Fare una definizione del concetto di libertà chiara, sintetica e in gran parte condivisa è un’operazione estremamente difficile; a tale proposito, sulla scia dello studio del politologo e teologo americano Michael Novak, propongo di distinguere due fondamentali tradizioni giuridiche, dalle quali sono sorte due interpretazioni della nozione di libertà che presentano notevoli elementi di differenza. Una prima testimonianza è data dalla tradizione del diritto romano-germanico, in quel solco si inserisce il codice napoleonico e l’esperienza giuridica delle nazioni europee-continentali, che va sotto il nome di Civil law, mentre una diversa lettura del principio in questione è data dalla tradizione del diritto consuetudinario di derivazione anglosassone, il cosiddetto Common law. L’idea angloamericana di libertà è estremamente differente da quella che la cultura europea continentale ha della medesima; la liberté, così potremmo denominare la particolare accezione di libertà derivante dalla tradizione europea, definirebbe il regno di quello che non è «proibito», di conseguenza, tale interpretazione sembrerebbe affermare che da un lato ci sarebbero cose proibite o a cui si è costretti, dall’altro, invece, realtà non regolate dalla legge e nelle quali si è liberi. Sulla base di tali considerazioni, la liberté risulta essere antitetica alla legge, al controllo, all’ordine. Al contrario, il concetto di freedom, così come inteso dalla tradizione anglosassone, «considera la libertà come lo spirito interno alla legge. L’intelligibilità del libero agire deriva dalla ragione, dal diritto, dal dovere e da una coscienza correttamente regolata [...] In questo modo, pare infatti chiaro come “razionale” non significhi solo “utilitaristico” e “materialistico”»(1). Per una corretta e coerente definizione del concetto di libertà, appaiono particolarmente significative le riflessioni dello storico cattolico inglese Lord Acton. Il ruolo della provvidenza nella storia, riteneva Acton, era l’espansione della libertà umana, e il fulcro di tale processo o cammino fu la nascita e lo sviluppo del cristianesimo, al punto da affermare: «Al di fuori del cristianesimo non vi è libertà», poiché la coscienza, intesa come recta ratio, ossia la ragione correttamente regolata e non arbitraria o abbandonata a se stessa, è il perno intorno al quale ruotano le istituzioni fondate sul cristianesimo. Lo storico cattolico inglese Lord Acton(2) - noto come lo storico della libertà -, sulla scia di Cicerone, San Tommaso e Montesquieu, ha scritto che libero non è colui che fa ciò che vuole, ma colui che è nella possibilità di fare ciò che deve. La libertà così intesa si esalta nella pratica delle virtù, ossia nell’adesione a una serie di principi orientati al bene, incontrati, conosciuti e testimoniati come veri. È sintomatico che un liberale come Acton abbia indicato proprio nel dovere, e in special modo nella pratica religiosa, la fonte delle libertà civili: «Nessun Paese può essere libero senza religione. Essa crea e rafforza il concetto di dovere. Se non contribuisce l’idea di un “dovere” morale a mantenere un ordine fra gli uomini, sarà la paura a farlo»(3).
Lo storico di Cambridge non sembra ignorare le difficoltà che il processo di autentica liberazione umana ha incontrato nel corso della storia e non si illude su quelle che incontrerà nel futuro. In Acton la libertà appare come l’esito fragile di un lungo e incessante processo, un itinerario che tuttavia non è progressivo e lineare. Volgendo indietro lo sguardo, non possiamo fingere di non scorgere le pagine più nere dell’umanità, momenti nei quali la dignità dell’uomo è stata calpestata e il trionfo del male e della menzogna appariva inevitabile. Il giudizio non muta se guardiamo lontano, oltre la linea dell’orizzonte temporale. Ebbene, anche in questo caso, se non vogliamo compromettere il cammino verso la libertà, non dobbiamo illuderci, è necessario spendere tutte le nostre energie, affinché le sfide che ci attendono non ci trovino impreparati. Lord Acton esprime nel modo seguente la sua ansia di sincero cattolico e di autentico liberale: «[La libertà è] il frutto delicato di una civilizzazione matura: in ogni epoca, il suo progresso è stato ostacolato dai suoi nemici naturali, l’ignoranza e la superstizione, dalla sete di conquista e dall’amore per le cose facili, dal fatto che l’uomo forte agognasse il potere, dal fatto che il povero brigasse per il cibo. Durante lunghi intervalli il cammino della libertà s’è drammaticamente arrestato [...] E in tutti i tempi gli amici sinceri della libertà sono stati rari»(4). Ecco come Lord Acton definisce la sfera propria della libertà, ancorandola al principio di responsabilità: «Se la felicità è il fine della società, allora la libertà è superflua in quanto non serve a rendere gli uomini felici. La libertà guarda infatti al mondo ultraterreno: alla sfera del dovere, non a quella dei diritti. La libertà è sofferenza, sacrificio per una ricompensa che ci attende in una vita diversa da questa. Se dopo questa vita non ci fosse altro, non ci sarebbe nulla per cui sacrificarci»(5). Con questo brano, Lord Acton intende chiarire il suo punto di vista sul problema della libertà, fondandola sul rispetto della legge; essa non è libertà dalla legge, bensì libertà sotto la legge: l’uomo libero è colui che può fare ciò che deve, e non colui che fa meramente ciò che vuole(6). Solo esercitando continuamente questa libertà le società libere possono rimanere tali. La libertà autentica comporta delle responsabilità(7). La libertà così intesa è molto simile alla saggezza pratica di Aristotele, la quale è recta ratio ed è significativamente espressa dal popolare inno americano: «Rendi saldo il tuo spirito nell’autocontrollo / La tua libertà nella legge». La libertà indica, allora, il momento della deliberazione, ossia la ricerca pratica orientata dal fine e volta alla percezione e scelta (proponimento) del mezzo più adatto per il conseguimento del fine qui e ora(8). La traduzione visiva di questa particolare concezione della libertà è offerta dalla Statua della Libertà: la libertà è una signora (la saggezza) che alza con una mano il lume della ragione e nell’altra tiene il libro della legge.
Una tale etica della responsabilità, sostiene Novak, è tipica di quelle società ispirate dalla cultura ebraico-cristiana, fondate sulla divisione dei poteri e sulla tripartizione delle sfere di intervento concreto nella vita sociale: politica, economica, cultura(9). Le società così costituite, inoltre, sono caratterizzate da un intenso dinamismo che deriva loro dall’inventiva e dalla fantasia, frutto della fecondità della mente umana. In questo quadro gioca un ruolo fondamentale il libero mercato, un sistema complesso di informazioni e di relazioni interpersonali il quale rappresenta una forza centripeta: il fattore K che, neutralizzando le numerose «attività centrifughe» del sistema, impedisce che nello svolgersi delle sue funzioni si autodistrugga: «Il mercato è basato sul concetto che tutti coloro che vi partecipano sono uguali di fronte alla legge: ogni singola persona ha la propria dignità e merita il rispetto degli altri»(10). Il mercato, inoltre, presuppone un elemento di carattere etico: l’incontro di due volontà libere, quella del venditore con quella del compratore; il prezzo giusto sarà quello liberamente concordato da entrambi i soggetti. Non vi sarà più libertà e, di conseguenza, non vi sarà più mercato, qualora uno dei contraenti si venga a trovare nella possibilità di imporre un dato prezzo e l’altro nell’impossibilità di rinunciarvi o di procurarsi in altro modo il bene in questione, ossia quando a una curva di domanda perfettamente rigida fa riscontro una situazione di monopolio dell’offerta: «Fra schiavo e padrone non vi è mercato ma una relazione di subordinazione. Per questo il mercato non è solo il sistema più efficiente di allocazione delle risorse ma un sistema che possiede in se stesso un contenuto etico positivo come espressione della libertà dei contraenti e come modalità normale di regolazione dei rapporti economici fra uomini liberi»(11). Tuttavia, ciò che i tradizionalisti non riescono a comprendere è che persone intelligenti e prudenti, agendo liberamente e responsabilmente, possano dar vita a un ordine spontaneo superiore, «nella sua ragionevolezza», a qualsiasi ordine imposto e pianificato da una qualsiasi autorità centrale; essi, in definitiva, «sembrerebbero credere che l’ordine è possibile solo se viene imposto dall’alto»(12). Le ragioni che stanno alla base dell’opposizione di tanti intellettuali, anche di teologi, al liberalismo e alla sua dimensione economica, il capitalismo democratico, hanno a che fare con una serie di pregiudizi di tipo aristocratico, un definitivo «non detto» (indicibile) che considera complessivamente favorevole e degna di stima la ricchezza proveniente da eredità o da concessioni governative, mentre la ritiene disdicevole, sospettosa e ambigua quando viene conseguita attraverso il lavoro e la fatica, come ad esempio nelle pratiche commerciali o imprenditoriali. Di contro, la Centesimus annus sarebbe pervasa dall’ardente desiderio di porre per sempre fine alle incomprensioni tra teologia ed economia, alla dicotomia tra logica del mercato e logica della gratuità, indicando una urgente e necessaria opera educativa e culturale che comprende l’educazione dei consumatori a un uso responsabile del loro potere di scelta, la formazione di un alto senso di responsabilità dei produttori e dei responsabili delle agenzie di comunicazione di massa, oltre al necessario intervento delle pubbliche autorità(13).
L’idea centrale dell’intera riflessione di Giovanni Paolo II in materia di dottrina sociale è il tema della libertà nell’ambito di una cornice antropologica integrale; egli nella Sollicitudo rei socialis si pone questa domanda: «La limitazione o la negazione dei fondamentali diritti umani, quali ad esempio il diritto alla libertà religiosa, il diritto di partecipare alla costituzione della società, la libertà di associarsi o di costituire sindacati o di prendere iniziative in materia economica non impoveriscono forse la persona umana altrettanto, se non maggiormente della privazione dei beni materiali?»(14). Il nucleo centrale dell’intera riflessione del Pontefice sulla libertà, e in particolare sulla libertà d’iniziativa economica, è dato dal concetto di soggettività creativa della persona, in base al quale il diritto d’iniziativa economica è un diritto inalienabile, giacché fondato sulla trascendente dignità della persona umana, plasmata dal Creatore a Sua immagine e somiglianza; di conseguenza, anche l’uomo partecipa per vocazione alla creazione nel campo economico. Inoltre, Giovanni Paolo II, avendo affermato la superiorità del capitale umano, delle capacità dell’uomo, della fantasia e della volontà, ha evidenziato in modo inequivocabile le facoltà di comprendere e di scegliere, attraverso le quali l’uomo manifesta la dimensione antropologica dell’imago Dei: «Si è già visto [a. 2] che in ogni creatura si trova una qualche somiglianza di Dio, ma soltanto nella creatura razionale essa si trova come immagine, mentre nelle altre si trova come vestigio. Ora, ciò per cui la creatura razionale supera le altre creature è l’intelletto o la mente. Quindi è chiaro che nella stessa creatura razionale l’immagine di Dio si trova solo in rapporto alla mente. In rapporto invece alle altre parti che la creatura razionale può avere vi sarà soltanto la somiglianza di vestigio, come avviene per tutti gli altri esseri ai quali essa risulta simile secondo le parti suddette»(15). Nella narrazione biblica, la distinzione dell’uomo dalle altre creature è resa ancor più evidente dal fatto che solo la creazione del genere umano è presentata come il frutto di una speciale decisione da parte di Dio, di una deliberata scelta che consiste nell’aver stabilito un legame particolare e specifico con il Creatore: «La vita che Dio offre all’uomo è un dono con cui Dio partecipa qualcosa di sé alla sua creatura»(16).
Da ciò si capisce che la capacità di scegliere e di comprendere, dunque, oltre a essere in senso teologico l’attività umana che più si avvicina allo spirito divino, in senso filosofico rappresenta il punto d’incontro fra la libertà religiosa e la libertà economica, poiché si fonda su una radice comune a tutte le manifestazioni della libertà umana: l’essere immagine del Creatore che si riflette in ogni persona. Questa verità, secondo Giovanni Paolo II, è presente già all’inizio della Sacra Scrittura nel libro della Genesi: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gn 1,26), dove è rivelata all’uomo la verità fondamentale su se stesso, ossia che egli è creato a immagine e somiglianza di Dio e che, mediante il suo lavoro, partecipa all’opera del Creatore. Inoltre, essa ci «insegna che l’uomo lavorando deve imitare Dio, suo Creatore, perché porta in sé, egli solo, il singolare elemento della somiglianza con lui»(17).
Una tale visione antropologica accomuna l’analisi storiografica di Lord Acton e la riflessione morale di Giovanni Paolo II e rappresenta il presupposto per dar vita a un novus ordo saeculorum, al centro del quale ci sia il problema della democrazia (libertà politica), del capitalismo (libertà economica) e del pluralismo (libertà religiosa); quest’ultima è la prima libertà, in quanto fonte e sintesi delle precedenti. Ciò che caratterizza tale novus ordo saeculorum è il fatto di essere un ordinamento in equilibrio dinamico dove la capacità di comprendere e di scegliere fa sì che l’azione dell’uomo, in sintonia con la sua natura di «soggetto creativo», sia la causa efficiente del dinamismo sociale, politico ed economico.
Note
1) M. Novak, L’etica cattolica e lo spirito e lo spirito del capitalismo, Edizioni di Comunità, Milano 1994, p. 103; 2) Su John Emerich Edward Dalberg Acton, meglio noto come Lord Acton, rimando ai seguenti libri: Storia della libertà, a cura di Eugenio Capozzi, Ideazione Editrice, Roma 1999; Il dovere della libertà, a cura di John R. Fears e Paolo Guietti, Libri Liberal, Firenze 2000; Cattolicesimo liberale, a cura di Paolo Alatri, Bonacci editore, Roma 1990. Per quanto riguarda il profilo filosofico politico, vedi il classico di Gertrude Himmelfarb, Lord Acton: A Study in Conscience and Politics, Institute for Contemporary Sudies Press, San Francisco 1993, l’illuminante libro di R. Pezzimenti, Il pensiero politico …, cit. e il saggio di R. Sirico in, R. Sirico, Personalismo economico e …, cit.. Sotto il profilo biografico vedi: Ronald Hill, Lord Acton, Yale University Press, New Haven 2000; 3) Lord John Emerich Edward Dalberg Acton, Selected Writings of Lord Acton, a cura di J. Refus Fears, Liberty Classics, Indianapolis 1986, Vol. III, p. 650; 4) Ibid., Vol. I, p. 5; 5) Ibid., Vol. III, p. 3; 6) «È vero che nelle democrazie il popolo sembra fare ciò che vuole; ma la libertà politica non consiste affatto nel fare ciò che si vuole. In uno Stato, vale a dire in una società dove ci sono delle leggi, la libertà non può consistere che nel poter fare ciò che si deve volere, e nel non essere costretti a fare ciò che non si deve volere. Occorre mettersi in mente che cosa è l’indipendenza, e cosa è la libertà. La libertà è il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono; e se un cittadino potesse fare ciò che esse proibiscono, non vi sarebbe più libertà, perché gli altri avrebbero parimenti questa possibilità», Luis Ch. de Secondat, barone di Montesquieu, Lo spirito delle leggi, (1747-1748), cit., estratto del Lib. XI; 7) M. Novak, Intorno alla governabilità delle democrazie: il sistema economico. Le basi evangeliche di un’economia sociale di mercato, in “Relazioni Industriali”, gennaio-giugno 1983, pp. 47-52; 8) Cfr. Aristotele, Etica Nicomachea, cit., III, capp. II-IV; 9) «Non è esistita libertà al di fuori del cristianesimo. La provvidenza, che ha chiamato una larga parte dell’umanità a godere della verità, che è la benedizione della religione, ha anche chiamato una larga parte dell’umanità a godere della libertà, che è la benedizione dell’ordine politico - la libertà deve essere religiosa, e la religione deve essere libera», Lord Acton, Selected Writings, cit., p. 491; 10) M. Novak, L’etica cattolica e lo spirito..., cit., p. 110; 11) R. Buttiglione, Il problema politico dei cattolici. Dottrina sociale della Chiesa e modernità, a cura di Pier Luigi Pollini, Piemme, Casale Monferrato 1993, p. 161; 12) M. Novak, L’etica cattolica e lo spirito..., cit., p. 111; 13) Cfr. Centesimus annus, nn. 36-46; 14) Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 30 dicembre 1987, n. 15. Edizione pubblicata in: Le encicliche sociali..., cit.. Novak analizza in modo rigoroso l’Enciclica di Giovanni Paolo II nel suo libro Catholic Social Thought &…, cit.; 15) S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, cit., I q. 93, a.6; 16) Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 34; 17) Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 14 settembre 1981 n. 25.