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Famiglia/Parliamo di ecologia anche per l’uomo

LIBERAL BIMESTRALE
di Marta Brancatisano
Liberal Anno V numero 31 - Agosto - Settembre 2005

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cop31
Fino agli anni Sessanta, in tempi di ricostruzione post bellica e prima della decostruzione operata dal Sessantotto, si usava dire «tengo famiglia» con l’accento calcato sul verbo a esprimere più il senso dell’onere che la gioia del possesso. Negli anni Ottanta-Novanta una moderna pedagogia parlava di «fare famiglia», mettendo in rilievo il senso imprenditoriale e la necessità di acquisire competenze professionali a causa dei mutamenti strutturali che avevano investito la nota istituzione. Sono gli anni in cui si insinuano nuovi modelli di associazione o convivenza, proposti come alternativi o succedanei della famiglia, e si comincia ad avvertire l’esigenza di mettere a fuoco quelli che sono i caratteri costitutivi della famiglia - come tali stabili e persistenti - a differenza delle forme organizzative e sociali che essa può assumere in differenti periodi di tempo o in disparati luoghi del mondo. Di fronte all’ipotesi - autorevolmente avanzata dalla Conferenza Onu di Pechino - di una pluralità di famiglie, se si vuole mantenere l’unicità della famiglia come modello di convivenza umana universale, occorre individuarne i caratteri e rendere evidente ciò che fa di essa qualcosa di unico e insostituibile al di là delle diverse ideologie e culture, così da scoprire l’intima, autentica vitalità della famiglia, capace di resistere a mode o a codificazioni divergenti. Dal punto di vista sociale la famiglia è oggi messa in crisi apertamente tanto da evidenti difficoltà organizzative ed economiche (dovute principalmente alle esigenze lavorative dei coniugi, alla scomparsa di alcuni ruoli e al cambiamento di altri) quanto da un apparente declino di senso, causa (o effetto?) del sorgere di nuove forme di associazione dettate soprattutto da diversi orientamenti personali, come nel caso delle unioni di fatto e delle unioni tra persone dello stesso sesso. Non mancano anche nuove teorie che interpretano questo stato di cose come un declino «naturale» di un’istituzione che, se pur vanta onorevoli trascorsi, sembra aver fatto il suo tempo; se ne sollecita così un agile superamento capace di dare origine a una società indeterminata, aperta alla mobile libertà dei desideri degli individui del Terzo millennio, come è stato efficacemente descritto da Z. Bauman (Amore liquido, ed. Laterza ). Penso che ci sia spazio per una terza ipotesi che suggerisce di porsi di fronte al tema in modo più sostanziale, con decisa prospettiva antropologica: si tratta allora di «essere famiglia» scoprendo che la famiglia non è soltanto una struttura sociale o un’istituzione giuridica ma semplicemente un modo o forse il modo di essere per l’uomo e la donna. Scoprire la famiglia dentro di sé, come imprescindibile propensione personale, come naturale aspirazione e come rassicurante punto di partenza e di ritorno, può essere il passaggio che consente alla famiglia di traghettarsi nel Terzo millennio con uno stile più autentico.
Cosa consente di accedere a questa nuova percezione di «essere famiglia»? Le risposte si trovano nella più recente delle scienze umane, quando afferma che l’essere umano non è - non nasce, non vive, non sopravvive - da solo. In tempi di relativismo assoluto, si può dire che l’unica verità incontestabile affermata dalla psicologia è la relazionalità come carattere costitutivo dell’essere umano. «Essere con», «essere in relazione» non è un semplice mezzo per vivere, ma il modo stesso in cui un essere umano esiste. Da qui la conseguenza che la relazione non è un espediente (o un accidente come dicono i filosofi) ma il modo di venire all’esistenza e di mantenersi in vita e in buona qualità della vita. Quando si parla di relazione non si pensa a un casuale «urtarsi» degli esseri umani come accade alle particelle dell’atomo, ma a qualcosa di specificamente umano e come tale libero, intenzionale, coinvolgente tutte le facoltà: la mente come il cuore, il corpo come lo spirito. Non tutte le relazioni possono essere di uguale intensità e proprio per questo ciò che incide sulla natura umana, che ne è fattore costituente, è quella relazione che risulta più vitale. Parliamo qui, sebbene siamo in ambito scientifico e non letterario, di amore; perché se è vero che l’essere umano non vive senza amore, ne consegue che è la relazione d’amore ciò che ci consente di aprire un discorso sull’essere umano e su tutti gli aspetti della sua esistenza. Fuggendo da ogni tentazione romantica, dovremo pur ammettere che per parlare di economia, di politica, di filosofia o di altra scienza (il cui campo di indagine è comunque ristretto solo a un particolare aspetto dell’uomo) non potremo non porre a fondamento la conoscenza e il rispetto per ciò che costituisce il nucleo del protagonista di quelle scienze: la sua relazione d’amore. È ancora la psicologia che ci aiuta a dare una definizione di amore, una vera e propria misurazione scientifica di un fenomeno finora ritenuto impalpabile, ed è sorprendente verificare come coincide con l’idea che dell’amore ci hanno da sempre comunicato i poeti. Nel dire che l’essere umano non vive senza relazioni affettive significative, si ribadisce infatti che si parla di una relazione d’amore efficace che deve esprimere e imprimere un segno. Lasciare traccia, costruire, costituire nell’essere: per fare questo una relazione non può essere occasionale, sporadica, strumentale ma necessariamente deve essere totale, senza limiti o condizioni; capace di assicurare, attraverso una completa apertura del sé, una corrispondente sicurezza e affidamento nell’altro. Come due acrobati sospesi al trapezio, la vita - e l’applauso - dipendono da come le braccia dell’uno si offrono alla presa dell’altro. Queste caratteristiche di totalità e stabilità, di apertura all’altro, di accettazione incondizionata, conducono alla concezione di famiglia che si è autenticata e confermata nel corso dell’esperienza plurimillenaria dell’umanità; con alterne fortune quanto ai suoi concreti risultati, ma con altrettanta certezza quanto al suo significato. La sua icona più nota è l’amore materno, sempre che non si ignori che è esso stesso una derivazione logica e temporale dell’amore di coppia.
Scoprire la famiglia come un lineamento personale, come un segno distintivo della propria umanità, come una natura intima piuttosto che una convenienza sociale, ci porta al cuore del tema delle virtù, intese come qualità che permettono di raggiungere la pienezza del proprio essere. La parola virtù è attualmente poco consueta in pedagogia come in psicologia; ha goduto di pessima fama negli anni in cui il senso del dover essere (l’etica) era bandito da una libertà che faceva a meno di qualsiasi senso. Penso che tale retaggio abbia ancora il suo peso e che la spiegazione del termine virtù più accessibile per la nostra cultura sia da ricercare attraverso il ricorso all’ecologia, ovvero al rispetto del modo di essere delle cose. Purtroppo finora si parla di ecologia solo per la flora e la fauna, ma è auspicabile che questo atteggiamento si sposti anche verso la sfera degli umani, come peraltro più volte suggerito da Giovanni Paolo II. Il rispetto del modo di essere delle cose - e delle persone - presuppone che ci sia un modo di essere proprio a ciascuna di esse e che la felicità (o l’armonia del cosmo ) consista nella capacità di scoprire questo modo e di aiutarlo a essere secondo il suo modo di essere. L’ecologia accetta uno status implicito alle cose e la necessità di portarlo a compimento, il che equivale a dire che esiste una realtà oggettiva e che la libertà consiste nel volerla conoscere e nel rispettarla per quello che è; come si fa con la balena bianca, né più né meno. In questa prospettiva si arriva a scoperte interessanti come ad esempio la convergenza tra libertà e legge, tra dolore e felicità, tra dubbio e coraggio: accostamenti in odore di eresia per una cultura tardo materialista che non ha saputo indicare altro paradiso se non quello del consumo, di sé e degli altri. Un’ecologia applicata all’essere umano arriva a comprendere come la dimensione relazionale sia legata alla stessa sopravvivenza del genere in questione e non avrà altro obbiettivo che preservare l’uomo e la donna dal pericolo di solitudine; una solitudine che si presenta oggi quanto mai ambigua, facilmente celata da una molteplicità di relazioni strumentali piuttosto che significative, che mascherano la naturale difficoltà di aprirsi all’altro e assecondano la paura di perdersi nel donarsi pienamente. Coraggio, fortezza, lealtà, costanza e voglia di vivere, si sperimentano e si gustano solo nell’ambito di una relazione affidabile, significativa. Solo quando ci sia qualcuno che voglia amarci per il fatto che «siamo come siamo» e non per quello che riusciamo a produrre. Questo tipo di relazione, per quanto difficile e costosa da realizzare, è anche l’unica possibilità di pervenire a un significato profondo di sé, alla felicità. L’amore è l’unica «agenzia» in grado di costruire umanità; si può anche costruire una vita in laboratorio ma non la si porta a maturità fuori da una relazione affettiva significativa. Così la natura stessa della famiglia mette in evidenza la necessità di acquisire le virtù e al tempo stesso la mera possibilità di essere virtuosi, sempre che si pensi alle virtù come il know-how per essere veramente se stessi. 
 

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