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Temperanza/È la guida verso la vera passione

LIBERAL BIMESTRALE
di Luca Doninelli
Liberal Anno V numero 31 - Agosto - Settembre 2005

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cop31
Se c’era una virtù di cui non parlare, questa era proprio la temperanza. Ed è toccata al sottoscritto. Oggi sembra essere in questione non solo l’importanza di questa virtù, ma anche il suo statuto stesso di virtù. È poi così virtuoso essere temperanti? Già molti anni fa ci veniva ricordato come, contro il logorio della vita moderna, fosse sufficiente un buon aperitivo a base di carciofo. Per gli eccessi bastano le pastiglie (la neuropsichiatria), le goccioline (o altre, diverse soluzioni cosiddette «alternative»), oppure gli aperitivi. È così virtuoso temperare gli eccessi? La vita moderna dice di no. La vita moderna dice che la virtù sta nel liberarci delle pastoie dei molti super-ego che ci opprimono, che la liberazione dei sentimenti e delle passioni è salutare, che si va dove ci porta il cuore oppure ci si attacca al tram (che non passa mai), e che perciò la sola, vera virtù, meritevole di amore e di pietà, di amicizia e di ammirazione e persino di invidia, è se mai l’intemperanza. Si ama l’intemperante, si ammira l’intemperante, si ha pietà dei suoi errori, si girano film su di lui. Viceversa il temperante non merita niente di tutto ciò. Men che meno un film. Al massimo uno sketch: ve lo ricordate il grande Walter Chiari nei panni dell’impiegatuccio molto temperante al quale tutte le sere una prostituta grida a morto de sonno? Il temperante è acido, represso, rabbiosetto e per la giuria popolare del nostro tempo è colpevole di non amare niente e nessuno. Forse in passato ha amato, ma è rimasto scottato e ha deciso di chiudere quella porta per sempre. Perciò è da vedere (secondo questo tribunale) se la temperanza debba essere annoverata tra le virtù. Insomma. L’intemperante sarebbe più umano del temperante. Cedere sarebbe più umano che resistere. Lasciarsi andare sarebbe più umano del prendere con pazienza in mano i fili della propria vita. Strana visione, ma oggi è così. Voglio ricordare, prima di passare alla pars construens, che la definizione di «temperanza» data dal Catechismo di San Pio X va esattamente nella direzione di questa antipatia. «La temperanza - leggiamo - è la virtù che frena le passioni e i desideri, specialmente sensuali, e modera l’uso dei beni sensibili». A chi interessa ancora questo prodotto?

Be’, per esempio interessa a me. Lo dico col cuore. Perché so che alla fine di tutte queste tempeste di passioni non ci aspetta nessuna felicità, nessuna vera conoscenza del mondo, ma soltanto un’insoddisfazione profonda coperta da un velo (sempre prossimo a lacerarsi) di compiacimento estetico - quello, per intenderci, che ci fa dire: «Quanto ho vissuto!». Un’altra ragione per cui m’interessa la temperanza è che tutto il romanticismo da parrucchiera sciorinato poco sopra non contiene nemmeno un milligrammo di un ingrediente che, quando si parla di cose umane, non dovrebbe mai mancare: la libertà. Tutta questa gente che agisce in base a impulsi profondi, tutta questa gente che non può far altro che assecondare la parte vera di sé (ossia quella che sta sotto, quella notturna e spesso nottambula e sonnambula, in ogni caso quella che non si vede), tutta questa gente che appare eroica solo perché dichiara guerra alla coscienza, al libero arbitrio, al nostro volto visibile - che è poi quello che si prende per primo le sberle della vita - ebbene: che noia mi fa! Tutte queste passioni, tutti questi sentimenti, tutte queste emozioni profonde, tutta questa cedevolezza: che palle! Mai un istante di vera libertà, mai una vera scelta. Tutti i cammini sono sempre segnati, e giunti allo stesso bivio si va sempre, 100 volte su 100, dalla stessa parte. Che noia! E lo dico - terza ragione d’interesse per la temperanza - perché io stesso sono un intemperante nato. 

La temperanza è la virtù che frena le passioni e i desideri, specialmente sensuali, e modera l’uso dei beni sensibili. Prima osservazione. La virtù non è uno stato, ma un’azione. La temperanza compie un’azione, che è quella di frenare. È un principio attivo che opera in una certa direzione: quella di porre - consapevolmente - un freno. Niente a che vedere con i famosi freni inibitori, dunque. Il freno inibitore (se esiste) è una specie di tappo posto nella zona rimossa del nostro io. Questa azione, in secondo luogo, agisce sulle passioni e sui desideri.  

Passioni
La passione è lo stato nel quale il nostro sismografo interiore accusa l’azione di qualcos’altro. La passione, come la diagnostica, subisce il danno di una (grave o leggera che sia) discrepanza rispetto allo scorrere del tempo. Quando il sismografo rileva il terremoto, spesso è troppo tardi per correre ai ripari. Quando si verificano i sintomi di una grave malattia, spesso è tardi per intervenire. Allo stesso modo, quando ci accorgiamo di una passione in corso, è segno che ciò che la causava è già accaduto. Quando diciamo «mi sto innamorando» è il segno che siamo già innamorati. Per questo si chiamano passioni: perché la coscienza e il libero arbitrio intervengono sempre in ritardo sulla loro causa. Ma è meglio che sia così: l’esistenza delle passioni è il segno più inconfutabile della nostra creaturalità, e anche della nostra caducità profonda, quella che viene prima di ogni nostro assenso. La realtà sta prima di noi, e noi non ci siamo fatti da soli. Le passioni, dunque, dichiarano l’imminenza della realtà. Esse non sono un male di per sé, e non vanno affatto eliminate, come pensava Kant. Vanno, invece, frenate. Perché? Perché nel momento in cui diventano dominanti smettono di essere segni e possono offuscare o cancellare altre virtù, altri intendimenti, altre verità, altre passioni, rimpicciolendo così il nostro orizzonte. Esistono infatti «la» passione e «le» passioni. La grande passione dell’uomo, secondo il cristianesimo, è la passione per l’infinito, o mistero, o destino. È la grande passione per cui mai e poi mai troveremo piena soddisfazione in un bene parziale. Viceversa, «le» passioni sono beni parziali. Sesso, potere, ricchezza, prestigio, fama, piacere: tutto può essere oggetto di passione. Conoscevo un tizio che dichiarava di non poter vivere senza l’acqua Perrier. Le passioni non possono essere eliminate perché sono il segno della nostra dipendenza dalla realtà. Ma il loro valore sta nel segno. La passione per la donna o per la poesia o per il mangiar bene sono segni, indizi di quella che è «la» passione vera. Attenzione. Non ho nominato Dio perché anche la passione per Dio (la mistica) può diventare parziale nel momento in cui offusca la totalità dell’uomo, che è passione, m anche intelligenza e libertà. 

Desideri
Ci sono poi i desideri. Il desiderio precede e segue la passione. Anticipa la passione: spesso la passione comincia in forma di desiderio - che so, il desiderio di rivedere una donna incontrata una sera in casa di amici. Il desiderio appartiene quindi alla stessa dinamica della passione, è suo parente stretto e, come nel caso delle passioni, anche nel suo caso possiamo distinguere «il» desiderio e «i» desideri. Il desiderio di per sé è la registrazione di un’assenza. Noi desideriamo qualcosa che manca, che ci manca. Desideriamo qualcosa senza il quale ci sentiamo incompleti. L’esperienza però ci dimostra che il desiderio è cieco, e che una volta ottenuto il presunto oggetto non si placa. Il desiderio non sa che cosa ci manca. Di qui ci viene un’indicazione preziosa: la temperanza, frenando il desiderio, non toglie qualcosa a esso, bensì aggiunge qualcosa - per l’esattezza, la temperanza introduce il che cosa che il desiderio non sa. Il desiderio è desiderio di tutto - ma questo il desiderio non lo sa, bisogna che qualcuno glielo dica. Col linguaggio della temperanza. Allo stesso modo, possiamo dire, anche a proposito delle passioni, che il freno della temperanza, più che togliere aggiunge la necessità della totalità. La temperanza non è dunque moderazione pura e semplice, né tantomeno l’espressione di un bisogno di equilibrio tra le diverse spinte che riceviamo, interiori ed esterne: essa è invece l’introduzione alla vera passione, al vero desiderio.
Postilla. Risulta più facile, ora, comprendere la specificazione della definizione di Pio X riguardo ai sensi. Il freno, dice, è rivolto a passioni e desideri «specialmente sensuali». Perché i sensi sono la prima fonte di conoscenza, ma anche la prima fonte di ogni riduzione della passione e del desiderio. «Amor mio/ basto io» - e invece non basta. 

E modera l’uso dei beni sensibili. Est modus in rebus, moderare significa dar modo. Bisogna dar modo alle cose sensibili di operare così da produrre il maggior bene possibile. Anche qui, frenare non significa tagliare. Soldi, potere, sesso, intelligenza, astuzia, generosità sono beni sensibili. Anche un fucile è un bene sensibile, anche una chitarra o un computer. Tutte queste cose sono beni se usate secondo uno scopo buono, ossia secondo quello scopo che più di altri dà una ragione della loro esistenza. Gli antichi usavano il termine proprium. Il proprium del fucile non è l’uccisione, bensì la difesa. Altrimenti l’esistenza stessa di molte cose sarebbe male. Ma condannare l’esistenza porterebbe a conseguenze atroci, a uno stato d’oppressione tendente al crimine. I grandi totalitarismi si distinguono per la loro incapacità di accettare l’esistente. Non sarebbe giusto dire che l’esistenza della bomba atomica è un crimine. Un azzardo, questo sì, ma non un crimine. Un crimine fu lanciarla su Hiroshima e Nagasaki. La bomba atomica ha dunque un uso che non è quello di essere sganciata sopra un popolo inerme, ma quello di obbligare l’uomo a percepire la necessità e l’urgenza della pace. In sintesi: trattare le cose come vanno trattate in vista del bene - o, se non vogliamo usare una parola così grossa, diciamo: in vista di un incremento, di una crescita delle condizioni ottimali, o perlomeno favorevoli, che ci permettano di fare quello che possiamo e sappiamo fare, di dire ciò che abbiamo da dire, di essere quello che siamo. Quando diciamo «pace» intendiamo queste condizioni favorevoli. La temperanza, poco amata, poco di moda, ha però questo scopo, perciò è una virtù. L’intemperanza è romantica, focosa, passionale. Ma porta alla libertà? O innesca, piuttosto, un meccanismo - prima sottile, poi sempre più rovinoso - di schiavitù? 
 

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