Yves Bonnefoy
Veneranda
L’orante è sola nella stanza
[bassa e senza luce,
La sua veste ha il colore
[dell’attesa dei morti,
È il più pallido azzurro
[che sia al mondo,
Rivela, sfaldato, l’ocra delle pietre nude
L’infanzia è sola, chi sopraggiunge è oscuro.
Reggono lampade chini sul suo corpo.
Oh, dormi? Arde la tua presenza non placata
come un’anima, nelle parole che ti offro ancora.
Sei sola, sei invecchiata in questa stanza,
Attendi ai lavori di tempo e di morte.
Ma vedi, basta il tremito d’una voce sommessa
Perché l’alba spiova ai vetri del tempo morto.
(da Ieri deserto regnante)
John Keats
Al sonno
Tu che imbalsami
[la quiete della notte,
chiudendo con le tue dita
[premurose e buone
i nostri occhi lieti
[del buio, e li proteggi dalla luce,
avvolti all’ombra del divino oblio:
o dolce sonno, chiudi, se ti aggrada,
mentre ti canto, i miei occhi vogliosi,
o attendi l’amen prima che il papavero
diffonda le sue grazie sul mio letto.
Poi salvami o splenderà il giorno passato
sul mio guanciale generando pene,
salvami dalla coscienza curiosa, che scava,
come una talpa e ammucchia contro il buio,
e gira bene la chiave nella toppa oliata,
sigilla il muto scrigno dell’anima mia.
(da I ragazzi che amano il vento)
Roberto Mussapi
In taxi
A sinistra l’ininterrotta
[scia dell’acqua,
il lento moto liquido,
[le case, capanni,
barche ondeggianti vuote
[accanto ai pontili
e una canoa lontana che tagliava la corrente.
La breve corsa ebbe termine, fummo fermi,
mi accorsi del suo collo di schiena,
largo sul giaccone, sul corpo robusto da sessantenne.
E nella linea che partiva dal mezzo dei miei occhi
idealmente trapassando il capo nel centro dei suoi,
esattamente dove batte lo sguardo io vidi sul cruscotto
un portafoto a calamita di finta lucertola verde.
Davanti all’occhio sinistro un uomo anziano
con la barba, la giacca austera e seria da posa,
a destra una donna con una borsa tenuta con imbarazzo,
anziana ma non vecchia, su un campo
stinto come il paesaggio e gli alberi e il cosmo
in qualche povera campagna d’Italia.
Così, nel bianco e nero sfumato dal tempo
nella luce ingiallita dalla luce irradiante
nell’abitacolo offeso dallo splendore dell’aria
io conobbi suo padre e sua madre,
apposti alla prua del suo viaggio di ogni giorno,
quasi tenuti in vita con la forza degli occhi.
Quelli non li conobbi, né il nome,
se non per il sacrario dove battono
nel tempo quotidiano e dove i miei li seguirono.
Ascoltami, fratello, fu quello il viaggio che oscurò
[il mio sguardo.
Lì ho conosciuto la desolazione dell’oceano,
ho passato Finisterre e mi sono perduto nell’abisso,
fu il più disperato naufragio, in una strada di Firenze,
accanto alla ramata onda tartarica
fluente nel letto ostile e ermetico,
mentre pagavo la corsa e lo perdevo per sempre.
(da La polvere e il fuoco)
Mario Luzi
Aprile-Amore
Il pensiero della morte
[m’accompagna
tra i due muri di questa
[via che sale
e pena lungo i suoi
[tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
la selce; sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.
Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.
Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!
È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.
La mia pena è durare oltre quest’attimo.
(da Primizie del desero)
Dylan Thomas
La forza
che nella verde miccia
spinge il fiore
La forza che nella verde
[miccia spinge il fiore
Spinge i miei verdi anni; quella che fa scoppiare
[le radici degli alberi
È la mia distruttrice.
E sono muto a dire alla rosa contorta
Che curva la mia giovinezza la stessa febbre invernale.
La forza che spinge l’acqua tra le rocce
Spinge il mio rosso sangue; quella che le correnti
[allo sbocco prosciuga
Le mie trasforma in cera.
E sono muto a urlare alle mie vene
Che alla fonte montana succhia la stessa bocca.
La mano che vortica l’acqua nello stagno
Agita sabbie mobili; quella che imbriglia i venti
[anche la vela
Regge del mio sudario.
E sono muto a dire all’impiccato
Che la calce del boia è la mia stessa creta.
Dove la fonte sgorga, s’attaccano le labbra del tempo;
L’amore goccia e inturgidisce, ma il sangue
[che cola addolcirà
Le ferite di lei.
E sono muto a dire alle intemperie
Come il tempo ha scandito un cielo attorno agli astri.
Muto a dire alla tomba dell’amante
Che verso il mio lenzuolo striscia lo stesso
[tortuoso verme.
(da Poesie)