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Speranza/Il filo tra presente e futuro

LIBERAL BIMESTRALE
di Mons. Livio Melina
Liberal Anno V numero 31 - Agosto - Settembre 2005

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cop31
Fra tutte le virtù, la speranza è tanto umanamente implausibile che riesce a stupire persino Dio, osserva argutamente Charles Péguy nel Portico del mistero della seconda virtù: «Che quei poveri figli vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina, che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina: questo è davvero stupefacente ed è proprio la più grande meraviglia della nostra grazia». Dio non è stupito né dalla fede, né dalla carità: la fede è una sposa fedele, la carità, una madre; è invece stupito dalla speranza: essa è come una bambina piccola, una bambina da nulla, ma è proprio lei che fa andare avanti il mondo. Infatti, non si lavora mai che per i bambini. «Appesa alle braccia delle sue due sorelle più grandi, che la tengono per mano, la piccola speranza avanza. E in mezzo tra le sue due sorelle grandi ha l’aria di lasciarsi tirare. In realtà è lei che fa camminare le altre due». Sarà per una crisi di speranza, allora, che la vecchia Europa sembra non camminare più? Non sarà forse proprio per la mancanza di bambini, che non si trovano più le ragioni per lavorare e che l’economia non gira? È questa, in fondo, la diagnosi che Giovanni Paolo II ha proposto circa due anni fa nell’esortazione apostolica Ecclesia in Europa (nn. 7-9): egli parlava di «offuscamento della speranza», di «stagione di smarrimento», di «paura del futuro». I segni? La drammatica diminuzione della natalità, l’incapacità di operare scelte di vita definitive, la chiusura egocentrica, che genera paura dell’altro e ripiegamento. Le cause? Lo smarrimento della memoria, il non avere più radici e, soprattutto, l’apostasia silenziosa che porta a vivere «come se Dio non esistesse». Se non disperato, il nostro mondo è almeno «di-speranzato».

Eppure, paradossalmente, la rivoluzione del Sessantotto sia era aperta per l’Europa con un proclama sulla speranza, o meglio forse: con una sua reinterpretazione. Daz Prinzip Hoffnung di Ernst Bloch aveva tentato di innervare l’impeto rivoluzionario del marxismo con lo slancio religioso di un’escatologia secolarizzata: la speranza dev’essere il principio che trascina in avanti il mondo, anticipando ciò che ancora non esiste. L’ottimismo è per lui l’espressione della nuova fede nella storia, in cui Dio viene sostituito dalla prassi rivoluzionaria. Il pensatore tedesco elabora quindi un’ontologia del non (ancora) esistente, in cui la speranza è una virtù di lotta, una forza che fa avanzare nella marcia verso l’utopia. Certo, dopo cinquant’anni dal proclama e ormai quasi quaranta dalla sua ricezione giovanilistica, dell’ottimismo blochiano resta davvero poco nella coscienza vissuta dell’homo europaeus contemporaneo che noi siamo. L’ottimismo ideologico, surrogato effimero della speranza giudaico-cristiana, ha ben presto esaurito le scorte di propellente e il razzo, che doveva trionfalisticamente essere lanciato verso le stelle del futuro traghettando l’umanità al mondo nuovo, è miserevolmente posteggiato in un hangar in disuso. Da cosa dipende questo esaurimento delle scorte, questa mancanza di energia e di slancio, questa decrepitezza spirituale? 

La speranza è certamente un miracolo che fa stupire persino Dio, ma essa ha dei presupposti, senza i quali diventa impossibile. Essa è un ponte gettato arditamente tra il presente della nostra condizione e il futuro cui anela il nostro desiderio, ma perché il ponte regga e permetta il transito del pellegrino è necessario che ci sia un punto di appoggio solido per la campata. Ecco allora, di nuovo, una saggia indicazione di Péguy: «La speranza non va da sé. Per sperare bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto, aver ricevuto una grande grazia». 

Lo slancio in avanti si esaurisce presto se non poggia su una certezza presente, solida e verificata nell’esperienza. Scriveva don Luigi Giussani: «La speranza è una certezza nel futuro in forza di una realtà presente. Perciò è la presenza di Cristo, resa nota dalla memoria, che ci rende certi del futuro. Ed è possibile allora un cammino senza sosta, un tendere senza limiti, a partire dalla certezza che Lui, come possiede la storia si manifesterà in essa». 

Così siamo sollecitati a ritrovare le radici della speranza nel suo profilo alto di virtù teologale, secondo la concezione biblica e cristiana. La grande speranza che ha Dio come oggetto e come autore, come mèta e come origine, è il fondamento anche delle nostre piccole speranze quotidiane. I francesi distinguono linguisticamente la grande espérance dai molteplici espoirs; ma in realtà solo l’ancoraggio della vita al suo compimento ultimo può dare stabilità anche al quotidiano bisogno di proiettarci con fiducia nel futuro, per attendere o progettare qualcosa che dia senso alla fatica del cammino. La virtù, infatti, diversamente dalla sua meschina riduzione puritana e borghese, non è un’attitudine mediocre che rifugge impaurita da tutto quanto sa di energia vitale: è piuttosto una forza (virtus) che permette all’uomo azioni eccellenti. Dove si alimenta quest’energia che tira avanti la vita?

La figura biblica della speranza più impressionante è certamente quella di Abramo, che secondo la lettera ai Romani, «ha sperato contro ogni speranza umana» (in spe contra spem: Rm 4, 18). Quando il suo desiderio legittimo di un erede, di una discendenza, di un futuro sembra irrimediabilmente frustrato dall’età e dalla sterilità di Sara, la speranza diventa per lui possibile perché nella sua vita irrompe la promessa di Dio, che corrisponde al più intimo desiderio del suo cuore e che nello stesso tempo lo supera infinitamente: «Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. Tale sarà la tua discendenza» (Gen 15, 5). E Abramo credette: credere è per lui sperare, aprirsi al futuro sulla base solida della promessa di Dio, al di là delle apparenze. La speranza rende indomito Abramo e quindi pellegrino. Egli è il padre di tutti i credenti, perché è il padre di coloro che sperano.

Ottimismo a oltranza, dunque? Una seconda icona della speranza biblica possiamo rintracciarla nel profeta Geremia, che ci è noto anche proverbialmente come campione di pessimismo. E, in effetti, egli fu incarcerato dai detentori del potere, dai cortigiani e dai sacerdoti perché si opponeva all’ottimismo ufficiale. Contro i falsi profeti egli ha il coraggio del realismo della ragione e si contrappone alle false speranze, fondate su sicurezze superstiziose e sulla pretesa che Dio fosse il garante assicurato di progetti meramente politici. Eppure nel suo realismo, quando crollano tutte le false speranze umane dei politici, Geremia si dimostra come il vero portatore di una speranza più grande che viene da Dio: non è l’ottimismo che salva; al contrario solo la vera speranza permette di essere davvero realisti nel giudizio sugli eventi empirici della storia.

Terza grande figura, che porta a compimento il tema cristiano della speranza, è Maria di Nazareth, che nel Magnificat (Lc 1, 46-55) canta la fedeltà di Dio alle promesse fatte «ai nostri Padri, ad Abramo e alla sua discendenza per sempre». Quelle promesse sono un avvenimento che Maria porta già in sé: un avvenimento reale e nascosto, che attende solo di manifestarsi. Novità della nuova alleanza, è un futuro nascosto nel presente, l’oggetto della speranza di Maria e di ogni cristiano. È un bambino (ancora una volta), un bambino che sfonderà il muro della morte e aprirà per tutti la porta del futuro di Dio.

La parola speranza, nella sua radice ebraica (qwh – qaw) si ricollega a «filo», corda (Gs 2, 18-21: il filo rosso di Raab, la prostituta). Così anche noi diciamo «un filo di speranza»: la speranza è un filo che lega il presente al futuro, sperare è agganciare il presente al futuro promesso. La certezza del futuro è legata a un presente. Il simbolo medioevale della speranza è l’ancora: si ricordi l’ancora-croce della basilica di san Clemente a Roma. Cristo è la nostra speranza, perché Egli risorto è già penetrato nel santuario dei cieli, e a lui la nostra vita può ancorarsi e attendere il compiersi delle promesse, che in verità è già iniziato (Ebr 6, 18-20).

Il Catechismo della Chiesa cattolica ci suggerisce che la virtù della speranza corrisponde al desiderio di felicità, scritto nel profondo del nostro cuore: «La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il Regno dei cieli e la vita eterna come la nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo» (n. 1817). «Ci è stato forse promesso qualcosa? E allora perché aspettiamo tanto?» si chiedeva Cesare Pavese. Prendere sul serio il desiderio di felicità o estinguerlo? E come fare perché l’utopia non distrugga il presente? Come resistere al presente nella sua pervicace smentita della speranza?

C’è un paradosso da affrontare. Per il cristiano esso trova la sua espressione acuta nelle Beatitudini: «Beati i poveri…, beati gli afflitti…» (Mt 5, 3ss). Di che si tratta? Come comprendere queste espressioni? È un controsenso, un inganno che permette di sopportare il presente rimandando al futuro, o non piuttosto più francamente una commovente presa in giro? In realtà Gesù, in quel suo proclama della speranza che è il discorso della montagna (Mt 5-7), annuncia ai discepoli che lo seguono la misteriosa condivisione del suo stesso destino: è lui il soggetto delle beatitudini, è lui il povero, l’afflitto, il mite, ecc. Egli annuncia la vicinanza misteriosa di Dio e del suo Regno già nelle sofferenze e contraddizioni del presente, e mentre invita a vivere questa gioia segreta e nascosta, rivela che un giorno essa sarà pienamente manifesta. Le Beatitudini sono il paradossale anticipo della gioia del Regno, possibile in chi segue il Signore, che consente di sperare nel futuro. Tommaso d’Aquino le chiama nello stesso tempo spes beatitudinis e beatitudo spei (Summa theologiae, I-II, 69, 2): titolo di merito per sperare nella felicità futura, ma anche incipiente felicità donata già fin d’ora, in mezzo alle lacrime e alle persecuzioni. Il paradosso non è una contraddizione, ma il Regno nascosto come una perla o come un tesoro nel campo.

Ecco allora il volto di chi cammina nella speranza: capace di realismo e nello stesso tempo di segreta letizia, animato da una tensione infaticabile. Il profeta Isaia ne descrive così la fisionomia: «Egli (Dio) dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono le ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40, 29-31). La speranza mette le ali, la speranza fa volare. Dice Bonaventura da Bagnoregio in un’omelia di avvento: la speranza esige da noi un impegno radicale, esige che tutte le nostre membra diventino movimento per sollevarci dalla forza di gravità della terra, per ascendere alla vera altezza del nostro essere, alle promesse di Dio (Sermo XVI, Dom. I Adv.).

Che cos’è dunque la speranza? E come essa è possibile per noi? L’ottimismo ideologico di stampo utopistico e politico, scriveva Joseph Ratzinger, non è in fondo altro che il vano tentativo di dimenticare la morte (Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità, 42), così come lo è lo scetticismo «sazio e disperato» che vi ha fatto seguito. La speranza, come virtù cristiana fondata nel Risorto, è il desiderio salvato nel suo slancio originario da un dono, che già misteriosamente presente, permette di sperare con paziente fiducia nel compimento di quanto ci è stato promesso.