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Discrezione/Elogio del silenzio (e dell’ascolto)

LIBERAL BIMESTRALE
di Claudio Risé
Liberal Anno V numero 31 - Agosto - Settembre 2005

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cop31
La discrezione è virtù antica. Chi la coltiva lo fa meno per buone maniere (cui tuttavia essa finisce per appartenere), che per prudenza. L’uomo discreto conosce la forza assicurata dal rispetto del limite, e la caducità dell’energia dello scoppio, del dilagare, del non contenersi. I due poli che ci aiutano a capire dove si collochi la discrezione sono quelli ben descritti da Machiavelli(1), là dove oppone la «moltitudine concitata», all’«uomo grave e di autorità che le si faccia incontro». Ricordando Virgilio: «L’umile volgo infuria agitato, / già volano fiaccole ed armi/ ma ecco, se vedono un uomo, grave per la pietà e per i meriti/ ammutoliscono, e intorno a orecchi tesi si accalcano (Tum pietate gravem ac meritis si forte virum quem / conspexere, silent arrectisque auribus adstant)(2). Da una parte un’agitazione collettiva e inconsulta, dall’altra una «gravità» personale, che evoca stabilità al suo interno, di cui la pìetas è il tratto individuale e le opere sono l’aspetto sociale. Questa forza stabile e trattenuta, consapevole, è un tratto già presente in età classica soprattutto nel pensiero stoico, in Marco Aurelio, in Seneca, che viene poi approfondito nei Padri della Chiesa e nei grandi protagonisti del monachesimo, da Benedetto a Bernardo. L’opposizione tra l’esicasta e i demoni, illustrata in tanta produzione patristica, è ancora quella stessa, tra una molteplicità pulsionale posseduta dall’agitazione (i demoni, appunto), e una gravità guidata dalla discrezione, che deriva direttamente dalla consapevolezza del limite umano. Tanto che oggi, il monaco psicologo tedesco Anselm Grün rilegge il trattato di Evagrio, grande protagonista della riflessione patristica, come rappresentazione dell’eterna lotta dell’uomo contro le pulsioni(3). 

La Rinascenza discreta
Su questa ricca base classica, si sviluppa poi la valorizzazione della discrezione nel Rinascimento, fino a tutto il Seicento. Secoli solidi, durante i quali l’uomo esplorava non solo se stesso, ma il mondo e il cosmo. Confrontato con la vastità degli spazi che si aprivano alla sua conoscenza tanto più preziosa appariva all’uomo la discrezione. Non solo per non finire inutilmente davanti a qualche tribunale ecclesiastico (questo era certamente un aspetto della questione), ma anche per non cadere preda di una vanagloria accecante. Di qui la costante lode che della discrezione, della prudenza, del non voler apparire, né invadere la vita altrui, viene fatta da tutta la produzione politica di questi secoli, a partire proprio da Machiavelli, fino ai Cardinali-statisti Richelieu e Mazzarino. Nei loro scritti, tutti costoro, e i pensatori da essi influenzati, appaiono perfettamente consapevoli della nuova grandezza che si apre all’uomo, al principe, all’artista, allo scienziato e che potrebbe per così dire comprometterne l’equilibrio, spostandone il centro verso l’esterno e verso gli altri, fino a renderlo dimentico di sé, delle proprie specifiche qualità e obiettivi. Alle lusinghe e potenzialità di una socìetas che accetta con convinzione di aprirsi anche in senso orizzontale, nel mondo, e non solo verso Dio, essi percepiscono perfettamente che nell’uomo debba corrispondere un contenimento discreto, una gravitas, una stabilità, destinata ad accrescerne la profondità, l’efficacia e anche il prestigio sociale. 

Il «Breviario dei politici» di Mazzarino 
Il Cardinale Mazzarino, primo ministro di Luigi XIV, inizia così il suo Epilogo dei dogmi politici: «A sole due massime ristrigenevano gli antichi Filosofi la lor più sincera filosofia, e sono le seguenti. Sopportati, e Astieniti. A due altresì i politici riducono la lor professione, cioè Simola, e Dissimola».(4) La discrezione ha a che vedere sia con l’astensione, che con la dissimulazione. Entrambe poi, postulano, come Mazzarino ricorda subito, la coltivazione di quel «conosci te stesso», che è il nucleo di tutte le Tecnologie del Sé (5) che ripresenta accuratamente, all’inizio della postmodernità, Michel Foucault. Senza conoscenza del Sé, infatti, non si potrebbe individuare da cosa astenersi. Né cosa dissimulare. L’inconsapevolezza è infatti propria di quella «moltitudine concitata», cui appunto si contrappone il soggetto propriamente umano, l’uomo grave, reso tale dalla conoscenza di sé e dalla conseguente possibilità di usare la discrezione. La virtù secentesca, che Mazzarino propone, continuando Richelieu, è quella dell’astensione, del discretamente trattenere, e non mostrare, ciò che non è indispensabile mettere in campo per ottenere i propri obiettivi profondi, qualcosa che assomiglia a ciò che molta accurata sociologia contemporanea, soprattutto anglosassone, definisce «il progetto del sé»(6). Ecco allora il ritratto che il Cardinale fa dell’«uomo da bene»: «Lo conoscerai dalla coerenza del tenor di sua vita, e se non ha ambizione, e appetito di posti onorevoli, dalla niun’affettazione, o mostra della propria modestia, e composizione esteriore, nelle azioni usuali: se non è effeminato nel discorso, non volenteroso di far pompa.., e se è parchissimo nel mangiare e nel bere». Contenuto, discreto, ma assolutamente non «malinconioso o flemmatico». Individui dei quali Mazzarino descrive poi subito manifestazioni e patologie. La discrezione della tradizione occidentale, come quella delle arti morali orientali, le arti marziali ad esempio, ha naturalmente anche un aspetto fisico, sul quale il Cardinale insiste con cura. «Bilancia tutt’i sentimenti, e i membri del tuo corpo: se l’occhio sia più del dovere rilassato, il piede, o il capo, più obliquo del convenevole: esamina le rughe della fronte... e se nel camminare tu vada troppo lento, o molto frettoloso». L’uomo da bene, discreto, è in ogni caso il contrario del narcisista. Egli non ignora l’importanza del consenso: non a caso quest’elaborazione della discrezione viene dai massimi attori politici dei tre grandi secoli, dal Quattrocento al Seicento. Per ottenerlo però egli coltiva tecniche più sottili, che non la seduzione superficiale, d’immagine. È con la forza della gravità e dell’equilibrio, conquistato con la conoscenza di sé e con la discrezione, che egli ottiene quel consenso. Il Cardinale mette invece in guardia verso «i troppo gai, lisciardi, o volonterosi di comparir belli agli occhi altrui; come anche quei, che affettano comparir giovani, o somigliarsi alle donne». 

L’esibizione illuminista 
Un modulo estetico, quello di Mazzarino, che percorre tutto l’Occidente fin dall’età classica, e che entrerà in profonda crisi, fino a venirne pressoché rovesciato, un secolo dopo, col Settecento, con i philosophes illuministi e le loro riunioni nei salons altoborghesi, dove l’esibizione della ricchezza e del potere, che compare anche nella diaristica dell’epoca, si mischia a un «interagire discorsivo che diventava giocoso, divertente. Vi si leggevano poemi satirici piuttosto che epici; vi si facevano jeux de mots e jeux d’èsprit affermando, con la prontezza di spirito e la capacità di socializzazione, il proprio grado di nobiltà e di civiltà. Gli accademici furono “raffinati” da signore agiate e colte...».(7) La discrezione dell’Ancien Régime era, insomma, già diventata fuori moda e politicamente scorretta. Il segreto, di grande valore per Mazzarino, comincia a diventare impopolare, e certo precetti come quelli impartiti dal Cardinale: «I gesti sien rari. Il capo stia dritto. Proferisci poche parole, e queste sieno come tante sentenze», non sono il miglior modo per gestire brillantemente un salotto. Facciamo però un passo indietro. Abbiamo visto l’importanza che Mazzarino attribuiva, almeno per il politico, alla pratica delle dissimulazione.

Discrezione e dissimulazione: Torquato Accetto
Su quest’arte, che è parte integrante della discrezione, un testo di riferimento è di certo il trattato Della dissimulazione onesta (8) di Torquato Accetto, segretario del Duca d’Andria. Un tipo così discreto che non se ne sa troppo bene neppure la data di nascita, circa il 1590, né il luogo, probabilmente Trani. Scomparso dall’Italia da subito dopo la pubblicazione, il trattato di Accetto viene così riproposto da Benedetto Croce nel 1928, in pieno fascismo: «Il breve scritto è la meditazione di un’anima, piena della luce e dell’amore del vero, che da questa luce e da quest’amore trae il proposito morale della cautela e della dissimulazione… il ritirarsi in sé». Nel trattato per spiegare cosa sia la dissimulazione, definita «il non fare vedere le cose come sono», e perché sia «onesta», Accetto cita, come Machiavelli, ancora il libro primo dell’Eneide, e precisamente là dove Enea, dopo aver rincuorato i compagni di navigazione, ricordando loro la meta spem vultu simulat, premit altum corde dolorem («in volto simula speranza, soffoca nel cuore il profondo dolore» 1, 209). E lo commenta: «Questo verso contiene la simulazion de la speranza, e la dissimulazione del dolore». Che è «onesta» perché necessaria a rinfrancare l’animo dei compagni, e condurli al Lazio, la meta indicata dagli oracoli. Anche qui, nel passo di Accetto, troviamo questa caratteristica di tutte le pratiche che accompagnano la discrezione: la consapevolezza del limite cui l’uomo è sottoposto, e il prezzo di discrezione, di trattenimento, a volte di occultamento che questo comporta. Siamo molto lontani dall’onnipotenza postilluminista: finora sappiamo ancora bene che per ottenere qualcosa, occorre nasconderne un’altra. E quest’operazione, per solito, è dolorosa, di un dolore che non va mostrato. Accetto conclude questo capitolo citando Eraclito: «lux sicca, anima sapientissima» (sguardo asciutto, anima molto sapiente). La dissimulazione vale non solo verso gli altri, ma anche verso se stessi. E qui la questione, come tutta la pratica della discrezione, rivela la propria delicatezza. Perché da una parte Accetto ribadisce, naturalmente l’obbligatorietà del «conosci te stesso», indispensabile alla stessa consapevolezza di cosa dissimulare, dall’altra ammette che «conviene che in qualche giorno colui ch’è misero si scordi della sua disavventura, e cerchi di viver con qualche immagine almen di soddisfazione, sì che sempre non abbia presente l’oggetto delle sue miserie». Lo psicoanalista saprà, più tardi, che la conoscenza della propria nevrosi, ad esempio non deve diventare un’idea ossessiva. «Sarà come un sonno dè pensieri stanchi, tenendo un poco chiusi gli occhi… per meglio aprirli dopo così breve ristoro. Dico breve, perché facilmente si muterebbe in letargo». Dissimulazione, che come tutte le componenti di Discrezione ha molto a che fare col silenzio e col segreto, è particolarmente faticosa, come già notavano Mazzarino e Machiavelli, per «chi si stima più che in effetto è». Mentre Pitagora, ricorda Accetto, «sapendo parlare, insegnò di tacere». Che è poi il sapere di Giobbe, che di fronte alla prova cui il Signore lo sottopone, si chiede: «Non ho forse dissimulato? Non ho taciuto? Non mi mantenni calmo?». Chi non conosce questa tripartizione della saggezza discreta, si perde, infatti, molto prima. 

Lo smarrimento tardomoderno della discrezione: la crisi del pudore 
Come è accaduto al soggetto della modernità, e alla sua ubriacatura di lumières e illuminismi, con la loro ingenua - o piuttosto cinica - convinzione a proposito del mostrare e dell’esibire. Del fare insomma della vita umana uno spettacolo necessariamente «divertente», da presentare nei salons settecenteschi. Che nel corso dei due secoli successivi diventano poi, con grave perdita di qualità, ma notevole incremento di frequentatori, i talk e i reality show televisivi. La riservatezza perde, in questa fase della storia dell’Occidente, il suo carattere di virtù, e viene sospinta, più o meno apertamente, tra le patologie, rispetto a quella «sociabilità» che l’illuminismo adotta tra i suoi valori portanti. Viene ormai codificata, e spesso arbitrariamente estesa, la «fobia sociale». «Mostrare tutto - osserva la psicoanalista Monique Selz nel suo Il pudore. Un luogo di libertà(9) - rimanda da un lato alla società dell’immagine nella quale viviamo e, dall’altro, alla scomparsa dei limiti. Significa che qualsiasi intrusione è autorizzata». La Selz collega questa modalità che istituzionalizza qualsiasi violazione dell’intimità del soggetto umano, dalla sessualità, alla sfera procreativa, all’affettività, alla spiritualità, con lo sguardo oggettivante, reificante, applicato all’uomo dopo le tre esperienze: quella del colonialismo, con la riduzione dell’altro a oggetto; quella del nazismo, durante la quale si interviene direttamente sul suo corpo, per umiliarlo, mutarlo, o distruggerlo; e quella del Sessantotto, che liberando desideri adolescenziali da quella generazione alle successive, portò a un indebolimento del tabù dell’incesto e, da lì, a tutte le manifestazioni della riservatezza e del pudore. La situazione della famiglia davanti al reality show che scorre al televisore, nella quale i genitori guardano coi loro figli le performances sessuali degli adolescenti protagonisti dello show è, dice la Selz, una sorta di «scena primaria» descritta da Freud, ma alla rovescia. «Non sono più i bambini ad avere forse la tentazione di andare a guardare dal buco della serratura la camera da letto dei genitori. Sono invece questi ultimi che assistono in diretta ai trastulli sessuali dei loro figli!». Il risultato dell’abolizione del pudore è, oltre all’incremento della pedofilia conseguente all’indebolimento del tabù dell’incesto, la difficoltà nella relazione sentimentale e amorosa, che presuppone una distanza, garantita appunto dal pudore, che consenta l’avvicinamento tra i due, evitandone la fusione e distruzione di tipo consumistico. Preoccupazioni analoghe, con importanti amplificazioni di tipo antropologico, sono presentate nel bel saggio di Marta Appiani, Tabù: elogio del pudore.(10)

Tracce di un pensiero contemporaneo della discrezione
Nel delinearsi, e in attesa, di tali disastri, il pensiero contemporaneo aveva, in realtà, fatto spazio a un atteggiamento di maggior discrezione nei confronti della vita e del mondo. Nel suo libro L’esercizio del silenzio(11), Pier Aldo Rovatti propone che la sospensione fenomenologica, proposta da Husserl, «sia interpretabile come silenzio, movimento di arresto. Questo silenzio come passaggio dal non ascolto all’ascolto dei fenomeni ha a che fare con la metaforica del vedere. Tra vedere (il nostro ovvio atteggiamento nei confronti del mondo circostante) e ascoltare (l’attenzione fenomenologica) corre la differenza che Husserl istituisce tra esperienza ingenua, ed esperienza fenomenologica ... quando il soggetto che fa esperienza riesce a produrre in se stesso uno svuotamento e dunque un’apertura». Il silenzio e l’ascolto(12), il pudore dello sguardo, ci riportano già nell’ambito, più prudente e timorato, della discrezione. Che ci ripropone poi, con Heidegger, la considerazione dell’Aletheia, della verità, come «lo svelarsi di ciò che si fa presente entro un orizzonte di velatezza». A Delo, Heidegger comprende compiutamente che Aletheia è «l’ambito del celare che svela», che consente l’accesso alla phusis, la natura, nella quale «ogni cosa appare nella sua figura, riceve la sua impronta, profonda e insieme delicatamente fluttuante». E contrappone questo profondo svelarsi, accompagnato da velatezza a «ciò che noi oggi chiamiamo mondo, sterminato groviglio di apparecchiature tecniche di informazione, che si è imposto alla phusis intatta, prendendone totalmente possesso, ed è ormai possibile conoscere la natura e intervenire sul suo funzionamento solo secondo un calcolo»(13). In questo confronto tra esibizione e discrezione, tra proclamazione e ascolto, tra luce e ombra, tra silenzio e verbigerazione infantile, si colloca l’antropologia junghiana e l’esperienza clinica che ha saputo avvalersene. Abbiamo detto da subito che la discrezione è, innanzitutto, un modo di proteggere il Sé dalle pretese di annullarlo (proprie ad esempio dei regimi totalitari), e dalla hubris di un Io ineducato e/o inconsapevole, che ne vorrebbe usurpare il posto. Come ricorda Pier Aldo Rovatti, «la peculiarità junghiana è proprio il suo modo di tenere assieme luce e ombra, nella consapevolezza che il soggetto, il Sé, è, e non può non essere, tale congiunzione». Jung mette fortemente in guardia da «un anomalo gonfiamento dell’Io, da una coscienza “inflazionata” che pretende come pienamente legittimo che la sua luce sia l’unico valore di verità, o, più semplicemente, l’unica condizione accettabile e dunque vera, l’unico progetto sensato… Qui Jung è un critico radicale dell’“ideologia” contemporanea, la quale considera come un bene l’accrescimento dell’Io… Assolutamente vitale per lui è in ogni caso l’apertura di un’esperienza di sé che contenga l’inflazione dell’Io, e restituisca realtà alla zona d’ombra».(14) È all’interno di questo progetto psicologico (che è poi una necessità sociale), di cui abbiamo sommariamente indicato i riferimenti di pensiero, che va ripensata l’attualità, e il prossimo futuro, della discrezione e dei suoi saperi.







Note
1) Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, Libro 1, par LIV. In Tutte le opere di Niccolò Machiavelli, a cura di F. Flora e C. Cordié, Mondadori, 1949; 2) Eneide, Libro 1, 150/153, trad. R. Calzecchi Onesti, Einaudi, 1967; 3) I nostri demoni quotidiani. Contro le forze negative, Ed. Famiglia Cristiana, San Paolo, 2005; 4) G. Mazzarino, Breviario dei politici, Datanews, Roma, 2002; 5) Bollati Boringhieri, 1992; 6) Ad es. J.B. Thompson, Mezzi di comunicazione e modernità, Il Mulino, 1995; 7) D.C. Goodman, Sociabilità, in L’Illuminismo, Dizionario storico, a cura di V. Ferrone e D. Roche, Laterza, 1997; 8) A cura di Salvatore Silvano Nigro, Einaudi, 1997; 9) Trad. it. Einaudi, 2005; 10) Pref. di Marcello Cesa Bianchi, Franco Angeli, 2004; 11) Cortina, 1992; 12) Il “senso del disporsi”, di cui parla A. Bugliani, in La discrezione dello spirito. La psicanalisi e Hegel, Mimesis 2004; 13) M. Heidegger, Soggiorni. Viaggio in Grecia, Trad. di A. Iadicicco. Guanda, 1997; 14) Rovatti, op. cit., pag. 46/47.