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Fortezza/Impariamo da Cavour e Bismarck

LIBERAL BIMESTRALE
di Ernst Nolte
Liberal Anno V numero 31 - Agosto - Settembre 2005

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cop31
FLa «fortezza» non appartiene alle virtù cardinali, ma, come mostra già l’origine della parola, è strettamente connessa al valore in senso morale (in tedesco Tapferkeit, che traduce il termine latino fortitudo). Tuttavia, mentre il valore in senso morale rivela un opposto univoco e chiaramente riconoscibile, cioè la codardia, il contrario della fortezza può essere solo la debolezza, che è un’espressione talmente estesa e rinvia a fenomeni talmente molteplici e diversi che non può valere come contrario di una virtù o addirittura come un vizio: si parla di debolezza fisica, debolezza rispetto a sfide difficili, debolezza di fronte alla capacità di persuasione di un altro, debolezza dinanzi alle tentazioni, debolezza davanti alla necessità di prendere una decisione, e così via. La fortezza sembra dunque essere non tanto una virtù, quanto una componente essenziale di tutte le virtù. Perciò bisogna operare una delimitazione, che al tempo stesso include in sé una distinzione rispetto ad analoghe qualità dell’anima, per esempio rispetto alla «fermezza». Anche il valore può essere inteso sia in senso stretto sia in senso ampio, e non può essere immediatamente differenziabile da virtù analoghe. Aristotele lo concepisce soprattutto come «valore in guerra», e in questo modo la possibilità della morte è inclusa nella sua definizione. Secondo la concezione degli stoici, l’uomo valoroso è prevalentemente colui che è in grado di sopportare le disposizioni del fato, e in questo caso il valore è intrecciato primariamente con la costanza. Può essere benissimo definito «valoroso» colui che resiste alle mutevoli correnti dell’opinione pubblica anche e proprio quando ciò gli procura ostilità. È evidente che questa forma di valore è ancor più strettamente affine alla fortezza di quanto lo sia il valore in guerra, che può essere sorretto da un impeto irrazionale. Non voglio però proseguire in questa argomentazione casuistica e quindi, per rendere immediatamente visibile quanto intendo sostenere, scelgo di osservare storicamente i due principali statisti dell’epoca dell’unificazione in Italia e in Germania. Come gli altri precursori del Risorgimento, Camillo Benso conte di Cavour ebbe bisogno di molta «fortezza» per tener fermo il progetto dell’unificazione dell’Italia dopo il fallimento della rivoluzione del 1848, ma dovette manifestare un livello di fortezza maggiore dei suoi amici, quando, guardando a questo fine supremo, decise con molto azzardo di far partecipare il Piemonte alla guerra di Crimea, perché eventi inaspettati come per esempio l’attentato di Orsini all’inizio del 1858 potevano gettare al vento tutti i piani così accuratamente elaborati. Le circostanze lo aiutarono, e tuttavia ebbe bisogno di una considerevole dose di fortezza, per pianificare insieme con Napoleone III una guerra di aggressione o di liberazione (secondo i punti di vista) contro l’Austria, che doveva portare il Piemonte a possedere la Lombardia, ma che non doveva affatto unificare l’Italia sotto la dinastia dei Savoia. La disponibilità a pagare il prezzo richiesto da Napoleone, cioè la cessione di Nizza e del territorio originario della dinastia, implicò una fortezza d’animo che è caratterizzabile come «autosuperamento». Dopo la comune vittoria nel 1859, la svolta di Napoleone nella sua politica verso l’Austria che si concretizzò nell’armistizio di Villafranca fu un duro contraccolpo per Cavour, che ebbe bisogno di ancor maggiore fortezza per non rassegnarsi. Ma il movimento rivoluzionario nazionale «dal basso» spazzò via gli ostacoli sulla via dell’unificazione e, al tempo stesso, costrinse Cavour alla prova più difficile per la sua fortezza d’animo, quando per così dire si capovolse e, con il colpo di mano dei Mille di Garibaldi, la conquista della Sicilia e dell’Italia meridionale e il progettato attacco contro lo Stato della Chiesa, andò al di là di tutti i piani che egli aveva concepito. A quel punto Cavour dovette mostrare fortezza nei confronti di se stesso e delle sue più segrete aspirazioni, poiché doveva evitare a tutti i costi l’intervento di Napoleone, tanto da far reprimere con la forza l’ala estremistica del proprio partito. Il Regno d’Italia, proclamato nel febbraio 1861 e al quale mancavano soltanto l’ormai ridimensionato Stato della Chiesa e il Veneto, fu l’opera di molte teste e di molte mani, ma è fuor di dubbio che senza la fortezza d’animo di Cavour non sarebbe mai giunta a compimento, almeno non in quel momento storico. 
Proprio perché nel 1848 Otto von Bismarck fu uno dei più duri avversari conservatori prussiani della rivoluzione, il re Guglielmo I lo nominò primo ministro nell’ottobre 1862, perché il monarca e il suo più intimo entourage ritenevano che soltanto egli fra tutti gli uomini politici avesse la fortezza d’animo necessaria a ingaggiare e vincere la battaglia per la progettata riforma militare contro il liberale partito progressista sostenuto dall’opinione pubblica. In tutta la Germania la fortezza di Bismarck era tanto famigerata quanto nota attraverso la frase che egli fin dall’inizio scagliò contro i parlamentari riluttanti, e cioè che i grandi problemi del tempo non potevano essere decisi da discorsi e deliberazioni parlamentari, ma dal ferro e dal sangue. Nessuno dei principali statisti dell’epoca, e tanto meno Cavour, avrebbe sostenuto il contrario, ma Bismarck sapeva perfettamente che la formulazione così aperta di ciò che allora era ovvio avrebbe provocato un’ostilità particolarmente aspra contro di lui e contro l’esercito prussiano, i cui piani di riforma riguardavano appunto la capacità di colpire. Ma Bismarck dovette mostrare un livello di fortezza ancor più inconsueto quando l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, il più influente monarca della «Lega tedesca», invitò tutti i principi tedeschi a un incontro a Francoforte, dove, con una certa analogia rispetto ai progetti di Gioberti e dei neoguelfi in Italia, si sarebbe dovuto prendere una decisione riguardo a una fondamentale riforma della Lega, che avrebbe avuto un accentuato carattere federativo. Il re era assai propenso, come tutti gli altri principi, ad accogliere l’invito, e nessuno può dire con certezza se da questa iniziativa sarebbe scaturita una configurazione dell’unità tedesca diversa e forse meno inquietante per il resto d’Europa di quanto fu l’unità per la quale si battè Bismarck. 
In ogni caso ci fu bisogno di una fortezza assai particolare, affinché egli potesse, con una lunga lotta, dissuadere il re dal suo proposito e tenere aperta la strada per la sua idea di unità tedesca limitata. Questa strada implicò tre guerre, proprio come accadde in Italia, e fu imboccata da Bismarck con grande sangue freddo, nonostante la guerra contro l’allora ancora federata Austria significò quella rottura anticostituzionale della Lega tedesca che ebbe come conseguenza la guerra civile tedesca. Questa straordinaria fortezza di Bismarck suscitò in tutta la parte teutonica e cattolica della Germania tanta avversione, perfino odio nei suoi confronti, come mai Cavour ebbe in Italia. Ma la più grande prova della sua fortezza fu per Bismarck quando fallì il suo intrigo ordito per procurare al ramo meridionale degli Hohenzollern la corona reale spagnola, tanto da minacciare una grave sconfitta diplomatica nei confronti della Francia. Bismarck reagì accorciando il cosiddetto «dispaccio di Ems» prima della sua pubblicazione in un modo che si avvicinava alla falsificazione. 
La guerra divenne quindi inevitabile e dopo la sua vittoriosa fine Bismarck governò il neocostituito Reich tedesco per ancora due decenni. Il molto temuto e altrettanto rispettato «cancelliere di ferro» avrebbe potuto essere definito anche «cancelliere della fortezza». In base agli esempi di Cavour e Bismarck è evidente che la «fortezza» non è un sinonimo di «valore» nel senso aristotelico. Né Cavour né Bismarck dovevano infatti mostrare un personale valore, agendo con fortezza in direzione delle guerre da loro auspicate. La fortezza che Cavour seppe esercitare nei confronti di Napoleone III rimanda sia al contrassegno della saggia arrendevolezza sia a quello del duro autosuperamento. Diversamente da Bismarck, Cavour si lasciò condurre dall’opinione pubblica piuttosto che contraddirla, ma contro le ali «democratiche» del proprio partito e i suoi celebri e universalmente noti precursori Mazzini e Garibaldi egli poté imporsi soltanto con molta fortezza. La fama della sua fortezza precedette Bismarck prima ancora che egli diventasse lo statista condottiero che egli fu, e questa fama era nota fin da subito non solo ai suoi avversari ma anche ai più privi di scrupoli fra gli Junker e i reazionari prussiani. Ma il più aspro dei suoi nemici, Karl Marx, ebbe a dire su di lui nel 1866 esattamente ciò che nel 1859 egli stesso disse con grande meraviglia a proposito di Cavour: i reazionari portarono a termine l’opera della rivoluzione. E forse egli avrebbe potuto anche scegliere una diversa formulazione: la fortezza dei reazionari condurrebbe, a partire da se stessa, a risultati positivi e progressisti. Ma non era inclusa la fortezza nei confronti dei propri amici, nei confronti del proprio Re. 
La fortezza è dunque caratterizzabile come una virtù autonoma, e la si potrebbe definire come «indipendenza dagli impulsi del momento», da impulsi cioè, come raccomandavano le antiche dottrine della virtù, di tipo sensibile. Gli impulsi di tipo spirituale possono avere una forza di seduzione ancora maggiore, ma la fortezza deve anche opporvisi, quando essi non si conciliano con quelle massime e con quei fini della ragione che proteggono gli uomini dall’assomigliare a foglie nel vento, per quanto variopinte e belle possano essere. La questione è dunque, se questa verità può valere ancor oggi nella vita politica moderna delle «democrazie pluraliste». In esse è decisiva l’alternanza fra i diversi partiti e raggruppamenti sociali, e quanta più fortezza manifestano i leader dei partiti e dei gruppi di interesse, tanto più grande è il pericolo che essi si blocchino a vicenda e non si imponga una chiara linea politica statale. Più o meno così appariva la situazione in Italia e Germania rispettivamente negli anni 1922 e 1932-‘33, e quella fu la precondizione che permise la presa del potere dei due partiti totalitari, quello fascista quello nazionalsocialista. Nell’ordinamento pluralistico, il capo del governo pare che debba muoversi meno per mezzo della fortezza che per mezzo della disponibilità al compromesso, della flessibilità, dell’astuzia, anche della furbizia, e i risultati spesso mutevoli delle indagini demoscopiche devono essere per lui più importanti dei princìpi e delle massime inconcusse. Ma questa immagine del sistema parlamentare moderno è forse troppo cupa. Se un importante statista si assicura il sostegno attraverso una forte e durevole tendenza dell’opinione pubblica, può superare tutte le difficoltà politiche del momento e perfino gravi rovesci per mezzo della fortezza. Un esempio evidente è la politica dell’unificazione europea elaborata da Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi. Ma la loro fortezza era di genere diverso rispetto a quella di Bismarck e Cavour, esattamente come il valore del soldato moderno, che lancia bombe da altitudini irraggiungibili o che abbatte razzi da un bunker, ha ormai poche analogie con il valore dei cavalieri o dei soldati in prima linea delle due guerre mondiali. Anche le virtù si trasformano nel processo storico, ma in misura diversa, e di regola, nonostante tutte le trasformazioni, rimangono riconoscibili, come accade e non da ultima alla virtù della fortezza. 

(Traduzione di Renato Cristin)
 

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