Non c’è, in letteratura economica, figura più misconosciuta dell’imprenditore. C’è voluto quasi un secolo perché Schumpeter riprendesse l’analisi elaborata da Jean Baptiste Say, unico economista ad aver inquadrato seriamente la funzione dell’imprenditore agli inizi del Diciannovesimo secolo.(1) La figura delineata da Schumpeter e da Say resta tuttavia molto approssimativa e occorrerà attendere l’opera di Israel Kirzner, Competition and Entrepreneurship(2), per comprendere appieno il ruolo dell’imprenditore nella vita economica e coglierne tutta l’importanza.
Imprenditore Superman?
Semplificando, direi che Schumpeter e Say hanno una concezione eroica dell’imprenditore: un uomo pieno di audacia, disposto ad avventurarsi nell’innovazione accollandosene tutti i rischi e ricavando un profitto a titolo di remunerazione dei rischi corsi (un punto di vista, questo, condiviso da Frank Knight).(3) Insomma, «l’imprenditore Superman», un uomo al quale si attribuiscono doti fuori dal comune (The uncommon man, descritto dal fondatore della Chrysler). La conclusione cui perviene Schumpeter è assai pessimista. Nel celebre capitolo dedicato al Crepuscolo della funzione dell’imprenditore, egli dimostrava che l’avversione nei confronti dei fattori di rischio non fa che aumentare con la crescita dello sviluppo economico e che nessuno è disposto a perdere una spanna sulla posizione vantaggiosa già acquisita. E come i capitani e i marescialli dell’imperatore, lanciati all’attacco alla testa delle truppe furono rimpiazzati da uno stato maggiore anonimo e burocratico, così la figura del «cavaliere d’industria», emblema del capitalismo machesteriano, scompare per far posto al manager, un dirigente tecnico finanziario sprovvisto di vero spirito imprenditoriale. Berle e Means(4), ancor più pessimisti, in seguito ripresi da J.K.Galbraith, preconizzano la fine del capitalismo, privato del motore imprenditoriale, e l’avvento ineluttabile del socialismo e dell’organizzazione scientifica della società (evidentemente attuata attraverso la pianificazione dell’economia). Asserzioni, queste, che evidenziano un’analisi erronea, dato che per un verso il capitalismo ha vinto e il socialismo ha subito una disfatta, e per altro verso si è prodotta una proliferazione di imprenditori individuali, e la prosperità di una economia come quella statunitense non è più fondata sul successo di alcune grandi società «manageriali» bensì sul vasto tessuto di piccole e medie aziende create e gestite da singoli individui in carne e ossa: gli imprenditori individuali. Negli Stati Uniti sono stati creati 25 milioni di posti di lavoro per 9 milioni di imprenditori nel corso dell’ultimo decennio e nonostante i grandi dinosauri dell’industria si siano dimezzati da parte dei media e delle borse persiste la consuetudine a tener costantemente gli occhi puntati sulle majors.
Imprenditore «businessman»?
La concezione dell’imprenditore proposta da Israel Kirzner, in compenso, appare assai più realistica e razionale. Tale concezione si fonda su quattro punti. Il progresso economico è legato alla continua scoperta di strumenti migliori atti a soddisfare nuove esigenze: soluzioni migliori se ne trovano sempre. Gli scambi del mercato e il gioco della concorrenza favoriscono le nuove scoperte. L’imprenditore è colui che intuisce prima degli altri la nuova soluzione, in virtù dell’attenzione che rivolge alle condizioni e agli squilibri in atto nel mercato. Tale vigilanza gli consente di ricavare informazioni e dati la cui emergenza e rilevanza non sono ancora stati compresi dagli altri. In tal modo egli è spinto ad agire, consapevole del profitto che può trarre dall’iniziativa che si appresta ad adottare. Autore di una creazione di valore vera e propria, egli viene a giusto titolo remunerato dalla sua creatività. «Chi cerca, trova... e tiene per sé», è il principio del finder-keeper, dal quale il capitalismo trae il suo dinamismo: al creativo spettano di diritto i benefici derivanti dalla sua creazione, è un principio di pura giustizia e il capitalismo è efficace proprio perché è giusto. L’imprenditore impegnato nella ricerca di nuove soluzioni favorisce lo sfruttamento ottimale delle risorse disponibili, mettendole a disposizione del maggior numero di persone, a fronte di esigenze percepite da un numero altrettanto grande di fruitori. Egli esercita in tal modo un ruolo di coordinatore dei piani individuali, innescando uno scambio permanente tra rinnovamento e riequilibrio. Secondo questa concezione l’identità dell’imprenditore discende dal carattere specifico della sua azione. Egli non agisce in quanto «capitalista», poiché può assumere il suo ruolo senza attingere al suo patrimonio (Jean Baptiste Say aveva colto con esattezza questo tratto saliente, la disponibilità di capitali non basta a fare l’imprenditore). E neppure si tratta di un «giocatore», dato che il suo successo non deriva dalla valutazione di rischi calcolati sulla base di informazioni a disposizione di tutti, ma dalla riduzione se non dall’eliminazione dei fattori di rischio derivate da elementi e dati che ha scoperto lui (quel che per gli altri rappresenta un rischio, non lo è per lui - condizione diametralmente opposta a quella dell’innovatore di Schumpeter). E non agisce neanche in veste di «predatore» poiché il profitto che realizza gli deriva dalla creazione di un valore al netto: non sottrae alcunché a nessuno dato che il valore in questione non esisteva affatto prima della sua iniziativa.
L’imprenditore come regolatore dell’economia
Tale concezione permette di cogliere il valore insostituibile del ruolo dell’imprenditore nell’economia di mercato. Egli è infatti colui che genera il progresso, assicura il coordinamento micro-economico e riduce i micro-squilibri incessantemente innescati da un sistema economico in cui gli individui hanno piena libertà di scelta. Come Mises(5) ha dimostrato, il concetto di equilibrio macro-economico, ragione preminente della pianificazione o della regolamentazione, perde completamente di senso in un mondo di libertà individuali, ed è concepibile soltanto in un regime economico amministrato interamente dall’alto in seno al quale le scelte di amministratori globali (i dirigenti politici con i loro burocrati) cancellano totalmente le scelte individuali, estromettendo artificialmente qualsiasi rischio di incoerenza. L’aver preso le mosse dal concetto di macro-equilibrio, come tutti i neo-classici (compreso il liberalissimo Lionel Robbins), ha indotto Schumpeter a proporre una teoria dell’imprenditore che ci allontana dalla realtà. E questo errore ingenera un altro errore, che consiste nel credere che un pianificatore intelligente e un’economia comandata dall’alto possano sostituire o essere compatibili con il ruolo dell’imprenditore e un’economia liberale.
Chi può essere imprenditore?
Il concetto dell’imprenditore di Kirzner (la cosiddetta concezione «austriaca») ne mette in luce il profilo psicologico e morale e permette di capire quali virtù l’imprenditore debba riunire in sé per svolgere compiutamente il suo ruolo. Paradossalmente si tratta di una figura assai banale, direi anzi che l’imprenditore appare in quest’ottica un uomo come tutti gli altri. Lungi dall’imprenditore Superman (delineato da Schumpeter), non appartiene a una casta, né a una famiglia o a una stirpe speciale. «Tutti sono imprenditori» affermava Mises e tale asserzione è oggigiorno diffusa in gran parte delle aziende in cui i responsabili delle «risorse umane» hanno compreso quali vantaggi derivino dal favorire l’emergere del talento imprenditoriale di un qualsiasi membro del personale dipendente e utilizzarlo. Un operaio o un impiegato può avere sufficiente vigilanza ed esperienza da saper individuare l’informazione che farà avanzare l’azienda. Quanto ai quadri e ai dirigenti, costoro hanno spesso la tendenza a utilizzare siffatte informazioni per i propri fini personali, tanto è vero che l’inside information pone un problema delicato in numerose società. Ma per quanto in teoria tutti possano essere imprenditori, non tutti esercitano la professione di imprenditore. L’instabilità del profitto certo ha il suo peso: la condizione di salariato è in generale preferita a quella di capitano d’impresa, e la fiscalità favorisce questo orientamento. A ciò si aggiunge il modo in cui la società guarda all’imprenditore: se il personaggio è riconosciuto per non dire ammirato in un dato Paese, altrove il «padrone» è detestato, viene considerato uno sfruttatore, il suo successo è causa di invidia, il suo potere è contestato in nome della lotta di classe, ecc. Eppure, come dimostrano molte inchieste e sondaggi d’opinione, creare o dirigere un’impresa resta ancora l’obiettivo che si prefigge il 50% degli studenti interrogati e ogni anno milioni di imprenditori si affacciano nel mondo. La ragione è che essi possiedono in misura più sviluppata di altri le indispensabili virtù imprenditoriali. Queste virtù sono forse innate ma possono anche scaturire da un evento fortuito, da una qualche «scoperta». Vi ho fatto attendere fino alla conclusione del mio articolo per esprimere il mio parere circa queste fatidiche virtù, ma ciò che lo precede doveva pure essere detto. Per sapere come si fa a diventare un buon imprenditore, bisogna prima sapere cos’è un buon imprenditore, cosa ci si aspetta da lui e a quali condizioni egli possa sperare di avere successo nella sua professione. Si tratta di virtù semplici e perciò accessibili ai più: mente aperta, creatività, e spirito di servizio.
Mente aperta: dato che si tratta di scoprire nuove cose, occorre essere percettivi a ciò che si manifesta intorno a sé, l’imprenditore deve possedere un talento da esploratore, deve essere curioso e attento, avere il senso della comunicazione.
Creatività: l’imprenditore ideale deve avere il gusto dell’iniziativa, attraverso l’azione infatti egli si rivela a se stesso, realizza la sua personalità, assume la responsabilità delle sue innovazioni, accetta la paternità della sua creazione, se ne «appropria», come si appropria degli errori, poiché non è infallibile ed è obbligato a procedere per tentativi ed errori.
Spirito di servizio: l’azione imprenditoriale è necessariamente orientata alla soddisfazione dei bisogni altrui, non è perciò la semplice ricerca di un brillante espediente tecnico o commerciale in quanto esso deve essere convalidato dal cliente. Essere imprenditore significa accettare il giudizio degli altri, sottomettersi alle esigenze del mercato, a quelle dei consumatori, e sapersi adattare in funzione delle richieste altrui. È in tal senso che l’imprenditore si pone al servizio della comunità. Egli pone interamente il senso di sé nella vita economica, senso mirabilmente espresso da Frédéric Bastiat allorché afferma che l’economia non è altro che quel sistema di mutuo scambio di servizi che gli uomini si rendono.(6)
Le virtù che il buon imprenditore deve possedere sono alla stregua dalle altre: chiunque può averle a patto che ne accetti gli oneri e le esigenze e che le coltivi incessantemente. Indubbiamente è richiesto un elevato profilo morale, tanto che Michael Novak non esita a parlare di «vocazione» dell’imprenditore. Essere imprenditore infatti significa possedere al più alto grado quelle caratteristiche che rappresentano al meglio la dignità umana: creatività, spirito di servizio e, per contro, essere un uomo imperfetto ma perfettibile. Per finire, non sorprenda il fatto che io abbia omesso qui di citare una virtù posta in risalto da Jean Baptiste Say e alla quale si attribuisce gran peso nell’attuale dibattito intorno all’imprenditore: si tratta della virtù che definisce il «condottiero di uomini», in altre parole l’arte di esercitare il comando, la capacità di trascinare avendo cura delle aspirazioni e delle capacità delle persone con cui si ha a che fare. Tale virtù, che è arduo acquisire e mantenere, è condivisa da ogni buon dirigente, come da ogni singolo membro di una comunità, non unicamente dall’imprenditore. Certo, il buon imprenditore ne farà uso ogni volta che gli sarà necessario, e particolarmente l’imprenditore individuale che è tenuto a vigilare sul tenore «relazionale» che intrattiene con fornitori, distributori e con i vari partner amministrativi, ecc. Ma ribadisco: la natura e la premessa necessaria dell’arte di intraprendere risiedono prima di tutto nel porsi al servizio del consesso umano nella sua totalità.
(Traduzione di Giovanna Bentivoglio)
Note
1) Jean Baptiste Say, Traité d’Economie Politique, 1803; Joseph Schumpeter, The Theory of Economic Development, Harvard University Press, 1934, Capitalisme, Socialism et Democratie, Payot, Paris 1937; 2) Israel Kirzner, Competition and Entrepreneurship, Chicago University press, 1973; 3) F. H. Knight, Risk, Incertainty and Profit, Chicago University Press, 1971; 4) A. Berle & G. Means, The Modern Corporation and Private Property, 1932; 5) Ludwig von Mises, Human Action, A Treatise on Economics, Henry Regnery & Co., New York 1966; 6) J. Garello, Aimez -vous Bastiat?, Romillat