduti di Platone e Aristotele erano conosciuti nel mondo musulmano, ma scarsamente disponibili nell’Europa cristiana. La fonte dell’islamismo politico è il desiderio di infliggere danni agli altri. Come abbiamo visto alla fine di agosto nel 2003, il movimento estremista non ha esitato a mettere enormi autobombe fuori dal più santo dei templi sciiti, a Najaf, per uccidere un importante imam subito dopo una celebrazione solenne e per far saltare in aria più di cento altri musulmani che stavano pregando con lui. L’abuso secolarista dell’islam da parte degli islamisti politici è così grande che molti devoti musulmani in tutto il mondo sono pronti a dare le proprie vite piuttosto che accettarli come governanti. Ma qual è il potere dell’estremismo politico all’interno del mondo islamico? Nel 2001 alcuni esperti hanno messo la proporzione dei musulmani che si rallegrano della politicizzazione estremistica dell’islam tra il 10 e il 15%, ma nel 2004 ci sono indizi sul fatto che la proporzione degli attuali sostenitori è sulla fascia più bassa del range indicato, o ancora più bassa. Fra questi indizi ci sono la ribellione diffusa in Afghanistan contro i talebani; scioperi e proteste pubbliche di milioni di giovani in Iran contro i politicizzati Mullah; la perdita di fedeltà verso Saddam Hussein in Iraq. Altri indizi sono l’abilità di molti leader musulmani, come il presidente del Pakistan Musharaf, nell’agire contro i militanti islamici, le cui fila erano precedentemente andate infoltendosi per molti anni. La miglior prova di tutte è stata la calma leadership degli sciiti in Iraq, nonostante i ripetuti bombardamenti da parte di terroristi stranieri che ne hanno uccisi centinaia e centinaia all’inizio del 2004.
Certo, anche un 1% di un miliardo di musulmani nel mondo equivale a dieci milioni di tifosi della jihad politica. E anche 10 mila guerrieri potrebbero causare un grande terrore internazionale. Ma è saggio guardare anche all’altro lato: molti più di nove su dieci musulmani preferiscono un mondo di dignità personale e prosperità in cui i loro diritti siano protetti e le loro opportunità di crescita e progresso possano divenire abbondanti. Abbiamo altre ragioni per stimare grandemente lo straordinario senso islamico della grandezza di Dio, della Sua vastità e trascendenza. Con un piccolo sforzo è facile immaginare il potere affezionato di Dio sulle anime di centinaia di milioni di aderenti all’islam. Sotto il vasto cielo stellato sopra il deserto, gli arabi musulmani possono aver visto con più forza di altri l’enormità del potere e del mistero di Dio. Sotto il sole implacabilmente caldo che riempie di vesciche, hanno imparato a cogliere la fragilità di una singola vita umana. L’islam è una delle religioni veramente grandi. La devozione manifesta dei musulmani per la grandezza di Allah riempie molti cristiani di timore reverenziale. E si dice di tanto in tanto che gli ebrei si sentano più vicini all’islam, per il suo severo monoteismo, che al cristianesimo, con la sua fede nella Trinità. Dico chiaramente la mia: anche se l’estremo islamismo politico è violentemente antidemocratico e ha dichiarato guerra mortale contro l’Occidente, vi sono altre risorse intellettuali che bruciano profondamente nel cuore dell’islam, le quali possono portare a una difesa musulmana di svariate idee cruciali per la democrazia. Tra queste: la dignità degli individui, il governo consultivo intonato sul bene comune, la libertà religiosa, e l’uguaglianza fondamentale di tutti gli esseri umani davanti a Dio. Ci sono però alcuni altri aspetti dell’islam oscuramente pessimistici a cui far fronte prima di passare a quelli positivi. Non è facile per gli occidentali, sia che siano ebrei, cristiani, o laici umanisti, entrare nel modo di pensare arabo o islamico. L’arabo è di per sé una lingua molto più metaforica, passionale, allusiva, allegorica delle lingue occidentali contemporanee, e anche più del greco antico o del latino. Inoltre, il modo musulmano di vedere il mondo non è lo stesso dell’Occidente moderno. Per esempio, noi immaginiamo molte nazioni divise da religioni diverse, ma i musulmani immaginano una sola vera religione condivisa da molte nazioni, e al di fuori di questo moltitudini di persone avvolte nel buio che hanno bisogno di sottomettersi un giorno alla volontà di Allah. L’islam non è strutturato come le chiese cristiane né come il popolo ebraico e la moschea non è strutturata come la sinagoga o la chiesa. Noi possiamo provare a guardare l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam (in questo ordine storico) come le tre grandi religioni monoteistiche che venerano in modi diversi lo stesso Dio, ma i musulmani la vedono allo stesso modo. Datano la propria fondazione ad Abramo e vedono l’ebraismo come una deplorabile svolta nell’errore, seguita dagli errori ancora peggiori del cristianesimo - che agli occhi di alcuni musulmani è una forma di politeismo e, nel suo considerare Cristo uno con Dio, una bestemmia di immense proporzioni.
Preoccupazioni circa la legge islamica
Vediamo ancora. I critici delle nazioni islamiche, anche quelli che vogliono loro bene, puntualizzano che la legge islamica tradizionale è incompatibile con la democrazia moderna in almeno tre cose: primo, riguardo al ruolo di inferiorità riservato alle donne; secondo, riguardo il controllo in ultima istanza di cui investe «consiglieri» religiosi, clericali, il cui ruolo è assicurare la formulazione e l’applicazione della legge secolare all’interno delle comprensioni tradizionali dell’islam; e terzo, riguardo la libertà delle singole coscienze e il libero esercizio di religioni altre dall’islam - o forse anche il libero esercizio di qualunque fazione dell’islam diversa da quella dominante all’interno della nazione (sunnita o sciita). Gli iracheni hanno recentemente affrontato tutti e tre questi temi nei loro tentativi di scrivere una Costituzione. Licenziata l’otto marzo 2004, la costituzione irachena ad interim offre un brillante segnale di speranza all’intero mondo musulmano. Tale rilevante documento mette fuori legge la discriminazione sulla base del «sesso, nazionalità, religione o origini» (art. 12). Prevede una separazione dei poteri in legislativo, esecutivo e giudiziario indipendente (art. 4). E forse con maggior importanza mentre ammette che «l’islam è la religione ufficiale dello Stato», la Costituzione garantisce tuttavia «i pieni diritti religiosi degli individui» (art. 7). È possibile per un islam autentico valutare l’adattamento creativo della propria tradizione a un nuovo futuro nella stessa misura in cui valuta la fedeltà rigida a proprie passate formulazioni? È abbastanza semplice vedere i pericoli di un abbandono troppo leggero delle lezioni del passato faticosamente ottenute. Eppure una tradizione per vivere deve continuamente cambiare, crescere, mettere fuori nuovi germogli. Una tradizione viva viene mantenuta attraverso la formulazione di principi per discernere quali cambiamenti sono autentici sviluppi della tradizione ereditata e quali sono deviazioni fraudolente dietro al nuovo e all’eccitante. Come il declino del cristianesimo progressista dimostra ad abundantiam, un desiderio di novità non è garante di fedeltà alla fede. Molto del cattolicesimo postconciliare è caduto nella «neodossia», amore di ciò che è alla moda, passione per starci insieme, disperato bisogno di provare ai propri pari secolari progressisti che in qualunque cosa essi credono, anche i cattolici progressisti possono credere.