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La stanza segreta

LIBERAL BIMESTRALE
di Roberto Mussapi
Liberal Anno V numero 31 - Agosto - Settembre 2005

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cop31
La virtù in poesia: la domanda, poiché di domanda si tratta, è così ingenua, o provocatoria da rivelarsi terrilmente difficile, cioè intelligente. Soprattutto se rivolta a un poeta: non è detto che egli sia il più adatto a rispondervi. Più avanti dirò perché. Ma la domanda manifesta la sua intelligenza nella sua natura di paradosso. Fortunatamente ogni poeta è anche un lettore, non sarebbe mai stato poeta se non avesse letto, e se non continuasse a leggere, ma soprattutto a vivere in se stesso la natura di lettore, che significa immedesimarsi a ogni primo verso in quel lettore invisibile, quel «lettore interprete, mio simile, mio fratello» per dirla con le parole di Baudelaire. Il poeta scrive solo perché è se stesso, ma non scrive per se stesso, non solo perché si rivolge a un lettore, ma anche perché scrive in nome di quel lettore, cercando di colmare il suo vuoto di poesia: il lettore, appunto, è il suo interprete, simile, fratello, il suo compagno segreto, invisibile perché privo di un volto individuabile, svanente, come svanisce il poeta appena entra nella composizione dell’opera, appena entra nella dettatura e non riconosce più se stesso nella voce che lo possiede e comada. Il poeta, in questa fase, non è però un essere totalmente passivo, un succube, ma un interprete che ha superato fasi di iniziazione allo scopo di distinguere all’istante, naturalmente (la naturalezza è notoriamente una conquista, dopo l’età infantile) la voce autentica dalle false voci, di cui gronda il mondo emozionale di ogni essere umano. Ascolto e disciplina all’ascolto devono coincidere, cioè ubbidienza e determinazione, accettazione della visione, dello spettro (è uno spettro colui che annuncia ad Amleto la verità del delitto e la realtà tragica del regno, è uno spettacolo, parola imparentata a spettro, che la conferma) e azione. L’azione del poeta consiste nel tradurre quella voce o apparizione in una forma sonora e scritta, che giunga al cuore del suo contemporaneo. Si tratta quindi di rendere presente e attuale qualcosa che giunge da una dimensione senza tempo e attualità, ma che non a caso accade ora, hic et nunc.
Se la poesia fosse pura registrazione di un evento improvviso e rivelante, sarebbe un calco insignificante per il contemporaneo, l’ascoltatore-lettore, il simile, il fratello, il compagno segreto. Quando, interrogato sul mestiere del poeta (oggi potremmo tradurre il termine, tekne, anche con professione) Socrate risponde che il poeta, a differenza del chirurgo o del maniscalco non possiede perfettamente un mestiere (o una professione), poiché mentre i primi due, se non ubriachi o drogati, sanno ripetere sempre interventi dello stesso livello tecnico, il poeta può non replicare i suoi esiti, e quando afferma che quindi è un dio che lo incontra e possiede la scaturigine della poesia, non sta affermando che il poeta è una fotocopiatrice, una materia passiva su cui imprimere un calco. Allude a una misteriosa concomitanza di energie tra una forza irrompente da fuori e una traducente da dentro, e immediatamente riverberante all’esterno la visione, elaborata, trasformata, tradotta. Ci avviciniamo quindi al tentativo di rispondere alla domanda, che solo apparentemente è stata elusa: fermo restando che le virtù della poesia sono infinite (come quelle di ogni cosa) e che nessun poeta potrà mai cogliere quella essenziale, se non all’interno della propria esperienza, delle proprie visioni e del proprio travaglio, della tradizione che si è scelto e della costellazione di affinità elettive in cui si è scoperto incluso, la virtù innegabile della poesia è la compresenza di mondo interiore e mondo esterno, voce atemporale e lingua storica, essenzialmente, quindi un lavoro di traduzione a tutto campo, un lavoro di accettazione o assimilazione coincidente con una metamorfosi che genera una forma nuova e uscente. La virtù in poesia, quindi, secondo questo filo, consiste in un processo e un’etica che includono l’ascolto, la capacità costruttiva e plastica, la traduzione, la compassione, in sintesi, forse, una sorta di «immedesimazione», nel senso che ci si è immedesimati prima per immedesimarsi dopo, a lavoro compiuto, nella stanza segreta, di cui il poeta non conosce i misteri ma solo la fatica, il travaglio, il sudore, le notti e i giorni di ricerca spesso delusa e mai gratificata di una patente durevole.
La poesia non si compie mai, anche dopo Alighieri continua a essere inespressa del tutto e a cercarsi. Lo sapeva John Keats, che in una famosa lettera definì il poeta l’essere più impoetico del creato poiché non gli è dato di essere una cosa (la luna, il sole, la terra, molte opere di Shakespeare, aggiungeva), ma di essere la risonanza attiva delle cose, il loro traduttore perennemente inappagato. Da quell’inappagamento nascono le opere durevoli, è il mistero della vita, prima che della poesia, che solo le è serva. Al poeta spesso viene posta una domanda essenziale: «Poeta si nasce o si diventa?». Ho idee chiare su una parte del quesito: non ho mai visto diventare poeta qualcuno che avesse voluto esserlo senza esserlo nato. Poeta si nasce. Ma una volta nato, poeta si diventa. Ho visto poeti nascere tali e non diventarlo. Questo è un mistero, e per il poeta un dramma, che egli deve vivere virilmente, abituato alla pratica di un’arte che sa inesistenti o inappercepibili su questa terra le risposte definitive e totali. Forse, allora una virtù essenziale della poesia è proprio questa: sperare di essere nati e lottare per divenire.
 

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