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Liberalità/Il vero scopo della ricchezza

LIBERAL BIMESTRALE
di Vittorio Mathieu
Liberal Anno V numero 31 - Agosto - Settembre 2005

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cop31
Fra tutte le virtù è logico che quella che interessa di più un liberale sia la virtù che gli da il nome: la liberalità. È la prima virtù analizzata da Aristotele nel libro IV dell’Etica Nicomachea, dopo che il libro III aveva già analizzato il coraggio e la moderazione. La liberalità è la capacità di spendere le ricchezze per scopi necessari, dopo averle acquisite senza avidità. La virtù che segue immediatamente nella Nicomachea è la magnificenza, o magnanimità, o grandezza d’animo. Anche questa riguarda lo spendere, ma non per un fine necessario, bensì per manifestazione di sé. (Per questo un Rettore magnifico è spesso incriminato dalla Corte dei Conti). Del brano sulla magnificenza è nota una stupenda traduzione in tedesco di Werner Jaeger (Der Grossgesinnte). E di quella virtù mi servii una volta per spiegare la creazione del mondo a «gloria» (o manifestazione, doxa) di Dio. Meno metafisica e più pratica è la liberalità (o generosità), la cui fenomenologia propostaci da Aristotele si applica perfettamente anche alla situazione d’oggi. Rilevante, in primo luogo, che la generosità si riferisca alla erogazione delle ricchezze, non al loro acquisto. Non è generosità, ad esempio (nella politica attuale), tenere occupati i lavoratori a produrre in perdita merci che nessuno compra. Al contrario, la produzione va organizzata in vista di un utile (il malfamato «profitto»), acquisito il quale il liberale si mostrerà generoso nello scegliere i destinatari e gli scopi delle sue elargizioni (in quello che oggi si suol chiamare non profit o, impropriamente, terzo settore). Ciò non toglie che nell’organizzare la produzione l’imprenditore possa, e non debba, cadere nel vizio più grave opposto alla liberalità, e cioè l’avarizia. Avaro va detto infatti non solo chi non riesce a staccarsi dalle ricchezze, ma anche chi tende ad acquisirle in modi illeciti e in misura eccessiva. Aristotele fa l’esempio degli usurai e degli biscazzieri. Ciò che per contro, Aristotele non rileva è che l’avarizia nello spendere dipende anche dalla preferenza verso una ricchezza liquida - che ci apre infinite possibilità - rispetto a una ricchezza impegnata. Come è noto la virtù etica è il «giusto mezzo» tra due estremi viziosi: non una media aritmetica (se mangiare un etto di pasta è poco e un chilo di pasta è troppo, non è detto che il giusto mezzo sia mezzo chilo). Dalla virtù, quindi, si deve muovere per capire i vizi, non viceversa. E la virtù per Aristotele è una disposizione a essere efficaci nella ricerca volontaria del bene. Il significato greco di virtù si conserva ancora in locuzioni come «virtù delle erbe», per esprimere la loro efficacia. La virtù del cavallo, dice Aristotele, è correre a lungo in fretta. Ma nell’uomo è virtù la capacità di riuscire in ciò che ci si propone volontariamente. Tale capacità si acquista con l’esercizio (violinisti, ad esempio, si diventa suonando il violino) fino a che l’«abito» così acquisito non divenga una «seconda natura». Non tutte le virtù, però, sono un giusto mezzo: le virtù dianoetiche o intellettuali puntano al massimo: il sapiente, per essere tale, non ha bisogno di essere un po’ insipiente. Il liberale, per contro, deve avere qualcosa dell’avaro e molto di più del prodigo: badare a come e perché spende, ma non essere in questo troppo pignolo. In tutte le virtù etiche è necessaria perciò una certa moderazione. Ancor oggi, infatti, i liberali sono spesso chiamati «moderati». Una virtù, secondo il mio amico Raphael Alvira, in cui non eccellono gli spagnoli: «Noi, in Spagna, siamo tutti estremisti. Anche i centristi sono estremamente di centro». La moderazione, ci ha spiegato il libro III, concerne la ricerca del piacere: in sé lodevole, perché il piacere non è altro che «la perfezione dell’atto» (ossia: la percezione che l’attività ha raggiunto il suo fine: ad esempio nell’atto sessuale). Ma il fine di molti atti non va perseguito smodatamente. Mangiare, ad esempio, si deve, ma con moderazione (mentre sarebbe insensato prescrivere moderazione, ad esempio, nel capire o nel godere dell’arte). La moderazione deve frenarci, perciò, nel cercare quei piaceri che appaiono «servili e comuni alle bestie». Questo concetto andrebbe applicato precisamente alla politica, se si vuole che la politica sia liberale. 
Abbiamo incontrato così il termine «servile» opposto a liberale. Opposizione tradizionale anche nella classificazione delle «arti», cioè delle attività miranti a uno scopo utile («artisti» significando, in linguaggio classico, semplicemente gli artigiani). La classificazione medievale, dovuta a Marciano Capella, distingue tra mestieri servili e liberali nel senso che i primi sono fatti per lucro e per necessità, i secondi in primo luogo per liberalità. Un medico, ad esempio, è pronto a curare ammalati indigenti anche senza essere pagato. Quando lo è, la sua retribuzione non è un salario, bensì un onorario. Nelle nostre società la differenza tende a obliterarsi nel concetto di «stipendio», che in origine indicava la paga militare. Un tempo, ad esempio, i calciatori anche di serie A erano dilettanti: oggi sono professionisti, e sono acquistati e venduti dalle società come schiavi, ma non sono «dipendenti» e la loro attività è un’attività liberale. Un artigiano molto capace è libero, mentre non lo è un operaio incapace di adattarsi a nuovi lavori (gli operai specializzati, almeno un tempo, ne erano capacissimi). Nel secondo caso, quando la ragione economica del suo lavoro venga meno, l’operaio andrà mantenuto senza che produca. Si vede da questo esempio come una politica liberale punti a far diventare il più possibile liberali anche le arti un tempo giudicate servili, perché manuali. Fino a un paio di secoli fa anche i grandi geni artistici non si distinguevano dagli artigiani. Haydn, ad esempio, era un dipendente dei principi Esterhazy, prima di diventare professionista con i concerti londinesi. Caratteristica in Kant, agli albori dell’ideologia liberale, la distinzione tra artigiani a cui va riconosciuto il diritto di voto e artigiani a cui non va riconosciuto. Ai primi appartiene ad esempio il sarto, perché vende il proprio prodotto (opus), non il proprio lavoro (opera); ai secondi il barbiere (benché un tempo fosse anche chirurgo). Il parrucchiere, però, se vende parrucche potrà a buon diritto votare. Alla politica liberale del lavoro si oppongono quei partiti di massa che tendono a far dipendere i prestatori d’opera scarsamente personalizzata da grandi organizzazioni capitalistiche, prima private, poi pubbliche, fino alla realizzazione del comunismo. Marx poteva pensare che questa fosse la via verso la libertà, perché credeva alla dialettica della storia come rovesciamento del rovesciamento. Oggi il materialismo dialettico non è più oggetto di fede, e la politica liberale fa premio sul comunismo. A patto, naturalmente, che sappia essere liberale davvero.
 

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