Quale sarebbe stata la storia della curiosità, se Ulisse fosse stato ricordato solo come un vagabondo mediterraneo, con l’ossessione di tornare a casa dopo aver massacrato i troiani? Quando sarebbe cominciata? Alessandro il grande era solo un condottiero, il costruttore di un impero o il percorso di cui ha lasciato una così profonda traccia era motivato anche dal desiderio di scoprire? E Marco Polo, che pure omise di descrivere tante meraviglie, era solo spinto dalla molla del commercio? «L’ultimo orizzonte» leopardiano, escluso al «guardo» dalla siepe più citata della poesia, sarebbe rimasto un affascinante mistero dell’anima? Cosa sarebbe di noi senza quella parola - appunto, la curiosità? Perché da qui inizia ogni discorso sull’attenzione, sulla ricerca, sulla virtù di essere disponibili a capire.
Imbocchiamo una pista fortunata, tutta romana. Inizia a Piazza Navona, più precisamente in quell’angolo con via di Pasquino dove è affissa una delle tante piccole lapidi che ricordano il livello raggiunto dalle acque del Tevere nell’alluvione del 26 dicembre del 1870. Nessuno si ferma a guardare, non c’è motivo in un disegno dove il richiamo è stato plasmato dal Bernini e dal Borromini. Non c’è ragione di ricordare neppure che quel giorno è stato scolpito su lastrine di marmo, perché solo grazie all’inondazione, che seguì di pochi mesi la breccia di Porta Pia, re Vittorio Emanuele II mise per la prima volta piede nella città, non ancora capitale del Regno, trasformando un disastro della natura in un evento politico. E poi non ci si ferma a quell’angolo anche perché, attorno, l’attenzione è richiamata dai mimi - ce ne sono di straordinari, a cominciare da una Statua della libertà che è riuscita a sopravvivere all’ondata antiamericana di questi anni - e da una ressa di venditori per ogni consumo: c’è chi riesce a offrire, insieme, una accanto all’altra, bandiere arcobaleno, degli Stati Uniti e della Ferrari, c’è chi va incontro ai bambini con quei giochini cinesi (dalle bollicine alle automobiline) che le norme europee considerano pericolosi, ma che vengono comprati in continuazione, ci sono gli artisti di strada che raccolgono applausi e monete. Più che una piazza è una scatola piena di stratificazioni infinite. C’è il retro di Palazzo Braschi: qualcuno ricorda che quell’edificio, a lungo, è stato la sede del governo e del ministero degli Interni, istituzioni che fino alla Repubblica hanno quasi sempre coinciso (mentre sul davanti di Palazzo Braschi, il monumento eretto in onore di Marco Minghetti è solo uno spartitraffico per flussi ininterrotti di pedoni che cercano Campo de’ Fiori)? Sull’altro lato, da qualche parte, in alto, ci sono le finestre e il terrazzino in cui Sofia Loren e Marcello Mastroianni recitarono uno degli episodi di Ieri, oggi e domani, con la regia di Vittorio De Sica e con il soggetto di Cesare Zavattini. Con un particolare: non c’era ancora l’isola pedonale, c’erano le automobile parcheggiate.
E quel corridoio che porta alla Piazza delle Cinque Lune? È stato un luogo della prima Repubblica, indicato dalle insegne del Popolo, il quotidiano della Dc, con una dissolvenza avvenuta negli ultimi quindici anni e interrotta solo da un film polemico - quello di Renzo Martinelli - grazie al quale oggi c’è anche qualcuno che ti chiede un’indicazione per trovarlo. E poi le panche di marmo. Ce n’era una su cui si sedette Romualdo Chiesa, uno studente cattolico che nel febbraio del ‘44 cadde in una trappola, un appuntamento con una spia, ma se ne accorse e fuggì lungo corso Vittorio, fino al ponte Duca d’Aosta, dove prima di farsi catturare dai tedeschi che lo inseguivano a piedi riuscì a gettare nel Tevere un appunto con nomi e indirizzi, per finire alle Fosse Ardeatine. Non vale la pena soffermarsi, indagare, scoprire tutto ciò che compone un’immagine che ci sembra istantanea?
Sul dotto e piacevolissimo dizionario dei sinonimi e dei contrari del Tommaseo (edizione del 1851) non figurano la voce curiosità, la voce attenzione, la voce scoperta. Forse sono diventate importanti solo dopo, quando la comunicazione ha acquisito un posto centrale in ogni società. Oppure non lo sono mai diventate, se non associate a qualcosa. Certamente la scoperta scientifica. Al contrario, la scoperta geografica non esiste più, appartiene al passato, a tutto ciò che ha preceduto l’invenzione del satellite artificiale, capace di fotografare tutto. L’ultimo grande esploratore fu Sven Hedin, ormai dimenticato per le sue simpatie naziste, anche se i suoi libri erano stati pubblicati da Einaudi. Andò alla ricerca di «un lago errante» nel cuore dell’Asia semi-desertica e lo trovò. La sua formazione, il suo bacino e la sua durata dipendevano dall’intensità della stagione delle piogge, poi veniva riassorbito e riappariva l’anno dopo altrove. Aveva un senso scoprirlo e capirlo? Evidentemente sì, se passò anni a inseguirlo e a studiarlo e se il suo racconto affascinò tanti lettori.
A lungo, poi, è stato importante anche un altro genere di scoperta: la scoperta delle opinioni altrui. Il confronto. Il dibattito. A volte è un piacere calarsi nell’atmosfera dell’Assemblea costituente che, tra il 1946 e il 1947, fu il primo Parlamento dell’Italia post-bellica. Duellavano a parole uomini dalle ferme idee e dalle altrettanto ferme convinzioni. C’era la vigorosa retorica di Vittorio Emanuele Orlando, c’erano le punzecchiature che si scambiavano in continuazione Benedetto Croce e Palmiro Togliatti, c’era lo scarno linguaggio di Alcide De Gasperi. Il contesto storico era esattamente quello che poi è stato riconosciuto dalla storiografia: si estingueva il filone liberale e si affermavano le due culture politiche, la cattolica e la comunista, che avrebbero segnato la storia della Repubblica. Ma il confronto dialettico era aperto e pieno. Idea contro idea. Argomento contro argomento. Con ciascuno che teneva in conto quel che diceva l’altro. Non è nostalgia. Forse fu per una circostanza particolare, certo è che in quel momento tutto era l’opposto di ciò che era stata la guerra e di ciò che era stata la dittatura fascista. E i comportamenti individuali erano stati resi necessari da una congiuntura a cui non si poteva sfuggire. È un peccato che oggi, oltre mezzo secolo dopo, quella Costituzione sia considerata da tanti solo un tabù, che non ci si cali dentro, che non si cerchi di capire come fu scritta e da chi fu scritta, tra l’altro in anni in cui la sovranità italiana era davvero dimezzata, com’era naturale che lo fosse in uno Stato che era uscito sconfitto dalla guerra.
A proposito di sconfitti, ci sono dei luoghi simbolici dove si condensano problemi irrisolvibili e, paradossalmente, la loro soluzione. E dove le opinioni sono costrette a coesistere. Cosa può pensare un tedesco di ottant’anni che cammina tra le migliaia di cippi con cui è stato eretto il Memoriale dell’Olocausto nel cuore di Berlino, a due passi dalla porta di Brandeburgo, proprio dove sorgeva il quartier generale del dottor Goebbels? E che, facendo la fila, poi scende giù nelle stanze sotterranee in cui è fotografata la storia della sua colpa? Quel tedesco era lì, era presente quando il totalitarismo etnico tentò e impose la soluzione finale. E, per altro verso, cosa può pensare un altro tedesco, ma di quarant’anni, quando entra nel Memoriale di Hohenschoehausen, una prigione della Stasi, la polizia politica della Rdt, che funzionò a pieno regime fino al 1989 (si pensi: era un carcere costruito dai nazisti nel 1939, poi fu usato dai sovietici tra il ‘45 e il 1950)? Ci sono posti del mondo in cui vivono fianco a fianco persone le cui storie individuali sono state al centro di un conflitto impari, in cui c’erano da un lato le vittime di un dominio totale e dall’altro coloro che - volontariamente, per convinzione, per convenienza o per semplice conformismo, poco importa - erano invece parte attiva di quel dominio. Queste non sono domande sostanzialmente diverse da quelle che si pongono quando si percorre lentamente la strada che dalla costa adriatica conduce fino a Sarajevo. Se la prima tappa è Mostar, ci si imbatte intanto nelle lapidi che ricordano le vittime di imboscate ed eccidi, ma soprattutto in quella che è stata tra il 1992 e il 1995 la linea del fuoco di una guerra senza quartiere. Poi, il percorso attraversa zone in cui un minareto e un campanile, ai lati opposti di un qualsiasi paese, indicavano i termini del conflitto, ricordato costantemente dai segni dei proiettili sui muri delle case. Questi sono segni che hanno una particolare longevità. Se ne trovano ovunque, spesso sopravvivono perfino a coloro che erano lì, nel momento in cui sono stati sparati (a Roma, fino a qualche anno fa ce n’erano su una casa di Porta San Paolo).
Se è difficile dire cosa sia una pace, più facile è capire che si raggiunge anche perché a un certo punto l’uno capisce l’altro. Desmond Tutu ha raccontato in un libro - Non c’è futuro senza perdono - cosa è stata la riconciliazione in Sudafrica: ha spiegato che è avvenuto semplicemente uno scambio reciproco di verità, in cui ciascuno ha raccontato la propria responsabilità o, se si vuole, la propria colpa cercando nello stesso tempo di comprendere quella dell’altro. Il tutto non rendendo indifferenti o relativi i valori, ma proprio riconoscendo l’errore, riconoscendo che proprio quei valori non erano stati riconosciuti o erano stati calpestati, rimossi. Sorge però un dubbio: che questa sia una virtù obbligata, senza alternative.
Nella normalità di un mondo e di un ambiente segnati dal benessere, lontano dalle catastrofi umane, questa virtù è merce rara. Proviamo a chiederci cosa sia il contrario della parola ricerca. È il «maso chiuso»? In qualche modo sì, è l’idea dell’autosufficienza, il piccolo e antico orizzonte che resta, anche in questo Ventunesimo secolo, nel dna di società che sono state contadine. Ovunque. Una volta, in Asia, sentii criticare un mitico e contestato leader cinese - si trattava di Mao - con queste parole: «Il suo sguardo non va oltre la risaia». Ed è quindi l’abitudine all’immobilismo intellettuale e al non considerare le novità che ti circondano, a meno che non riguardino direttamente te e i tuoi interessi. Proviamo poi a chiederci cosa sia il contrario dell’attenzione. Ovviamente è la disattenzione. Ma lo è anche la distrazione, cioè un atteggiamento più consolidato che non riguarda solo una dimensione psicologica, ma anche pubblica. Proviamo, infine, a chiederci cosa sia il contrario della curiosità. Qui le risposte sono tante. Viene da pensare alla noia, ma in realtà è soprattutto l’effetto della mancanza di curiosità. È meglio parlare di abitudine: è quando tutto viene dato per scontato, quando ci si affida allo stereotipo, quando ci si nega la disponibilità all’attenzione. Per carità, c’è una vastissima letteratura sull’argomento, di cui si può sottolineare essenzialmente un punto: la pretesa di non aver più nulla da imparare e quindi l’idea che «l’altro» non abbia nulla di importante da dirti, a meno che non confermi le tue opinioni o non le rafforzi. Anzi, guai al dubbio.
È il conformismo? Adam Michnik andò in galera dopo il 1968 polacco. Fu un dissidente. Partecipò all’«estate di Danzica». Tornò in galera. Sintetizzata in una riga, la sua biografia dice che è tra coloro che maggiormente hanno contribuito alla chiusura del Novecento. Oggi nonostante che diriga uno dei più autorevoli quotidiani europei - Gazeta Wyborcza - resta un «irregolare», uno degli «irregolari» che hanno reso l’Europa presentabile nel lungo secolo dei totalitarismi. Un giorno mi ha parlato del conformismo come del più consolidato fenomeno di continuità della vicenda polacca e del suo passaggio dal comunismo alla democrazia. Che abbia ragione? Che sia il conformismo il vero ossimoro delle parole ricerca, attenzione, curiosità?