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Parsimonio/La vincente strategia degli scoiattoli

LIBERAL BIMESTRALE
di Oscar Giannino
Liberal Anno V numero 31 - Agosto - Settembre 2005

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cop31
Viviamo tutti in un colossale paradosso. In entrambe le fette del mondo sviluppato, sia quella che non cresce come l’Italia, sia quella che sostiene la crescita mondiale, l’anglosfera. È il paradosso di una delle virtù cardine dell’etica e del mercato, fondamento dell’ordine morale e di una vita buona come del mercato stesso e della solidità dei suoi istituti. È il paradosso della parsimonia. È in corso un assalto tonante da parte dei critici del mercato all’ipostasi di quanto ai loro occhi è sintesi ed emblema del peggio del peggio del mercato: il greed, la cupidigia, il malnato e sfrenato desiderio di appropriazione che secondo no global ed élite di sinistra à la Guido Rossi sarebbe vizio congenito e condanna già scritta del capitalismo, origine e spiegazione delle ondate di scandali come Enron e Worldcom e Cirio e Parmalat, della bolla Internet ieri come di quella immobiliare oggi, che da noi fa puntare i cannoni contro l’esecranda «razza mattona» e il suo assalto ai malcerti equilibri di un intreccio banco-industriale iperindebitato, asfittico e in sistematico conflitto d’interessi. E dietro questo assalto si nasconde appunto la geremiade della virtù perduta per definizione attraverso il consumo spinto agli eccessi. Cioè, appunto, la parsimonia. Senonché questo rimpianto ideologico della frugalità dei tempi andati nasconde una serie di trappole ideologiche che vanno comprese e smascherate con decisione. Non è solo un topos letterario ricorrente nella storia della civiltà: basti pensare a Tito Livio che nel 17 d. C., secoli prima della caduta di Roma, già rimpiange amaramente «la perdita della parsimonia dei patres conscripti e dei loro tempi eroici». È molto, molto di più. È l’espressione alla quale i nemici della libertà e del mercato - nelle forme storiche in cui essi si sono realizzati, per noi liberali imperfettisti che non amiamo i paradisi in terra le uniche degne di essere difese - ricorrono per affermare tre proposizioni l’una più pericolosa e falsa dell’altra. La prima è che la parsimonia è la negazione del mercato, quando al contrario ne è uno dei presupposti fondamentali. La seconda è che l’etica cristiana e soprattutto cattolica è contraria ai ricchi, proprio in ragione della cupidigia che al mercato sarebbe consustanziale. La terza è che alla parsimonia sono costretti oggi solo le vittime del mercato, nei Paesi poveri come in quelli avanzati, in ragione diretta degli eccessi della minoranza che del mercato sarebbe la sola beneficiaria. Se si intende difendere libertà e mercato, non ci sono vie di mezzo, bisogna acconciarsi a una solida controversia storica e dottrinaria per riprenderci ciò che è nostro e non loro: anche e innanzitutto la parsimonia, appunto. 
Il loro inno alla frugalità ricorda quello del re spartano Agesilao, «seminando parsimonia raccogliamo la messe dorata della libertà». Senonché la libertà di Sparta era quella di una casta di eletti la cui forza era la schiavitù e la miseria degli iloti: non è un caso che Luciano Canfora ancor oggi prediliga Sparta l’eroica ad Atene demo-capitalista, è la nostalgia di tutti i comunisti nostalgici quella di imporre frugalità coatta a una società in nome dell’uomo nuovo, in realtà per mascherare e legittimare la tirannia di una minoranza armata. Il «nostro» inno liberale alla parsimonia difende la necessità storica della disuguaglianza dei redditi in nome della parità dei punti di partenza, e «deve» essere in grado di ricordare a tutti che la virtù della parsimonia è ben altra cosa della condanna della ricchezza. Non basta qualche citazione sparsa di autori classici del liberalismo. Chessò, per esempio il grande liberale Lord Rosebery, ministro degli Esteri di Gladstone, «la parsimonia è il contrario dell’avarizia, perché solo i frugali sanno essere generosi con discernimento». Oppure Jorge Santayana nella sua Ironia del Liberalismo, «amo passeggiare tra le bellezze che adornano il mondo, ma declinerei lo sfarzo di ricchezze e proprietà, perché ridurrebbero la mia libertà». Occorre ben altro vigore sistematico, storico, teologico
ed economico. Di questo inno alla parsimonia liberale in tre necessari capitoli, qui si getta solo qualche abborracciato preliminare.

Parsimonia fondamento del mercato
Nell’autunno scorso si è celebrato il centenario dell’Etica protestante del capitalismo di Max Weber, una delle opere più misconosciute della storia del pensiero economico moderno. La banale vulgata è quella secondo la quale la «salvezza per sola grazia» della Riforma e la libera interpretazione della Scrittura istillano nei fedeli una maggiore capacità di discernimento della realtà, che sommati all’autonomizzazione del contesto pubblico rispetto alla pretesa papale precostituiscono l’humus naturale più favorevole alle caratteristiche comuni dell’imprenditore capitalistico, il calcolo, l’equilibrio, l’intraprendenza. Di qui l’accumulazione capitalistica, che prende maggior vigore nei Paesi e nelle repubbliche calviniste grazie alla teoria della predestinazione degli eletti che, a differenza del dubbio ascetico tenebroso di spiacere a Dio proprio di Lutero, si fortifica nella progressiva realizzazione in vita del proprio Beruf, la propria vocazione, la propria «chiamata» al successo, all’intrapresa e al commercio nel mondo: ma sempre tenendo a mente che parsimonia e frugalità privata sono i fondamenti etici presupposto dell’eticità del successo stesso. Senonché la tesi weberiana era inanzitutto solo parziale, in attesa di successivi studi più sistematici sull’impatto che le diverse confessioni avevano storicamente determinato nella nascita dello spirito capitalistico. E soprattutto fallace, come già Werner Sombart nel suo Il Borghese era in grado di dimostrare solo dieci anni dopo. Non solo le pratiche dell’autodisciplina, della frugalità e della temperanza per accumulare le risorse necessarie all’autosostentamento e a quello via via più ampio di comunità circostanti sempre meno ristrette, dalla crisi della classicità in cui era fiorita grazie allo stoicismo greco e tardoromano, era sopravvissuta nel monachesimo prima orientale e poi occidentale con Benedetto da Norcia, divenendo fondamento della sua regola. Ma nell’Italia cattolicissima del Duecento e del Trecento la parsimonia e la frugalità avevano costituito il fondamento del fiorire di tutti gli istituti moderni del capitalismo finanziario, dalla nascita della banca alla lettera di cambio, dalla partita doppia alle prime società transnazionali di commercio per le fiere del Nord Europa, vere antesignane italiane di quelle che saranno poi le compagnie in Trustee anglo-olandesi per lo sfruttamento privato dei flussi commerciali oceanici. Nelle scuole italiane purtroppo non si insegnano più, ma le cronache fiorentine del primo Trecento di Giovanni Villani sono fitte di personaggi come Francesco Balduccio Pegolotti, autore di un fantastico Libro delle bellezze dei commerci e la conoscenza delle mercanzie tratto a propria volta da esempi di colleghi arabi, fattore della Compagnia dei Bardi dal 1300 al 1340, e in tutti quegli anni da Londra a Cipro ad Anversa, dal duca di Fiandra al re d’Armenia, e poi ancora Gonfaloniere di giustizia e autore di una prima accuratissima contabilità di tutti gli incarichi e le spese della Repubblica. Nonché espertissimo dell’interesse composto, della teoria dello sconto, dell’adeguato di scadenza e degli estimi di magazzino, dell’arbitraggio sugli andamenti di cambio e persino delle «opzioni» sulle valute, insomma un anticipatore dei derivati sui quali prosperano oggi gli hedge funds. E gli stessi letterati di allora erano mercanti attentissimi al soldo - allora duecentoquarantesima parte della lira, unità di conto comune tardocarolingia per l’aggio di cambio delle diverse valute locali, a seconda del tesoro dell’emittente e della lega metallica in cui erano espresse - da Dino Compagni titolare di una compagnia in proprio, a Giovanni Villani socio dei Peruzzi e poi dei Bonaccorsi, come Boccaccio che a Napoli curava affari per i Bardi, e il Sacchetti che nei suoi Sermoni evangelici scrive un vero e proprio trattato di mercatura. Sbaglierà il Burckhardt, a considerare che solo nel successivo Quattrocento si affaccia in Italia «l’uomo universale» col Rinascimento. L’elogio della frugalità privata a fondamento della solidità degli affari pubblici che impregna i Libri della famiglia di Leon Battista Alberti affonda le proprie radici già in due secoli di tradizione. L’Alberti riassume la propria filosofia pratica nel concetto di «Sancta masserizia», ossia nella virtuosa cura degli affari dell’economia domestica. «Conservate questo nella vostra memoria, miei figli: che le vostre uscite non siano mai maggiori delle vostre entrate». Assieme a questa regola fondamentale l’Alberti insegna la moderazione, la parsimonia e la fedeltà contrattuale come le massime virtù del perfetto borghese. Come nel suo LIX° dei Cento apologhi: «Durante l’inverno al fico nudo, coperto di neve e tutto pallido per il freddo, disse l’ulivo suo vicino: “Non ti avevo predetto questo male, quando in estate ti vantavi della tua veste tanto rigogliosa? Impara da me la parsimonia”».
E di più. La parsimonia privata nell’Italia del Trecento non è solo garanzia contro le ricorrenti crisi finanziarie, come quella generale che nel 1341 preannuncia la crisi di tutti i maggiori banchi e compagnie fiorentine. È anche presupposto del generoso - e interessato, naturalmente - sostegno diretto alla vita delle istituzioni pubbliche. Salimbene Salimbeni, capo di una delle maggiori compagnie della città, gira al Comune di Siena 118 mila libbre d’argento per la guerra a Firenze che sfocerà il 4 settembre 1260 nella battaglia di Montaperti. A Firenze nel 1336 è una società tra mercature a cedere al Comune 30 mila fiorini d’oro per la guerra a Mastino della Scala. Arnoldo Peruzzi avanza al governo cittadino 15 mila fiorini d’oro e tratta a suo nome con Roberto d’Angiò contro l’imperatore Arrigo VII, contro il quale muore in battaglia all’Incisa il 24 settembre 1312. Di tutte queste virtù private prima e pubbliche anche, viveva l’Universitas mercatorum Italicorum che nel 1288 appare a Parigi e nel 1295 firma coi conti di Borgogna un trattato di salvaguardia che è la prima bozza della Comunità europea, che dalla Mosa allo Champagne, all’Alsazia e Lorena si allarga quasi per l’intera penisola a Como, Firenze, Genova, Lucca, Milano, Orvieto, Parma, Piacenza, Pistoia, Prato, Roma, Urbino e Venezia. Dopodiché, certo, il pendolo della storia si sposta verso gli Oceani e l’Italia declina. E le note amare che Machiavelli riserva all’inutile sfarzo delle microcorti italiane mentre lo straniero corre lo stivale, e non v’è traccia di milizia nazionale sono solo premessa dell’eclissi plurisecolare dell’Italia spagnola e asburgica nelle guerre di Successione. I tanti palazzi papali romani eretti dissipando le fortune vinte al gioco dai cardinal nipoti - uno per tutti, il palazzo della Cancelleria - sono il perfetto emblema della crisi della parsimonia come crisi del mercato e del prestigio italiano. E di conseguenza parsimonia e successo di mercato e sovranità delle armi si spostano altrove. I puritani britannici predicheranno e realizzeranno che i ricchi devono lavorare, risparmiare e investire più degli altri, perché Dio ha dato loro di più e di più chiederà, dei loro talenti. I levellers e gli ironsides, nerbo dell’esercito cromwelliano e fomento della Gloriosa Rivoluzione del 1688, realizzeranno nel mondo il passo della Concordanza dei tre evangelisti di Calvino: «Coloro che impiegano senza inutili sprechi i doni che hanno ricevuto da Dio si dice che “trafficano”, e con piena pertinenza la vita dei fedeli è paragonata al commercio: essi devono infatti fare scambio gli uni con gli altri per sostentare la compagnia. L’operosità per mezzo della quale ognuno esercita il proprio incarico e la vocazione stessa, l’abilità nella condotta e tutti gli altri doni sono come merci, perché il loro uso e fine è che vi sia una comunicazione reciproca tra gli uomini. E il frutto o guadagno, di cui parla Cristo, è il profitto e l’avanzamento di tutta la compagnia dei fedeli in comune. Che dà gloria a Dio». Fioriscono a centinaia saggi come il Tradesman’s Calling di Richard Steele del 1684, o come The Religion of Labour del vescovo Robert Clayton del 1740, manuali etici del perfetto uomo di mercato che sulla inappuntabile vita privata ispirata alla frugalità fonda l’esempio della rettitudine di mercato, proiettata sempre più sull’intera dimensione del mondo allora conosciuto. Di qui ai Consigli sul Commercio di Benjamin Franklin e alla frugalità che ispirerà Padri Fondatori della democrazia americana come Washington e Jefferson, a Monticello il passo sarà immediato e diretto. Esattamente come in Gran Bretagna dalla Teoria dei sentimenti morali di Adam Smith la parsimonia personale resterà pilastro dell’apoteotico sessantennio imperiale vittoriano, e non sarà affatto contrapposta ma idealmente binomio inscindibile della mano invisibile del mercato che coopera alla soddisfazione di tutti assecondando l’interesse individuale di ciascuno.

Il pregiudizio anticattolico
Se c’è qualcosa duro a morire nel nostro Paese, è il pregiudizio per il quale la tradizione e la dottrina cattolica sarebbero fieramente avversarie del binomio frugalità privata-affluenza pubblica attraverso il mercato. Nel contrasto oramai centenario tra i due Ernst, Troeltsch per il quale il Vangelo si rivolge all’interiorità del credente e non alla mondanità politica ed economica da sovvertire, e il marxista Bloch per il quale esso è invece appello al riscatto dei poveri, all’abbattimento delle diseguaglianze sociali e alla realizazione di regimi collettivisti ostili al mercato, ha vinto per lungo tempo il secondo. Anche grandissimi liberali come Ludwig von Mises nel suo Socialismo presero per buona la tesi di Bloch, asserendo la totale negatività del Cristo dei Vangeli verso ordine sociale e ricchezza, lodando purtuttavia la Chiesa cattolica che nella concreta sua esperienza di dottrina sociale seppe andare per così dire «oltre» l’apparente dettato evangelico. Ma a errori di questo tipo ormai hanno da tempo risposto le puntuali e ferratissime esegesi bibliche e neotestamentarie di fari del pensiero cattolico contemporaneo come don Angelo Tosato e Michael Novak. Volumi come Vangelo e ricchezza del primo, oppure The Spirit of Democratic Capitalism del secondo, meriterebbero un’adozione di massa nelle scuole italiane di ogni ordine e grado e la lettura in tutti i gruppi parrocchiali di catechesi sociale, per smentire uno dei luoghi comuni più diffusi che legano nel nostro Paese la religiosità cattolica e il pregiudizio anticapitalistico, nella comune convinzione che solo con mano pubblica e socialismo si allevii il problema della disuguaglianza e della povertà. In particolare è la puntuale esegesi evangelica di Tosato a risultare più efficace in un Paese come il nostro, stante naturalmente il sospetto che può risultare naturale su Novak «teocon e filoBush». Le sue 600 pagine fitte affrontano uno per uno tutti i passi evangelici della vulgata antimercato e la sbaragliano in maniera puntuale e definitiva. A dire il vero, la malafede ideologica di chi in nome della «Chiesa dei poveri» predica il socialismo non aveva bisogno per essere confutata di aspettare così tanto. Tutto ciò che Tosato approfondisce e sistematizza stava già nel limpido e bellissimo Quis dives salvetur di Clemente Alessandrino, figlio di pagani e ateniese di solidi studi filosofici classici oltre che approndito conoscitore dei Vangeli e ardente del Cristo, che nel II secolo confuta ogni possibilità che i molti passi evangelici sulla ricchezza, a cominciare dal discorso delle Beatitudini e dalla parabola del giovane ricco che culmina nella famosa «cruna dell’ago», possano avere un’interpretazione letterale invece che escatologica e mistica. Come scrive Clemente, la tristezza che cade sul giovane ricco al monito di spogliarsi delle ricchezze deriva dalla sua incapacità di comprendere le parole del Figlio dell’Uomo. Gesù non prescrive affatto di privarsi materialmente delle ricchezze e di conferirle in uso comune alla società e ai poveri, ma di distaccare il cuore da esse. Non è il possesso dei beni a costituire discrimine per il conseguimento della salvezza, ma il loro uso. Il concetto su cui si radica il messaggio rivoluzionario evangelico sono le passioni connesse alla ricchezza, non la ricchezza stessa: può salvarsi un ricco che non sia schiavo dei propri possessi e anzi li accresca utilmente al servizio della società estendendo perimetro e attività della propria impresa, così come può dannarsi un povero a motivo del proprio rancore e della propria avidità nei confronti dei beni materiali. La ricchezza non si configura come un bene negativo, ma come uno strumento, negative sono invece le passioni che vi si possono accompagnare. Il possesso di beni è anzi lodato, in linea con la legge anticotestamentaria che del resto Gesù invita a rispettare, perché è un mezzo che consente di dare aiuto a chi è nel bisogno, secondo quanto avviene nella parabola del buon samaritano.
Direte voi: ma che c’entra tutto questo con la parsimonia? C’entra eccome, perché la frugalità alla luce del Vangelo così correttamente interpretato non è affatto socialismo ed eguaglianza coatta. Come scrive Tosato, la vulgata della versione socialista dei Vangeli sulla ricchezza ha comportato danni immensi. Sul piano teorico, ha condotto a un sovvertimento della valutazione di ricchezza e povertà. Sul piano economico, ha agevolato il rallentamento della crescita e l’ostilità verso il massimo uso strumentale dei beni materiali e immateriali che alla crescita concorrono, ha cioè creato le premesse ideali per l’estensione della povertà. Sul piano individuale, ha avviato un processo di disumanizzazione conflittuale mettendo al bando il naturale desiderio di migliorare le proprie condizioni. Sul piano sociale, ha intaccato l’integrità della società civile, di cui crescita e benessere diffuso costituiscono oggi cemento. Sul piano ecclesiale, ha sfigurato il volto della Chiesa in una caricatura del partito comunista. E sul piano politico, ha potentemente cooperato all’estendersi dello Stato verso ruoli impropri e pervasivi le cui dannose conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e vivono nel nostro immane debito pubblico. Parsimonia privata dell’imprenditore cattolico - non dei Tanzi fraudolenti e cattolici sedicenti, ma dei milioni che con le loro piccole imprese innervano l’Italia - e consapevolezza sociale della propria responsabilità verso tutti gli stakeholder sono tornati a essere pieno retaggio della tradizione cattolica, e del resto non a caso la Centesimus Annus di Giovanni Paolo II nel centenario della Rerum Novarum ha superato l’equidistanza che la precedente aveva teorizzato, tra economie collettiviste ed economie di mercato, scegliendo queste ultime e chiedendo che esse si impegnino di più e meglio per la piena realizzazione della persona umana.

Il paradosso attuale, la parsimonia delle vittime
Uno dei più schietti e aggiornati panegirici della parsimonia si deve al primo numero di una rivista che esprime bene il «fermento dei valori» in corso in questa fase della storia americana. Il quadrimestrale si chiama In Character, ed è nato nello scorso autunno a opera della Fondazione Templeton. John Templeton, nato nel Tennessee 93 anni fa, è una figura mitica, uno dei più riusciti esempi di come nei decenni attraverso una rigorosa fedeltà alla modestia del tenore di vita personale e a una straordinaria capacità di sapersi destreggiare sul mercato finanziario si possa divenire uno dei più cospicui investitori del mondo. Ha dotato la Fondazione di un patrimonio di 900 milioni di dollari, e li accresce di 40 aggiuntivi ogni anno. La rivista ha come scopo programmatico sensibilizzare la comunità finanziaria e le classi dirigenti all’importanza delle virtù individuali e sociali, e la prima scelta è stata proprio The Thrift, la parsimonia. Non è un caso che come direttore del mensile la Fondazione abbia scelto Naomi Schaefer Riley una ventottenne fresca autrice di un’opera come God on the Quad: How Religious Colleges Are Changing America. John Horgan, autore di The End of Science and Rational Mysticism, afferma nel suo saggio introduttivo che la parsimonia non è affatto un ferro vecchio di tempi andati ormai inutile nel consumerismo, anzi può essere concepita come un modo efficiente di usare le risorse che si manifesta nell’accumulo di beni, nella conservazione del cibo o nell’efficienza metabolica tanto degli individui che dei corpi sociali e politici. Horgan descrive le strategie di parsimonia degli scoiattoli, che conservano il cibo e degli scimpanzé, che invece cacciano, uccidono e immediatamente consumano la preda, collegando queste abitudini ai nostri comportamenti odierni. Deirdre McCloskey, autrice di The Bourgeois Virtues: Ethics for an Age of Capitalism, rilancia in chiave cristiana e moderna la parsimonia scrivendo «perché essere un buon cristiano non nuoce all’economia». Negli Stati Uniti, il tema è sentitissimo in quanto la «destra dei valori» fa del ritorno alla frugalità uno dei pilastri privati per coniugare insieme tre obiettivi: il ritorno ai princìpi evangelici nell’agenda pubblica ed economica; la lotta agli eccessi della finanza privata rapace, espressione dei manager unicamente interessati al crescere astronomico dei propri compensi invece che al destino delle società che guidano, e protagonisti di scandali che abbattono la fiducia nel mercato come nel caso di Kozlowski, Ebners e tanti altri; la guerra alla profligacy del Big Government sempre più accentratore, spendaccione in deficit, e generatore dell’illusione pericolosa che poveri e deboli debbano essere resi eguali a tutti gli altri dalla generosità pubblica invece che dal proprio lavoro e dal proprio impegno. Il loro motto è A Debt Free Nation!, in quanto accusano la generosità pubblica a spese del contribuente e l’onnivora pulsione a profitti speculativi del sistema finanziario di aver spinto gli americani su una china pericolosissima, quella di un’indebitamento senza eguali, pari a una volta e mezzo il Pil Usa, con una propensione al risparmio negativa rispetto al reddito disponibile e la tendenza crescente a indebitarsi per comprare case troppo costose, pagare le utenze domestiche, andare in vacanza e comprare auto, abiti e profumi, invece di concentrarsi sul finanziamento a lungo termine dei propri accantonamenti previdenziali e delle future spese d’istruzione per i propri figli. 
I movimenti neo-parsimoniosi costituiscono la base di riferimento dell’appello del presidente Bush per la riforma della Social Security basata sul modello della Ownwership Society. Uno dei loro guru è David Tucker, che con il suo libro The Decline of Thrift in America dà conto di come negli anni di Roosevelt l’idea dello Stato-generoso abbia abbattuto ogni istituto tanto della generosità che della parsimonia privata che aveva incardinato invece la presidenza Coolidge. Newt Gingrich è un fanatico ammiratore della parsimonia di uno dei grandi virtuosi pubblici dell’era vittoriana, Samuel Smiles, a sua volta autore di un libro conosciutissimo che guarda il caso si intitola Thrift, in cui la frugalità era teorizzata come pilastro dell’investimento privato e condizione contraria da opporre energicamente a uno Stato che volesse debordare in nome di «scopi sociali». La morte della parsimonia, dice Gingrich, ha fatto sì che il Diciannovesimo secolo fosse quello dell’individuo, della persona e del privato. Il Ventesimo quello del collettivo, dello Stato e del pubblico: dal Grande Padre, al Grande Fratello. Da combattere insieme ai liberisti e libertarians nel nome di Hayek, Ayn Rand e Milton Friedman, contro ogni accusa secondo cui la difesa della parsimonia e dell’interesse privato contro quello pubblico e dello Stato costituisca una specie di trade off tra cupidigia e ricchezza. Un altro combattente della libera frugalità è George Gilder, che con il suo Recapturing the Spirit of Enterprise è uno dei più duri difensori di un «mercato sano», contro gli eccessi della finanziariazzazione e del consumismo sovvenzionato dallo Stato. Mentre Marvin Olasky, con i suoi The Tragedy of American Compassion e Renewing American Compassion è uno dei guru di come la parsimonia privata possa e debba volgersi al sostegno privato e non pubblico dei poveri in nome del merito, e non dell’eguaglianza. Perché come scriveva Adam Smith ogni persona è unica, e Dio agisce e opera per suo tramite in maniera irriducibile a ciascun altra. E perché l’unica eguaglianza che il socialismo è in grado di assicurare è quella della miseria, come diceva Winston Churchill. Che tutto questo sia vero lo si può toccare da noi in Italia, dove si è ben altrimenti manifestato il fantasma che tanto preoccupa il fronte liberista della parsimonia e della prodigalità privata. Noi viviamo il paradosso opposto della parsimonia. Mentre gli americani crescono al 4% ma a un tasso di indebitamento sempre più preoccupante, noi che abbiamo una spesa pubblica pari al 50% del Pil siamo tanto atterriti e disincentivati dal futuro che torniamo a risparmiare il 14% del reddito disponibile, e con una crescita di quest’ultimo pari all’1,8% in termini reali nel 2004 abbiamo accresciuto la propensione al consumo di meno della metà, con un indebitamento medio delle famiglie che resta tre volte inferiore a quello francese, quattro a quello tedesco, cinque a quello britannico e sei rispetto a quello americano. In America la frugalità è bandita troppo pericolosamente per eccesso di fiducia nel futuro, nella erronea aspettativa che la finanza pubblica com’è cresciuta in questi anni si farà carico anche del futuro. In Italia c’è un eccesso di frugalità accresciuta dall’assoluta sfiducia nel futuro, di fronte a uno Stato inefficiente già giunto oltre i limiti della sua dissipazione. Torniamo insieme alla frugalità liberale ed evangelica. Quella che dà spazio all’individuo, ai suoi meriti e ai suoi interessi, tagliando le unghie allo Stato e a ogni generosità socialista che abbatte la crescita e impingua solo élite di burocrati e politici di professione.
 

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