Il patriottismo, al netto delle innumerevoli interpretazioni che di esso si possono dare, è il sentimento di appartenenza alla comunità nazionale. Ancor più, se si vuole, di devozione e di fedeltà alla patria intesa come luogo fisico-geografico e storico-culturale nel quale la comunità stessa, nel tempo e nell'avvicendarsi delle generazioni, si è formata, radicata, evoluta, sviluppata. L'appartenenza a questo elemento naturale che si acquisisce con la nascita è l'adesione matura, consapevole e perfino sacrificale a esso, è il punto di una crescita culturale denominata appunto patriottismo, le cui ragioni morali trovano giustificazione e si legittimano nella percezione dei vincoli fondanti la convivenza tra simili che parlano la stessa lingua, vivono secondo i medesimi costumi, sono prodotti di una tradizione condivisa, spesso sono uniti da uno stesso credo religioso. Insomma il patriottismo è strettamente legato a un complesso valoriale ed emotivo e si manifesta come una «religione laica» dai connotati civili che, in alcune circostanze, assumono le fattezze della sacralità. Il filosofo napoletano Antonio Genovesi scriveva che «l'idea di patria è un'idea molto complessa. Ella abbraccia tutti i diritti che gli uomini hanno nel corpo politico, e molte affezioni contratte pel luogo della nascita, pel clima, pel sito, per le amicizie e parentele, per le tombe dei loro avi, per la religione e per la forma del governo». Dunque, identificarsi, amare, difendere tutto questo significa fare del patriottismo. Concetto o sentimento «invecchiato»? Accantonato, piuttosto, ma non sostituibile se si deve definire la morale pubblica e l'attaccamento ai diritti e ai valori primari della comunità nazionale. Terenzio Mariani della Rovere, ministro di Cavour, oltre che studioso insigne, diceva che la «Patria nel significato morale e politico è sinonimo di Stato, in quanto questo compone uno stretto e nativo consesso in cui ciascun cittadino ha debito e desiderio insieme di effettuare il grado massimo di unimento sociale e civile». E per Giovanni Gentile «né l'attività del processo spirituale... sarebbe mai, dal punto di vista della molteplicità oggettiva, intelligibile, se noi non vedessimo dietro a noi i nostri genitori. E dietro i genitori la gran madre (l'alma mater!) la patria, o la terra, o la natura tutta». L'identità della nazione è il risultato della combinazione degli elementi e dei valori storico-culturali richiamati. Un repubblicanesimo intimamente vissuto, oltre la sfera pubblica insomma, non può fare a meno di riferirsi a tutto ciò con la disponibilità «patriottica» a reputarlo imprescindibile, pena la fine della stessa moralità repubblicana che su nient'altro potrebbe fondarsi rinunciando a ciò che motiva e giustifica la stessa idea di patria.
È naturale che il cammino verso questa concezione di patriottismo repubblicano, sostanziato dalla più forte fedeltà alle ragioni del popolo e dunque democratica, è stato lungo, difficile tortuoso. Così come complicato è stato il raggiungimento della connessione dei valori storico-comunitari con l'indipendenza dell'elemento territoriale: ma tutto ciò è divenuto possibile grazie al sentimento che ha mosso chi reputava indispensabile la coniugazione del dato pre-politico, spirituale e culturale con quello fisico-elementare, vale a dire il patriottismo. Oggi chi è il patriota? Quando si affronta una questione morale come il rapporto tra i diritti civili e come essi vanno interpretati, è difficile sfuggire alla domanda su chi sia il patriota nel tempo in cui la negazione stessa dell'idea di patria, del sentimento del patriottismo sembra moneta corrente. Eppure è necessario riprendere questo tema che rimanda alla domanda che motiva queste riflessioni: noi italiani possiamo essere patrioti, cioè trovare motivi di identificazione con qualcosa oggi, a prescindere dal retaggio storico-culturale richiamato? La risposta è affermativa se soltanto si riflette sulla incedibilità di un'entità che, comunque la si voglia giudicare, è parte di noi che su tale evento edifichiamo con ogni atto della nostra vita quel «plebiscito quotidiano», come lo definiva Ernest Renan, che è la nazione. In particolare, al di là del legittimo orgoglio di essere e sentirci italiani diversamente motivato, l'identificazione tra di noi e la Repubblica è indiscutibile; identificazione che, a differenza di ciò che riteneva Norberto Bobbio, si giustifica non soltanto con le circostanze della nascita stessa della Repubblica, ma con la complessa storia del divenire del popolo italiano della quale essa è il terminale, come in precedenza lo è stato la formazione dello Stato unitario. La Repubblica è la proiezione politica della nazione dietro la quale sta la patria, come ha osservato Silvio Lanaro che ha ricordato nel suo libro Patria il passo del diario nel quale Piero Calamandrei scriveva che «la Patria è il senso di cordialità e di conformazione umana esistente tra nati nello stesso Paese, che s'intendono con uno sguardo, con un sorriso, con un'allusione: la Patria in questo senso di vicinanza è il tono di amicizia tra persone che non si conoscono, di educazione e professioni diverse, e che pure si riconoscono per qualcosa di comune e di solidale che è più dentro».
Quanto la politica abbia fatto in questo lungo dopoguerra per distruggere l'idea di patria e il sentimento del patriottismo, è noto. E tale responsabilità va riconosciuta a chi ha permesso lo scardinamento dell'azione sociale proprio negando quel primario valore unificante dato dal sentirsi tutti, indistintamente, partecipi di una stessa storia, di una nazione condivisa. Non si è trattato soltanto di un tragico errore politico, ma un crimine morale, perpetrato soprattutto attraverso le istituzioni culturali e formative, che, riconoscendo prima la patria e avvertendo di conseguenza il patriottismo, ha cancellato questo come virtù civile in grado di contenere gli ideali, le istanze, i caratteri di tutto un popolo, a prescindere dalle posizioni politiche, non comprendendo che il patriottismo non è un atteggiamento politico, ma l'espressione della fedeltà a un progetto che ci trascende: la nazione. Se questa, infatti, venisse sempre e comunque riguardata come una comunità di destino, il patriottismo non avrebbe difficoltà ad affermarsi e a trovare, nei più tortuosi meandri della post-modernità, un suo posto e un suo ruolo. Infatti, come ha ricordato lo studioso comunitarista Alasdair MacIntyre nel suo saggio Il patriottismo è una virtù? (1992), «una tesi centrale della moralità del patriottismo è che annienterò e perderò una dimensione centrale della vita morale se non comprendo che la narrazione recitata della mia vita individuale è inserita nella storia del mio Paese. Infatti, se non intendo la mia vita in questo modo, non comprenderò che cosa devo ad altri e che cosa altri devono a me, per quali crimini del mio Paese sono tenuto a riparare, per quali benefici alla mia nazione sono tenuto a provare gratitudine. Comprendere ciò che mi è dovuto e ciò che devo, e comprendere la storia delle comunità delle quali sono parte, è, secondo questa concezione, la stessissima cosa». È difficile essere in disaccordo con MacIntyre, come non si può che consentire con lui quanto sostiene che se una comunità nazionale sconfessasse sistematicamente se stessa, la sua storia, le sue tradizioni, verrebbero meno i legami tra gli appartenenti a essa che sarebbero giustificati soltanto dagli interessi (non diversamente da ciò che accade in un'azienda commerciale). In un quadro del genere che senso avrebbe il patriottismo? E, dunque, il vincolo di riconoscibilità di una nazione?
Al tempo della globalizzazione può sembrare perfino eccentrico un richiamo alla patria. Eppure è proprio in tale contesto che il diritto alle differenze, da armonizzare secondo lo spirito di una governance autenticamente democratica, risalta maggiormente poiché non potendo essere il mondo una patria per ovvi motivi, saranno le patrie a doversi confrontare sulla base di una logica reciprocità nel cui ambito i valori comuni condivisi non possono che fondarsi sul riconoscimento del diritto primario dei popoli alla sovranità da «giocare» in maniera non necessariamente conflittuale. È così che il sentimento nel moderno patriottismo assume le fattezze di una dottrina antica eppur nuova: il sovranismo che al patriottismo dà sostanza politica e fa giustizia del vecchio nazionalismo le cui eterodosse interpretazioni hanno generato le catastrofi che sappiamo. A tale scopo non è possibile ignorare il rapporto tra le nazioni europee, in vista della costruzione di un patriottismo continentale che è l'orizzonte primario del progetto di ampliamento della questione dell'identificazione cui si faceva riferimento. Per cominciare è necessario che la dignità di tutte le nazioni europee venga accettata, senza riserve, e a prescindere da considerazioni economico-finanziarie, soltanto perché prodotti storici e in quanto tali non riconducibili a un indistinto agglomerato mercantile tenuto insieme da una classe di tecnocrati che non rispondono ai governi e ai parlamenti nazionali. Se non vuole essere segnato da tale «patologia» l'avvenire dell'Europa, posto che la politica voglia assumere il ruolo che le compete nella costruzione dell'unità continentale, è necessario ritornare al principio nazionale su cui modellarla e, dunque, restituire ai popoli le loro ragioni da far valere nel processo di integrazione. Ragioni che non sono soltanto politiche, ma anche morali, culturali, storiche che irragionevolmente sono state espulse dalla formazione delle coscienze degli europei per tutta la seconda metà del secolo scorso, quasi come se fossero anticaglie delle quali fare a meno in ossequio a una quantomeno discutibile concezione della modernità secondo la quale la consapevolezza e il culto delle radici sarebbero fattori di arretratezza e, alla lunga, frenerebbero i processi di integrazione connessi con lo sviluppo tecnologico. Niente di più sbagliato se, come crediamo, e come lo storico Gioacchino Volpe ha ampiamente dimostrato nelle pagine di un breve ma denso e illuminante saggio, Origini della nazione italiana, una nazione è un'anima e un principio spirituale, ne consegue che essa sul piano europeo deve conservare le stesse caratteristiche se non vuole correre il rischio di perdersi o di essere sopraffatta da identità più forti e maggiormente consapevoli della loro consistenza storico-culturale.
Ecco perché se l'esistenza della nazione non contraddice la costruzione di una nazione europea, questa non può negare la prima dalla quale trae legittimità e fondamento. Ernest Renan in una conferenza tenuta alla Sorbona l'11 marzo 1882, sostenne che la nazione è «una grande solidarietà costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme». Si può esprimere il consenso a continuare a vivere insieme quando alla conoscenza delle necessità si unisce la consapevolezza di appartenere a una comunità radicata in una vicenda storica che l'ha prodotta e fatta diventare ciò che è. In questo senso il patriottismo europeo non è la rappresentazione di un'utopia ma la dilatazione, logica e coerente, di quel patriottismo primario sopra ricordato.