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Sacrificio/Il grande inganno di Prometeo

LIBERAL BIMESTRALE
di Stefano Zecchi
Liberal Anno V numero 31 - Agosto - Settembre 2005

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cop31
Il sacrificio è un simbolo che mette in relazione l’umano al divino e sottolinea la rinuncia dell’uomo ai legami terreni per amore dei valori spirituali della vita. In tutte le tradizioni troviamo il simbolo del figlio o della figlia che nella loro purezza e innocenza vengono sacrificati per devozione: l’esempio di Abramo e di Isacco è il più noto tra queste forme di sacrificio. Ma c’è anche il sacrificio che non si esegue per ottenere l’amore divino, bensì per ricevere forza e protezione per vendicarsi di qualcuno: è il caso di Agamennone che sacrifica Ifigenia, dove l’obbedienza agli oracoli cela l’umana tracotanza. Il sacrificio, dunque, è una relazione che consente lo scambio dell’energia umana e di quella spirituale: quanto più ciò che viene offerto è prezioso, tanto più la forza spirituale ricevuta in cambio sarà potente. Un bene materiale ha valore se deriva simbolicamente da un bene spirituale, e proprio per questo solo attraverso il sacrificio l’uomo può ottenerlo come ricompensa del proprio gesto. Tutto il potere del sacrificio (a cui non saranno estranee le pratiche magiche) sta nel rapporto che si riesce a istituire tra materia e spirito, e nella capacità di persuasione delle forze spirituali per raggiungere il proprio scopo. La parola latina sacrificium è composta dai due termini sacrum e facere. Il suo significato rinvia a una intrinseca e volontaria sottrazione di una parte del mondo umano e mortale per essere donata, offerta, alla divinità. Lo scopo di questa privazione rispecchia il bisogno degli uomini di ottenere il conforto del mondo divino, ci si priva di qualcosa di mortale per ricevere in cambio «attenzione» dalla realtà soprannaturale, immortale. Il fatto che la parola italiana sacrificio derivi dal vocabolo latino, le consente di conservare anche la particolare relazione tra uomo e dio che, per esempio, non era presente in forma analoga nella tradizione della Grecia classica. Nella concezione romana, gli dei erano solidali con gli uomini: un legame che però sottolineava sempre la separazione ontologica tra i due mondi. Dunque, gli uomini devono onorare gli dei che, a loro volta, concedono a essi protezione. Catone, nel De agricoltura, spiega quale sia la formula migliore e le disposizioni migliori da assumere per offrire un sacrificio propiziatorio a Cerere, dea delle messi. Sono istruzioni «canoniche» riprese, nella loro essenza, da tutte le forme sacrificali propiziatorie. L’offerta consiste negli exta di una scrofa e in una libagione di vino. L’aspetto caratteristico è questo: exta è una parola liturgica con cui si indicano gli organi considerati sede della vita: il cuore, i polmoni, il fegato e la bile. Dunque il sacrificio necessario per confortare le divinità e renderle propizie veniva effettuato con le parti più importanti del corpo della vittima, seguendo una ritualità che, nella profonda attenzione per la pietas, per «l’equità verso gli dei» (secondo Cicerone), era impegnata nel rispetto scrupoloso di ciò che si doveva agli dei.
In questo senso, il sacrificio che si compiva nel mondo romano era fondamentalmente diverso da quello greco. Il mito di Prometeo e il suo sacrificio, raccontato da Esiodo, è un esempio da ricordare. Quella reciprocità tra uomo e dio assente nel mondo romano, si ritrova in quello greco accompagnata da una complessità di astuzie che problematizza il rapporto. Prometeo gareggia con Zeus, e la sua furbizia è la stessa che utilizza Zeus per avere la supremazia su Prometeo. Il sacrificio del Titano al re dell’Olimpo si svolge con una procedura ingannevole, contorta, fraudolenta che, dietro all’apparente rispetto, nasconde un duello per piegare l’avversario senza violenza, per farlo cadere nella propria trappola. Il sacrificio è una spartizione. Gli uomini sono estranei al mondo divino; la loro natura mortale li separa, per essenza, dall’eterno degli dei. Eppure la loro esistenza si può comprendere solo in relazione al mondo degli dei. Per esempio, la città dell’uomo deve la sua stessa possibilità di esistere concretamente al fatto di stabilire con il mondo divino una relazione tramite un culto organizzato. Il sacrificio, che si compiva nella Grecia classica, è simbolo di questo rapporto complesso, talvolta ambiguo degli uomini con gli dei: esso unisce, avvicina i piani in apparenza inavvicinabili, ma nel momento in cui sta quasi per avvenire il contatto tra i due mondi, ecco evidente e consacrata l’insormontabile distanza che li separa. Il sacrificio come spartizione testimonia la vicinanza e la separazione tra uomini e dei; vicinanza e separazione che non si ricompongono, che continuamente problematizzano la supremazia dell’uno sull’altro. Fra il personaggio di Prometeo, il suo sacrificio e Zeus esiste una corrispondenza iniziale. Per compiere la spartizione - il sacrificio - Prometeo esibisce di fronte agli dei e agli uomini un grosso bue che uccide e fa a pezzi. Ogni pezzo viene diviso in parti uguali; una per gli dei e una per gli uomini. Il sacrificio, il primo che simbolicamente viene effettuato, definisce il confine e la proporzione tra gli uni e gli altri. La divisione tra uomini e dei è netta; ciò che a essi compete è la medesima parte. Il sacrificio, dunque, consacra la condizione umana e divina. Ma in realtà, ciascuna delle due parti preparate da Prometeo sono un inganno. La prima confonde sotto un aspetto appetitoso le ossa dell’animale; la seconda nasconde sotto l’apparenza disgustosa della pelle e dello stomaco le parti del bue migliori per la loro commestibilità. A questo punto, tocca a Zeus il diritto di scegliere. Zeus ha compreso l’inganno di Prometeo, ma non intende smascherare la sua frode, bensì ritorcergliela contro. Così sceglie la parte del bue sacrificato dall’aspetto migliore, quella che nasconde le ossa immangiabili, lasciando l’altra agli uomini. Quest’ultima, cioè la parte migliore, quella mangiabile, si rivelerà invece la peggiore. Infatti, mangiando la carne, gli uomini si comportano anch’essi come gli stomaci degli animali: se a loro piace nutrirsi di carne, se sentono il bisogno di sfamarsi con quel cibo, significa che devono sempre appagare il loro corpo con la materia per non andare incontro al logoramento fisico, alla perdita delle forze, alla fatica, all’invecchiamento, alla morte. Tutt’altra realtà è quella che appartiene agli dei, testimoniata dalla decisione di Zeus e in seguito dal sacrificio e dalla spartizione. Le bianche ossa dell’animale bruciate sull’altare affermano, infatti, che agli dei è sufficiente il fumo che sale dall’incenerimento, che essi vivono di odori, di profumi, di sostanze immateriali. Agli uomini, invece, è destinata la materialità di ciò che produce la natura, e come la materia sono condannati alla dissoluzione. Per gli dei immortali, eternamente giovani, la cui esistenza non richiede la corruttibilità della materia, l’inganno di Prometeo è la prova della loro differenza, differenza che gli uomini non potranno mai colmare, neppure con la più arguta delle frodi. Dunque, gli uomini, pur estranei al mondo divino, sono gli unici esseri della terra che trovano una ragione della loro esistenza attraverso la relazione con le potenze sovrannaturali. Il loro sacrificio continua a ricordare la differenza e l’alleanza con gli dei, la necessità di istituire con essi un rapporto e il bisogno di ricevere protezione e aiuto da chi è incommensurabilmente più potente.
Noi siamo ciò che il mito antico ha raccontato di noi. Il sacrificio di Cristo è l’apertura alla nostra modernità: esso riprende il tema liturgico della tradizione romana, non di quella greca. La comunione con il corpo e il sangue di Cristo testimonia l’assoluta trascendenza tra uomo e Dio, un’alleanza nel segno della separazione. Ed è ancora il mito che spiega la laicizzazione del concetto di sacrificio e del suo modo di essere vissuto. C’è un sacrificio soggettivo che ricorda la liturgia romana: un sacrificio per offrire agli altri un vantaggio di cui non è necessario che io ne goda i frutti. Questo può essere il sacrificio di un genitore per il figlio oppure, come situazione estrema, il gesto eroico con cui si sacrifica la propria vita per la salvezza o la difesa di altre persone. Ma c’è anche un sacrificio che riprende la liturgia greca. Mi sacrifico, per esempio nel lavoro, per conseguire un vantaggio personale. E proprio come Prometeo cerco di inventare qualche stratagemma per imbrogliare Zeus, il mio principale, affinché il mio sacrificio non sia troppo faticoso. Alla fine, pur riconoscendo che io sono il dipendente, sarò riuscito a stabilire una relazione che offre un vantaggio sia a me che al mio principale: io avanzo nella carriera; lui ha un buon impiegato. È un luogo comune sostenere che la nostra società, dominata dall’egoismo e dall’edonismo, sia poco incline al sacrificio. Come tutti i modi di dire, si tratta di un’affermazione che nasconde una mezza verità. È certo che si è molto più indifferenti al valore morale del sacrificio e si tende a sottovalutarlo nella prospettiva di raggiungere risultati per sé o per chi sta a cuore. Ed è certo, anche, che quei risultati si cerca di ottenerli con il minor sacrificio possibile. Ma proprio questi stati d’animo testimoniano la consapevolezza che c’è un prezzo da pagare per rompere una continuità, un’uniformità, una situazione che lascia inalterati gli equilibri esistenti. Questo prezzo è la necessità del sacrificio per la spartizione: si deve spezzare l’equilibrio per ricevere qualcosa per sé o per gli altri.
 

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