Tra i miei «maestri d’economia», quello che più ha pesato è certamente il compianto governatore della Banca d’Italia Guido Carli. Un liberale nel profondo dell’animo. Al termine di ogni conversazione, era solito ammonire: «Guardi al risultato finale, e sospetti di coloro che per nascondere gli insuccessi, alzano le cortine fumogene dell’etica e della socialità…». Cinismo? Forse, ma soprattutto realismo. L’economia è al servizio dell’uomo, e la sua virtù consiste nel creare ricchezza: ad altri (i politici) il compito di cercare di redistribuirla colmando le più stridenti ingiustizie. Constatiamo allora osservando lo scenario macroeconomico di quali progressi siamo debitori al diabolizzato capitalismo: dal prolungamento della vita alla quantità di beni che abbiamo a disposizione. L’obiettivo è stato dunque più che raggiunto, mentre non la stessa cosa è possibile sostenere per le utopie socialiste o il realismo comunista. Così vero che la Cina attuale, pur non rinnegando Mao, scommette sull’intraprendenza individuale. Quasi un revival di Adam Smith. Ciò nonostante, specie in Europa, si fa fatica a trovare economisti disposti a riconoscere al capitalismo dei meriti, quindi delle virtù. Complici i teoremi keynesiani che invocano la presenza dello Stato nelle logiche produttive e sociali (il «modello socialdemocratico»), e una Dottrina sociale della Chiesa (cattolico-romana) che indica il traguardo in un Bene comune del quale è arduo fissare i contorni. Ovvero: viene prima la creazione di ricchezza o, sin dalle origini, bisogna perseguire comportamenti che condizionano il profitto? In verità, troppe volte le critiche al liberismo nascondono il malcostume dell’ipocrisia. Massima espressione, la rinuncia al «rischio». Ancora di più: il rifiuto del «rischio», spesso tradottosi nella famosa massima «privatizzare gli utili, pubblicizzare le perdite».
La recente storia economico-finanziaria d’Italia è piena di esempi in proposito. La palma dei vizi occulti spacciati per virtù credo comunque spetti alla Fiat degli Agnelli. Allorché sul finire degli anni Novanta, ebbi un lungo e cordiale incontro con Gianni Agnelli, poiché stavo scrivendo un libro nel centenario dell’azienda, mi sentii dire, ripetere: «Quel che fa bene alla Fiat, fa bene all’Italia». Lo sosteneva col piglio di un cardinale che ribadiva un dogma. Alla terza volta, fui obbligato a dubitare: «E se la Fiat sbagliasse?». Non gradì. Di recente, ha fatto gran rumore un’intervista dell’ingegner Carlo De Benedetti che ha spiegato, senza peli sulla lingua, come il mito di Gianni Agnelli sia tutto da revisionare. Fuori discussione la personalità, il fascino, la capacità di destreggiarsi fra politici e sindacati, ma quanto a gestione, un disastro. Se non fosse stato per gli aiuti pubblici, la Fiat sarebbe da lustri in mezzo al guado. Contribuendo così a quel che attualmente molti osservatori internazionali definiscono il «declino italiano». John Elkann ha stigmatizzato i giudizi su «nonno Gianni». Non con argomenti solidi, ma richiamandosi a un codice dell’establishment: «… Scelte aziendali, pretese ricostruzioni di conversazioni private (…) Sono materie che rientrano nei doveri di riservatezza che un dirigente d’impresa dovrebbe conoscere e saper osservare». Compresa l’antifona? I panni si lavano in casa! Credo invece si debba dare atto all’Ingegnere (che pur di errori ne ha commessi, solo pensando alla fine dell’Olivetti), di coraggio capitalistico. Ha costruito un impero mediatico, spesso incrociando di spada e tribunali Berlusconi, provò a conquistare la Societé Générale de Belgique. Rischiò comunque, e che ora possa dire la sua, è estremamente positivo: boccata d’aria fresca in un Paese dove se è lecito a ogni guitto d’avanspettacolo mettere alla berlina Berlusconi, resistono i santuari degli «Intoccabili». La Fiat non lo è più: Luca Cordero di Montezemolo dispone sì del tratto, facendogli però difetto la tempra del «Semigiovane Principe»; e il suo confindustrial navigare si rivela incerto, opportunistico, ai confini della goffaggine. Il «caso Fiat» è, da qualunque versante lo si affronti, emblematico. Il fondatore (Giovanni Agnelli, 1898), l’aveva resa grande e potente, certo facendo dell’insider trading in Borsa (1906), trescando con i politici (da Giolitti e Mussolini), lucrando sulle commesse militari, ma avendo quale stella polare gli investimenti, l’innovazione. Gli dobbiamo infatti la Topolino, prima utilitaria mondiale. E in qualche modo infischiandosene della famiglia, volle accanto a sé Vittorio Valletta, il più lungimirante manager che l’Italia abbia avuto, che proseguì nel dopoguerra, sino alla defenestrazione (1966) da parte di Gianni Agnelli. Sicuramente sino a quella stagione (quella del «miracolo economico»), rispondeva a verità economica il parallelo fra il «bene» della Fiat e dell’Italia. In qualche modo, un capitalismo esisteva, tenuto assieme da banchieri del calibro di Raffaele Mattioli alla Comit ed Enrico Cuccia in Mediobanca: capaci il primo di mettere d’accordo sulle Opere (il rilancio delle industrie, le autostrade), personaggi quali Enrico Mattei, i Pirelli, Valletta; mentre, sullo scacchiere finanziario, Cuccia metteva i suoi alla stanga: con l’arrivo del centrosinistra, della contestazione e dello strapotere sindacale, e la comparsa di figure oblique, dai Sindona ai Calvi (ma non solo loro), i pericoli che il capitalismo italico finisse sulle secche erano infatti reali.
Restando al tema: fu virtuoso il capitalismo italiano del dopoguerra? Certamente, almeno nell’ansia a creare un Paese moderno. Dove, con la riforma Vanoni, si stabiliva che tutti dovevano assolvere ai loro doveri fiscali. Dove, con Guido Carli alla Banca d’Italia, si fissavano i principi cardine del sistema bancario: lavorare per la crescita evitando l’autoreferenzialità. Anche gli organismi più robusti non resistono però all’usura del tempo. Lenta quanto inesorabile, se non si mettono in atto misure antideclino. E gradualmente a un ceto dirigente che un po’ di liberismo nel sangue l’aveva (persino lo «statalista» Mattei voleva sfidare, pagando con la vita, le multinazionali petrolifere), subentrò la casta dei Boiardi, clientes di una politica lottizzata; soprattutto, irresponsabili nei confronti dei risultati gestionali. Enrico Cuccia ebbe a raccontarmi: «Stimolavo i miei a reagire, e si defilavano… Pensavano alla Famiglia!». Digressione non marginale. I protagonisti dell’Italia ruggente, Mattei e Mattioli, Cuccia e Carli, Valletta, uscirono di scena «quasi poveri». Liquidazioni risibili, e non un’azione che fosse una. Diceva Cuccia: «Se hai il potere, a che servono i soldi?». Invece i Nuovi, paiono pensare soprattutto a un paio di cose: prebende e successione. Furono, quelli citati, gli ultimi missionari del capitalismo italiano. Dal capitalismo magari anche «impuro», allo sbandamento. Autentico «rompete le righe». Perso il gusto del rischio imprenditoriale, troppe Grandi Famiglie anziché investire diversificano. Comprano telefoni, elettricità, autostrade, aeroporti, favoriti da uno Stato che per «fare cassa» non sapendo come ridurre la spesa pubblica, da Romano Prodi a D’Alema, chiude entrambi gli occhi. Sono gli stessi che accuseranno Giulio Tremonti di far «finanza creativa». C’è però chi ritiene, eterna allucinazione, di avere l’asso nella manica. In un concertino pressoché monocorde, si corre a testa bassa verso l’euro, autentico attaccapanni delle nostre vesti consunte. Alla Banca d’Italia, Antonio Fazio, ammonisce: «Sarà un purgatorio». Chi lo ascolta? E a quel punto, non sembri valutazione maligna, anche lui da arbitro imparziale prende a trasformarsi in quel direttore di gara che fischietta il rigore a favore degli amici.
Ormai, di «virtù», capitalistiche o meno, in questo benedetto Paese, diviene vieppiù arduo trovare traccia. Se ogni Famiglia imprenditoriale, Agnelli in primis, pensa a Famiglia & Famigli, è evidente il riflesso: un ripiegamento autarchico. Inconfessabile, ovvio. Parlare male dell’euro è come infangare il Risorgimeno; mettere in discussione i Trattati di Maastricht un delitto di lesa maestà. (Chi sia poi il Sovrano, nessuno lo sa). Chiedere conto a manager pubblici e privati degli stratosferici, e non proprio meritati, siderali compensi, populismo. Comprensibile: i nostri organismi istituzionali hanno un conto che ridicolizza quelli della Casa Bianca di Washington, della Corte di Westminster. S’è venuto determinando, fra ogni sorta d’omissioni, un’Italia dai Poteri deboli. Senza bisogno che qualcuno la tirasse giù, è scivolata a terra la bandiera del capitalismo (non troppo metaforicamente calpestata in compagnia dell’americana, laddove chi vince prende il piatto e chi perde esce di scena), senza che un’altra si levi. Quale modello economico con quattro milioni di statali e parastatali cui bisogna dare senza chiedere?; un Mezzogiorno eternamente alla ricerca di sudditi?; industriali e commercianti che dopo avere allegramente banchettato sul cambio dell’euro fingono di piangere miseria? Davvero: virtù rarefatte, vizi crescenti. Giustamente, Berlusconi a Bruxelles sbotta. «Quale crisi italiana? Abbiamo il 40% di sommerso». Se è esatto, ed è difficile dubitarne, vuol dire che il nostro deficit/Pil non è al 3,2%, bensì poco sopra il due. Che il disavanzo accumulato non è attorno al 106% del Pil ma poco sopra l’80. Insomma: un’Italia reale e una statistica. Dentro il balletto delle cifre, come in un panino, il companatico: un Paese che sembra farsi beffa di ogni virtù: capitalistica, socialista, paciosamente moderata che sia. Dice un sondaggio che da Firenze in giù l’evasione fiscale arriva al 50%. Chissà fino a quando il Nord pagherà. Gli industriali migrano in Slovacchia e Polonia, taluni in Cina; Montezemolo piange e Romano Prodi non ride; Fassino medita. Essendo piemontese, il dramma Fiat potrebbe suggerirgli qualcosa. Antonio Fazio, dopo averci riempito le orecchie con la difesa a oltranza dell’«italianità delle banche», s’accorge che Alessandro Profumo, boss di Unicredito, è riuscito a comperarsi la quarta banca di Germania. Ma perché applaude? Probabilmente ha ragione Berlusconi Silvio, premier molto bistrattato e poco ascoltato: c’è un Italia sommersa che, nonostante tutto, tiene. La Caporetto appartiene alle classi dirigenti: sindromi dinastiche, smisurati appetiti, modestia professionale, nessuna traccia di «virtù». Peccato, ma non disperiamo: s’è visto di peggio in questo Paese.