Che cos’è il limite? Osservarlo è una virtù? Affronterò qui il tema in riferimento alla dimensione della politica. Il limite è il confine: tra Stati come tra individui e nel rapporto tra Stato e individui. Esso è quindi alla base della concezione occidentale della libertà delle comunità e degli Stati di contro al dispotismo orientale; è all’origine dell’associazione tra uomini liberi contro ogni forma di piena sottomissione; fonda i diritti degli individui e l’autonomia della società civile rispetto a ogni pretesa totalitaria delle istituzioni. Filosoficamente il limite consente il riconoscimento del sé e dell’altro ed è quindi condizione della coscienza e della sua libertà; così come il limite consente di percepire la finitezza della natura e di ogni cosa, quindi anche la morte e il nulla. Il contrario del limite è l’Assoluto, ciò che è appunto sciolto (solutus) da ogni limite. L’uomo ha la disposizione a trascendere il limite: viaggiando, combattendo ma ad esempio anche amando. E, a differenza degli altri animali, ha piena avvertenza di questa sua attitudine. Questo gli consente un continuo trascendimento del dato attraverso il lavoro. L’uomo aspira al superamento del limite anche in un altro senso: nel senso di giungere al rapporto metafisico con l’infinito Uno-Tutto attraverso la contemplazione religiosa e filosofica. La prima è una trascendenza pratica, la seconda teoretica; la prima in realtà modifica e sposta i limiti, ma li presuppone e li mantiene: è, cioè, modernizzazione trasformativa; la seconda sporge l’uomo oltre ogni limite. Lo protende verso l’Assoluto.
Poste queste premesse si può più agevolmente passare al terreno politico. Da questo punto di vista, la prima cosa da dire è che spesso, negli eventi storici, si è manifestata la tendenza a trasporre, in modo diretto o indiretto, la dimensione metafisica e religiosa, con la sua carica di Assoluto, nella sfera politica. Restano memorabili le guerre di religione del Cinquecento europeo, che realizzavano quella immissione in modo diretto ed esplosivo. Nel secolo scorso vi sono stati invece i totalitarismi che hanno trasposto la religione nella politica in modo indiretto, rendendo cioè carica di tensione religiosa la politica e lo Stato. E proponendo, in sostanza, di rendere finalità da conseguire nella dimensione naturale (storica) i fini in passato attribuiti alla sovrannatura. Si può aggiungere che, a proposito di bolscevismo e di nazionalsocialismo, vi è senz’altro una dimensione psicopatologica di cui dar conto e da approfondire, circa lo sdoppiamento superegoico del comunismo e circa l’emozione fondamentale della paura nell’hitlerismo. Tendenze psicologiche che non furono solo dei due dittatori ma anche dei loro seguaci e anzi costituirono collante tra gli uni e gli altri. Tendenze, entrambe, volte anche qui al superamento del limite (interno, psichico). Non è però questa la sede per una tale disamina. Qui vale la pena invece sottolineare che il comunismo, secondo Marx, è la definitiva «riappropriazione dell’uomo da parte dell’uomo» nel «regno della libertà» , che è a sua volta coincidenza di «essenza ed esistenza» dell’uomo, di «particolare e universale», di «umanismo e natura». Appare chiaro che tutto ciò altro non è che la trasposizione della metafisica nella realtà, e infatti Marx sostiene che il pensiero teoretico pensa in modo alienato perché pone in cielo quanto va realizzato sulla terra. La stessa religione è alienata perché proietta altrove ciò che ha da essere di questo mondo: l’uomo come «totalità» universale. Marx dunque sopprime ogni distinzione tra ragione teoretica e ragione pratica, tra religione e politica. Quanto al regno della libertà di Hitler questi, nei Tischgespraeche lo pennella così: «Il principio di fondo è la totale mancanza di ogni diritto da parte degli assoggettati. Essi non possono accampare alcuna rivendicazione salvo quella di morire di una morte prematura. È loro proibito di imparare a leggere e scrivere, mentre occuparsi di storia e politica è un crimine che merita la morte. Vivranno nella sporcizia delle loro abitazioni, senza igiene e vaccinazioni mentre i coloni tedeschi, rigorosamente separati, possiederanno superbi villaggi e ampie fattorie protette militarmente. Ogni tanto si farà visitare Germania, la capitale tedesca, a un gruppo di ghirghisi in modo che essi, pieni di rispettoso stupore, possano riferire nelle loro case lontane sulle monumentali opere della civiltà tedesca, diffondendo la fede in questo popolo di padroni simili a Dio».
Come si vede, assoluta uguaglianza tra gli uomini in Marx, assoluta differenza (per reazione) in Hitler, assoluta conciliazione tra uomo e natura in un caso, la natura come condanna nell’altro. Opposizione radicale, dunque, tra le due ideologie ma piena identità di vedute circa l’assolutizzazione della storia e il suo compimento in un regno utopico e immobile, anche temporalmente. Risoluzione dell’enigma della storia in una chiave religiosamente immanente. Ove l’uomo si è fatto come Dio. E in cui per l’uomo universale, il signore globale o viceversa per i padroni figli di una razza superiore e signori particolari, non esiste più bisogno e dunque natura come limite ma solo libertà assoluta. Facciamo ora un passo avanti nella nostra disamina. Si sa che il metodo scelto per arginare l’immissione, diretta o indiretta, della religione nella politica è la laicità. Nel Cinquecento si è posto fine in Europa alle guerre di religione attraverso l’affermazione della laicità dello Stato, cioè affermando la sua non identificazione e viceversa distinzione da ogni religione, ciò che, ovviamente, presuppone la distinzione di principio e permanente tra politica e religione. Con la fine dei totalitarismi e l’affermarsi della democrazia, nel secolo scorso, si è compiuto un decisivo passo in più nella medesima direzione: lo Stato si è affrancato in linea di principio da ogni identificazione non solo con ogni religione ma anche con qualsivoglia ideologia, sostitutiva della religione e supportata da qualsivoglia partito unico, proclamando la libertà non solo di religione ma di pensiero, di espressione politica e garantendo il pluralismo. Questo è dunque il fondamento della laicità della politica e dello Stato e dunque del limite della politica e dello Stato che è poi dire la stessa cosa. O almeno dovrebbe voler dire la stessa cosa. Perché dovrebbe ma spesso non vuole essere, o non si vuole sia, la stessa cosa? Eugenio Scalfari, commentando in un articolo su Repubblica (19 giugno) i risultati dei recenti referendum sulle biotecnologie, è partito citando Claudio Magris: «La nostra visione del mondo e il senso della nostra vita si fondano su un presupposto che (sic) probabilmente non regge ma a cui non possiamo rinunciare, ossia sulla distinzione qualitativa e assoluta tra l’uomo e il resto del creato». Così Magris. E Scalfari annota: «Esatto. Penso anch’io che di questo si tratti, che queste siano le colonne d’Ercole da non varcare per non mettere in discussione il senso della vita che serve a rassicurare sul primato della nostra specie nel panorama della creazione e sul nostro destino salvifico e immortale». E aggiunge: «Perché l’uomo sente il bisogno, anzi la necessità, di cercare un senso alla propria esistenza? La risposta riguarda la struttura mentale umana, la sua capacità di pensare se stessa, di pensare il pensiero, di pensare l’astratto oltre che il concreto, di pensare per concetti oltre che per immagini… Viviamo non solo nella dimensione dello spazio ma anche in quella del tempo il quale presuppone il limite poiché l’eternità equivale all’annullamento del tempo. Questa essendo la nostra struttura mentale, la ricerca di senso diventa un elemento fondante della nostra sopravvivenza come individui e come specie. Il chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo costituisce uno dei fondamenti della nostra attività mentale che non possiamo eludere. Ma qui nasce anche la vocazione alla conoscenza. Non è un optional quella vocazione. Fa parte integrante della nostra natura, della forma umana».
Trascuro, qui, i mediocri e per certi versi spregevoli giudizi di Scalfari sulle finalità politiche riposte che la Chiesa avrebbe avuto nell’impostare la battaglia referendaria. Così come trascuro gli insulti gratuiti che egli, nel suo articolo, distribuisce a piene mani soprattutto verso la componente culturale laica contraria al movimento referendario. Tale rabbia sulfurea espone, penosamente, una ferita narcisistica resa purulenta dalla sconfitta, dalla sua non accettazione, dalla sua non comprensione. Trascuro tutto ciò perché alcune affermazioni di Scalfari sono importanti in quanto confermano alcune tesi già prima qui sostenute e quindi, realizzandosi su di esse un consenso, è ragionevole pensare che esso possa essere sufficientemente generale. Innanzitutto Scalfari sembra accettare la distinzione tra trascendenza teoretica e pratica. E dico sembra. L’uomo modifica, trasforma, modernizza la propria vita e la realtà circostante ma questo non aggiunge né toglie nulla alla sua ricerca di senso. E di salvezza. Ma Scalfari dice di più. La ricerca del senso ultimo delle cose è strutturale della mente umana in quanto essa è capace di «astrazione» e la somma, ultima astrazione è l’Assoluto, cioè l’idea di Dio. Insomma la metafisica è fondamento delle altre forme di pensiero (scientifico, tecnico, etc.). Quel che è storico è anche in linea di principio. L’incondizionato è fondamento del condizionato. La trascendenza teoretica è fondamento di quella pratica. Il limite presuppone la domanda sull’illimite. Non sarebbe, questo, un punto di intesa banale. Naturalmente è importante la distinzione tra le due sfere, ed è importante che l’illimite sia fondamento e garanzia del limitato e non suo fine. Vi è nell’uomo la ricerca del senso dell’esistenza, di un fine ultimo, dice anche Scalfari. Questo fine, diciamo noi, non è di ordine naturale, non è la conclusione della storia, ma è di ordine sovrannaturale. Questo, almeno, si è pensato per secoli. Riguarda la salvezza oltre questo mondo non una salvezza eterna intramondana (l’immortalità). Quando si è pensato altrimenti, come si è detto, quando si è pensata una dimensione salvifica della storia, un farsi Dio dell’uomo su questa terra, si sono prodotti disastri.
Non è solo la differenza tra riformismo e rivoluzione, la quale ha segnato la storia delle forze di progresso e le loro contrapposizioni nel Novecento, che va qui richiamata. Oggi la stessa distinzione può e deve farsi tra la buona idea di progresso (economico, tecnico, civile, scientifico) e l’ideologia progressista nella quale il vecchio impianto rivoluzionario è rifluito. Il senso della distinzione è identico a quello tra riformismo e rivoluzione: da una parte un pensiero e una prassi, volti a ottenere risultati limitati e semplicemente a spostare in avanti i limiti della vita umana, dall’altra il sogno di garantire all’uomo l’ingresso in un futuro di illimitata libertà, libertà anche dalla morte, quindi di divina pienezza, la realizzazione di un eterno presente. Non è questa, infine, la sirena dell’odierno progressismo tecnologico? Prima di vederne la sua plausibilità, vediamo intanto quali sono i suoi effetti e i rischi potenziali. Per secoli, come si è detto, si è regolata la distinzione tra sfera della naturalità, del finito, sfera di cui si occupa anche la politica e sfera del non limite, della totalità, quella metafisico-religiosa. Su tale distinzione e sulla sua regolazione si fonda la laicità. E qui occorre introdurre un ulteriore tema assai delicato. La laicità non è solo questione di distinzione tra gli ambiti di ciascuna sfera: la religione da una parte, la politica dall’altra, le Chiese da un lato, lo Stato dall’altro. È questo un punto rilevantissimo che è servito a garantire, con la tolleranza, la pace religiosa. Ma non è il solo e non è quello originario. All’origine non vi è lo Stato. Vi è la comunità naturale, che evolve in società civile. Storicamente, nella nostra civiltà, la società civile trae il proprio ordine morale fondamentale e i propri valori dal rispecchiarsi nella comunione dei Santi. Il singolo essere umano ha dignità di persona in quanto è figlio di Dio. E segue una Tradizione. Si può obiettare che altre civiltà hanno seguito altri percorsi. La risposta è che l’Occidente ha seguito questo di percorso e su questa base si è strutturato, cosicché, per dirne una, è ovvio che cadendo questo ordine che, si è detto, è di distinzione ma anche di derivazione, approdando quindi a un compiuto relativismo e convenzionalismo, crollano i principi dello Stato laico e democratico. Ma un’altra considerazione può e deve aggiungersi. Anche nelle altre civiltà, se la distinzione tra sovrannaturale e naturale è meno pronunciata, gli ordinamenti del naturale discendono in qualche modo da un ordine sovrannaturale. Insomma in un modo o in un altro la religione è premessa e garanzia assiologica dell’ordine civile, mentre non è un caso che le filosofie pagane o immanentistiche si siano rivelate del tutto inadeguate, e talora terribilmente pericolose, a una convivenza umana evoluta, fondata su libertà e differenze e sulla dignità dell’uomo. Concludendo, dunque, su questo punto, può dirsi che fondamento assiologico della società umana nel mondo, con le sue libertà, differenze, con i suoi diritti universali, è il piano sovrannaturale. Il senso della laicità è dunque duplice. Da un lato essa garantisce l’autonomia dell’uomo, e delle sue istituzioni, in tutte le scelte che riguardano la sua vita mondana. Dall’altro essa laicità si fonda a sua volta sulle leggi di Dio, senza le quali qualsiasi criterio di universalità a partire dalla pari dignità di tutti gli uomini sarebbe palesemente convenzionalistico, dunque infondato e praticamente travolto dalla legge del più forte. Non era questo, del resto, che aveva compreso e predicava Hitler? Che cioè un mondo senza più Dio, una natura senza più Dio erano una natura e un mondo che tornavano alla legge (per lui suprema) del più forte? L’equilibrio della laicità, con i suoi alti e bassi è durato a lungo. Come si rompe? Storicamente la grande effrazione, esplosiva e mai sanata, è quella della rivoluzione francese, naturalmente. In generale si può dire che, sin dall’inizio, la laicità è vissuta su un compromesso che è però risultato un equivoco. Secondo alcuni era, a un dipresso, ciò che ho cercato prima di dire. Per altri implicava un’altra cosa. La riduzione delle verità rivelate o di ragione ma comunque ultime a mere opinioni. L’idea di tolleranza non era allora, in questo caso, quella di un reciproco convivere tra diverse verità religiose. La tolleranza nei fatti era quella delle élites nei confronti di superstizioni popolari, prima (sino ai tempi di Croce) considerate utili, poi neanche più quello. Da sopportare pro bono pacis. La verità, secondo questa concezione, presente sin dalle origini del moderno ma oggi pienamente dispiegata, non è nelle metafisiche e nelle religioni ma solo ed esclusivamente nella conoscenza scientifica, nella tecnologia. Lo Hubble non affianca ma sostituisce San Pietro e La Mecca. Se si legge la seconda parte dell’articolo di Scalfari questo approccio è evidente: la religione è una favoletta che risponde a una domanda reale alla quale però solo una scienza pienamente realizzata potrà dare risposta efficace, trasponendo nel mondo, nell’ordine naturale, quanto per ora viene ascritto al sovrannaturale. Si noti quanto tale tesi neopositivista sia simile a quella marxiana sul superamento della religione nel comunismo. Al posto della liberazione assoluta e della salvezza intramondana per via di rivoluzione politica vi è qui la medesima aspirazione da realizzarsi però in chiave di liberazione tecnico-scientifica.
Ma vi è un altro riferimento storico prossimo da richiamare a proposito delle tesi di Scalfari. Dopo la seconda guerra mondiale, e solo dopo di allora, si è messo mano a una Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Questo in primo luogo a causa della tecnica. Hitler aveva paura e insieme era affascinato dalla tecnica. Temeva, ad esempio, che con le moderne tecniche aeronautiche l’intiera Germania potesse essere trasvolata in un’ora e perciò voleva garantirsi più ampi spazi. Sognava attraverso le tecniche belliche di edificare il più grande Reich della storia dell’uomo. Per questa via portò alla rovina il suo popolo e ammaestrò l’umanità tutta che con la tecnica non si poteva più giocare. La sua sconfitta segna un’epoca in quanto da allora si sono posti limiti all’uso della tecnica. Innanzitutto bellica ma non solo. Ogni tecnologia che possa ledere i diritti dell’uomo è messa in mora. Per quella Dichiarazione dei diritti l’umanità intera, la società mondiale, come si legge nel preambolo, è da considerarsi una famiglia. E ogni membro di tale famiglia gode della tutela di quei diritti «per il solo fatto di essere al mondo». Anche questa una favoletta, nevvero, signor Scalfari? Qual è allora la conclusione del ragionamento? La laicità è nata per garantire la convivenza tra diverse religioni, diverse filosofie, diversi percorsi verso la verità. Via via, però, le diverse verità sono state degradate a opinioni, la religione ad affare privato e a mito. La reciproca tolleranza tra differenti fedi, filosofie, verità, è divenuta tolleranza della ragion politica alleata alla ragion tecnica verso quelle (presunte) verità. Sino al punto in cui la politica ha inteso assorbire, attraverso ideologie di classe e di razza, ogni verità. È l’epoca della politica come assoluto, è l’epoca dei totalitarismi. La democrazia, e dunque la laicità, la dottrina dei diritti dell’uomo e la virtù del limite hanno avuto il sopravvento attraverso la più spaventosa guerra conosciuta dal genere umano. Ma attenzione: ribadendo un’antica ambiguità. Di tecnica i totalitarismi hanno ferito e di tecnica sono periti. Ma le democrazie hanno vinto grazie alla tecnica, come simbolicamente ricorda Hiroshima. Sin dal ’45, quindi, la tecnica è stato il quinto convitato di pietra al tavolo dei vincitori.
Emanuele Severino sostiene che la tecnica è stata ed è in effetti l’unica vincitrice: sulle fedi, sulle ideologie e infine lo sarà anche, necessariamente, sulla democrazia e sullo stesso capitalismo. Non è una tesi incontrovertibile. Quel che è incontrovertibile, invece, è che la stessa laicità, la stessa democrazia mondiale cova in seno il miraggio della salvezza assoluta tecnocratica. E che questo può condurre alla fine della democrazia. Ogni altra verità è degradata a opinione quando non a superstizione. L’unica verità viene dalla scienza e dalla tecnologia. Esse possono infine portare dai cieli in terra la salvezza eterna. Il relativismo verso tutte le altre credenze è l’altra faccia della medaglia della nuova religione tecnocratica. La tolleranza teorizzata dal relativismo non è amore per le differenze. È indifferenza. Un’indifferenza che copre la superiorità tecnocratica. Una cosa è certa. La democrazia nasce da un equilibrio, se si vuole precario, tra verità e libertà, leggi universali e pluralismo, diritti naturali e sovrannatura, in quanto i diritti riposano su leggi che si applicano alla storia nella sua mutevolezza ma si intendono come eterne. D’altra parte la mente dell’uomo è volta all’Assoluto. Questo Assoluto lo si colloca in cielo e lo si distingue dalla vita terrena oppure lo si vuole portare in terra. E si hanno allora le utopie sui regni della libertà, sulle fini della storia. Sogni che in passato si sono rivelati incubi. L’importante, caro Scalfari, è giocare a carte scoperte. L’importante è dichiararsi. Si può essere per Prometeo, De Sade, Robespierre, Darwin, Marx e oggi per la rivoluzione tecnologica ancora in cerca di autore. Oppure si è per Mosé e Gesù, San Tommaso, Erasmo, Kant e oggi per George W. Bush e per la sacralità della vita di ogni essere umano. Come vede, caro Scalfari, la vecchia diatriba laici-cattolici c’entra sino a un certo punto. Anzi, a dire il vero, c’entra come i cavoli a merenda. Da una parte vi è infatti una idea di progresso discreto, fondato sulla creatività culturale, economica, civile, scientifica degli uomini in carne e ossa e l’aspirazione a ottimizzare i risultati di questa attività in un accresciuto e pure sempre limitato benessere nel quadro della democrazia liberale; dall’altra parte il sogno che da tale processo si possa infine spiccare il volo, un po’ come Icaro, figura che lei nel suo ricordato articolo cita come ammirazione. Il volo verso l’assoluta libertà, l’eterna giovinezza, il Sacro Graal. Sono due idee del progresso antitetiche. Un’idea di progresso e una di progressismo, un po’ come un tempo si fronteggiarono riformisti e socialisti. Lei non è mai stato, caro Scalfari, né socialista né comunista. È stato però azionista. E l’azionismo è stato compagno di strada del comunismo e oggi ne è il legittimo erede libertino e tecnocratico. Sono tesi già dette e approfondite, che qui solo richiamo perché altrimenti dovrebbe partire un’altra riflessione.
Noi, a questo punto posso adoperare un plurale che indica un fronte, siamo convinti che le sue tesi siano errate, pericolose, nemiche della democrazia in quanto vogliono riproporre un fine assoluto su questa terra. L’immortalità. E pensiamo che a questo fine lei sfrutti le angosce dei tanti ammalati e le mille debolezze degli uomini per sedurli. Sappiamo, d’altra parte, che, proprio, perciò e non solo perciò ma, lo ammettiamo, per un aggancio con qualcosa di profondo nell’animo dell’uomo, chi la pensa come lei ha un largo seguito, oltre che grande potere, finanziario, economico, politico, mediatico, tecnologico. Lei, a sua volta, immaginiamo, pensa che le nostre idee sono errate, pericolose, nemiche del progresso. Anche lei pensa che le nostre idee hanno un aggancio con qualcosa di profondo nell’animo dell’uomo e ritiene che esse siano sostenute da una vecchia cultura e da un perdurante, immondo potere clericale. Non è così? Bene. Per noi la democrazia deve tollerare i nemici totalitari come lei. Per lei la democrazia (progressiva) deve tollerare clericali e conservatori come noi. L’importante è allora fissare il terreno del compromesso. Perché non lo fissiamo sulla Dichiarazione dei diritti del ’48, che fu in effetti un compromesso tra democratici liberali e democratici tecnocratici? Per intenderci, tra Truman e Friedman da una parte, Galbraith e Schumpeter dall’altra? Questa è la partita, queste le regole. Non nascondiamoci dietro de Maistre e Voltaire, anche se de Maistre e Voltaire c’entrano. L’uomo si interroga sulla fine della storia: sarà la discesa della Gerusalemme celeste in terra o sarà una sorta di comunismo tecnologico che avrà ridotto l’intero universo a misura dell’uomo? Chissà. La differenza è che per noi la fine della storia è un mistero, lei la vuole programmare. Con tutti i rischi che tali programmazioni comportano. L’importante, per noi, è che, comunque si veda la cosa, e finché il mistero resterà impregiudicato, non si dissolva la democrazia e la sopravvivenza dell’uomo. Perché, come si è detto, nel ’45 abbiamo tutti appreso che con la tecnica non si può scherzare. In questo senso siamo tutti divenuti più adulti. E abbiamo firmato un patto, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, che stabilisce che ciascun membro della famiglia umana gode di diritti, a cominciare da quello alla vita, per il solo fatto di essere al mondo. Anche l’embrione rientra in questa categoria, caro Scalfari. Confermare o contestare ciò era la capitale posta in gioco nel recente referendum, altro che meschini giochi di potere! Sia perseguito tutto il progresso tecnologico compatibile con la non manipolabilità, diretta e indiretta dell’essere umano. Siano legittime tutte le libertà che non sovvertano l’intima costituzione della natura umana. Questo è il compromesso oggi possibile. Niente affatto oscurantista. Questo è oggi il senso possibile di uno Stato laico. Questo è oggi il contenuto di una virtù che coltivi il senso del limite.