Quando cerca di spiegare se stesso e il proprio metodo di lavoro il realista scopre di essere fortemente danneggiato da molti pregiudizi e da alcune false associazioni. Se ha pratica di rapporti internazionali o se ne occupa come studioso, è considerato un realpolitiker o, peggio, un geopolitico. La seconda associazione è particolarmente impropria e, soprattutto, profondamente ingiusta. La geopolitica non è un metodo di lavoro o un criterio di giudizio. È una pseudoscienza che ebbe una certa notorietà agli inizi del Novecento ed è tornata di moda dopo la fine della guerra fredda. I suoi precursori e teorici (Halford John Mackinder, Friedrich Ratzel, Karl Haushofer) erano convinti che il destino dei popoli fosse determinato dal loro ambiente geografico e che il controllo di alcune regioni avrebbe garantito al conquistatore il potere mondiale. Si consideravano scienziati e credevano di avere scoperto la chiave delle relazioni internazionali, ma le loro teorie erano condite di dogmi come «spazio vitale», «lotta per la sopravvivenza», «fardello dell’uomo bianco», ed erano in realtà un’arruffata combinazione di positivismo, darwinismo sociale, vitalismo, superomismo, razzismo e altre religioni laiche che ebbero fortuna agli inizi del Novecento. Il primo di essi, Mackinder, era persuaso che il mondo avesse in Siberia un cuore (heartland), ricco di grandi risorse strategiche ed economiche. Le leggi apodittiche che lo studioso scozzese trasse da questa premessa erano tre: chi governa l’Europa dell’Est comanda Heartland, chi governa Heartland comanda l’isola del mondo («uno spazio continuo comprendente l’Eurasia e l’Africa»), chi governa l’isola del mondo comanda il mondo. La conclusione, per un imperialista britannico, era evidente: occorreva impedire che la Germania conquistasse l’Europa e governasse il mondo. Che la geopolitica fosse una mistica del potere addobbata con orpelli scientifici è dimostrato, per molti aspetti, dall’uso che ne fece Hitler. Un realista avrebbe forse cancellato la Cecoslovacchia dalla carta geografica e annesso l’Austria (due obiettivi che perfino le democrazie europee finirono per avallare), ma non avrebbe mai dichiarato guerra alla Polonia e, soprattutto, combattuto su due fronti. Il vero realista sa che la politica internazionale contiene un alto tasso di imprevedibilità e non azzarda mosse di cui non possa ragionevolmente calcolare le conseguenze.
Non è realista, quindi, neppure George W. Bush. Se avesse valutato realisticamente le iniziative da prendere dopo l’11 settembre avrebbe compreso che la sua imperiosa decisione di conquistare l’Iraq contro la volontà di gran parte della comunità internazionale era destinata a modificare, contro gli interessi degli Stati Uniti, gli equilibri mondiali. Oggi l’America non controlla l’Iraq ed è riuscita, nel frattempo, a provocare una serie di scosse sismiche, soprattutto in Asia. Russia e Cina hanno seppellito per il momento le loro vecchie beghe di frontiera. Cina e India hanno dimenticato le loro guerre per il controllo degli altopiani che separano i due Stati. La Turchia e la Siria hanno scoperto che i loro interessi comuni sono più importanti della questione di Alessandretta, la città siriana che la Francia regalò ai turchi dopo la Grande guerra. Cina, Russia, Giappone e Corea del Sud si sono coalizzati per impedire agli Stati Uniti di trattare la Corea del Nord come uno «Stato canaglia». La Corea del Nord ha accelerato i suoi programmi nucleari. L’Iran ha fatto altrettanto e ha tratto qualche vantaggio, a dispetto degli americani, dall’apparizione a Baghdad di un governo in cui la componente sciita appare dominante. Al realista questi riallineamenti non dispiacciono. Lo confermano nella sua convinzione che un eccesso di potere provoca sempre una serie di reazioni e che il miglior ordine della società internazionale è quello in cui ogni Paese sa di dovere tener conto dell’esistenza di altri interessi. Il realista non commetterà mai l’errore di sottovalutare il peso dell’orgoglio nazionale, della fede religiosa o più semplicemente dell’insofferenza di certi popoli per un potere straniero. Non penserà che la democrazia sia un valore universale, adatto per tutte le nazioni del pianeta. Il realista sa che nulla è meno realistico dell’atteggiamento di colui che rifiuta di comprendere l’importanza, anche nei rapporti fra gli Stati, dei miti delle tradizioni e degli ideali collettivi. Chi crede, per un eccesso di apparente razionalità, che il potere economico e la potenza militare pesino più di qualsiasi altro fattore, finisce, prima o dopo, per scontrarsi con resistenze irrazionali, ma straordinariamente efficaci e tenaci.
Per queste ragioni il realista diffida della realpolitik. Sa che la parola è stata coniata nell’Ottocento per definire la politica internazionale di alcuni uomini di Stato (anzitutto Bismarck, ma anche Cavour) per i quali non nasconde la sua ammirazione. Ma constata che anche la realpolitik è diventata, soprattutto dopo la prima elezione di George W. Bush, un catechismo, un manuale di «istruzioni per l’uso» o, peggio, una ideologia. Le sue maggiori debolezze sono due. In primo luogo interpreta gli avvenimenti internazionali con criteri che sono in buona parte desunti dalla geopolitica. In secondo luogo attribuisce una eccessiva importanza all’uso della forza. Il realista sa che le armi sono l’ultima ratio regum e che i profeti disarmati rischiano di fare una brutta fine. Ma non ignora che le guerre sfuggono al controllo di chi le ha iniziate, crescono come un cancro sul corpo della società internazionale e finiscono per imporre la loro logica. Nessuna guerra produce i risultati desiderati e ogni guerra sorprende i vincitori con una serie di ricadute che essi non avevano previsto. Quella contro l’Iraq contiene a questo proposito una straordinaria lezione. Il segretario americano alla Difesa Donald Rumsfeld puntò sulla potenza militare e vinse rapidamento contro l’esercito di Saddam Hussein. Ma l’impossibilità di tenere testa agli Stati Uniti su un terreno su cui essi disponevano di una irraggiungibile superiorità, ha provocato nei nemici dell’America dapprima una forte reazione patriottica e religiosa, poi il ricorso a tutte le armi improprie della guerra asimmetrica: terrorismo suicida, assassinii, rapimenti, uso ricattatorio della popolazione civile. Di fronte a un tale errore di previsione persino le false informazioni diffuse alla vigilia del conflitto sui programmi militari di Saddam diventano un peccato veniale. Un’ultima osservazione. Anche il realista, come ogni altro spettatore interessato degli eventi internazionali, ha speranze, desideri, ambizioni. Se è europeista il suo giudizio sulla sorte della Costituzione dell’Unione dopo i referendum francese e olandese sarà inevitabilmente influenzato dai suoi sentimenti e dai suoi ideali. A questo conflitto d’interessi non vedo altro rimedio fuor che quello di un pubblico avvertimento che potrebbe essere redatto in questi termini: attenzione, d’ora in poi sarò un po’ meno realista di quanto non cerchi di essere abitualmente.