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Prudenza/Sì, andiamo dove ci porta il cuore

LIBERAL BIMESTRALE
di Gianni Baget Bozzo
Liberal Anno V numero 31 - Agosto - Settembre 2005

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cop31
Il discorso sulle virtù è assente nella tradizione razionalista che inizia con Grozio e con Pufendorf e in cui il tema fondamentale non è quello della virtù ma quello della legge. Ogni questione pratica deve essere risolta con un principio razionale oppure con un principio positivo, in concreto con le leggi dello Stato. Il linguaggio delle virtù rimane solo all’interno della Chiesa cattolica, anche perché essa rimane all’interno della tradizione aristotelica e del pensiero greco. Ma vi è anche un’altra ragione: il discorso cattolico è interessato in primo luogo al comportamento della persona, alle scelte che essa compie. La virtù è per sua natura un linguaggio che riguarda esclusivamente la persona. Possiamo dire che tizio è virtuoso ma non diremo mai virtuoso uno Stato o virtuosa una legge. Ciò comporta anche un diverso concetto della natura. Nel pensiero razionalista la legge naturale è un insieme di regole di natura universale, appartiene soltanto alla ragione nella sua dimensione universale di esprimerle. La legge morale è l’attualità della ragione, è la ragione nel suo esercizio. E si suppone che in base ai suoi principi si possano dedurre i comportamenti nel caso individuale. È in questo modo che Immanuel Kant ha costruito l’etica laica. In questa logica la prassi non ha alcuna rilevanza autonoma rispetto alla conoscenza razionale. Non ha senso nell’etica razionalista il discorso sull’uomo buono, e anche il termine di bene esce dall’universo dell’etica laica. Si costruisce così un mondo in cui la tradizione delle virtù non ha più alcun senso: né come primaria rilevanza della persona né come autonomia della prassi rispetto alla conoscenza razionale. Il fatto che il concetto di virtù sia rimasto nella cultura cattolica non significa che essa non sia stata sensibile all’influenza del giusnaturalismo laico: i manuali di teologia preconciliare erano costruiti come un commento ai Dieci comandamenti, cioè al fondamento teologico della legge naturale espressa dal pensiero razionalista. Il concetto di natura che sta alla base del pensiero di Aristotele sulle virtù è quello di una potenzialità comune in forma diversa a tutti i viventi che viene posta in atto dalle azioni dei singoli. Queste azioni mirano nel caso umano a una perfezione che è solamente implicita nelle potenzialità della natura. Così l’uomo costruisce una seconda natura, che Aristotele chiama «abito», ed è la determinazione concreta del suo essere persona, la natura della sua persona. La virtù in questo linguaggio indica un più rispetto al dato della natura, un più che solo la persona è capace di produrre. Persona è un termine del linguaggio cristiano, non corrisponde al lessico aristotelico, ma è adatto a esprimere il concetto che il singolo raggiunge la sua perfezione realizzando in modo proprio le potenzialità della natura umana. Che ritorni il lessico sulle virtù è un fatto singolare ma si comprende bene innanzi all’esaurimento del concetto di legge universale espressa dalla razionalità umana. L’uscita del mondo occidentale dai suoi stessi confini ha reso desueti concetti fondamentali come quello di legge naturale che aveva fondato la cultura dell’Occidente nel momento in cui essa si differenziava dalla cristianità. Questa introduzione ampia è necessaria perché la virtù della prudenza ha perso il proprio significato nella cultura razionalista, appunto per il fatto che essa si riferisce alla persona nella sua singolarità e suppone che la valutazione del reale avvenga come comprensione di esso in quanto diverso dal razionale e quindi ingovernabile dai principi astratti della ragione. La definizione che San Tommaso dà della prudenza, «la retta ragione delle realtà agibili», pone l’accento sul fatto che le cose agibili hanno una propria ragione non riducibile a uno schema di carattere universale. La dimensione etica dell’azione si fonda sul rispetto della realtà in cui l’azione interviene, e questo rispetto a un valore morale in se stesso. Ciò che dà realtà morale al giudizio della prudenza è una intuizione dello spazio e del tempo in cui essa interviene e della convenienza con la perfezione umana che può essere propria dell’azione che si deve decidere. Presuppone cioè un’attrazione dell’uomo verso il bene che è diversa dalla sua dimensione razionale e che nella tradizione religiosa cristiana ha preso il nome di cuore. Nell’uomo c’è un istinto del bene che si può manifestare nella scelta delle azioni che egli deve intraprendere e che solo il sentimento del bene guida verso la perfezione umana. La virtù è un concetto intrinsecamente non razionale, comporta che vi sia una dimensione dell’uomo di intuizione spirituale e di attrazione verso il bene che prescinde da una deduzione dei principi razionali. Nel mondo tecnologico, costruito dall’uomo, la razionalità propria del pensiero razionalista non ha più corso proprio perché l’uomo ha trasceso ciò che la ragione può intendere della sua natura. Non esiste più sistema razionale capace di dare soluzione ai problemi che si presentano. Il primo caso di questa serie fu appunto quello dell’uso dell’energia nucleare come arma di guerra. Essa non poteva essere motivata con argomenti razionali. E questo accade ora nei problemi dell’intervento della scienza nella genetica umana. Essi non possono essere più determinati da principi razionali e vanno decisi con criteri diversi, sia nel caso che si proceda in una direzione che in quella opposta. Ma se si sostiene che tutto ciò che è possibile alla scienza è lecito produrre, si è al di fuori del criterio etico della legge naturale. Si può solo sperare, e forse per questo ritorna il linguaggio delle virtù, che l’inclinazione al bene sia superiore alla volontà di potenza. Il che, dopo ciò che accadde nel Novecento, è sicuramente una scommessa. 
 

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