Convertitevi e credete al Vangelo»: ecco una buona sintesi del messaggio cristiano. Due più due continuerà a fare quattro; gli alberi attorno casa continueranno a fare ombra; i volti dei nostri amici continueranno a essere gli stessi. Eppure, per chi si converte nel senso indicato da Gesù, niente dovrebbe essere più come prima. Non si tratta di un semplice cambiamento di opinione, ma di guardare il mondo con altri occhi; si tratta, in altre parole, di una metanoia, ossia di un radicale cambiamento di mentalità. Come è facile immaginare, questo genere di conversione è molto di più del semplice esito di un comportamento virtuoso; è una grazia che trasforma nel profondo il nostro cuore e la nostra mente; è un dono che, pur dipendendo anche da noi, poiché possiamo accoglierlo o non accoglierlo, ha sostanzialmente il carattere della gratuità; carattere, questo, che, se ci pensiamo bene, ritroviamo non soltanto nella conversione religiosa, ma in ogni mutamento di convinzione che sia autentico e sincero. Convertirsi, cambiare idea, è sempre un accorgersi di una diversa configurazione della realtà, un trovarsi più vicini alla verità delle cose, un penetrarle più a fondo. È la realtà che ci si offre in modo nuovo. E questo avviene sempre gratuitamente, sia quando sono in gioco questioni grandi, sia quando sono in gioco questioni piccole. Di nostro, in fondo, non dobbiamo metterci altro (pur non essendo poco) che la sincera apertura alla realtà. A un certo punto le cose ci appaiono diversamente; quanto pensavamo sul senso dell’essere e della nostra vita, sul moto dei pianeti, sui nostri figli, sulla nostra fede politica, sul governo o sul gioco del calcio sentiamo che non vale più, che abbiamo cambiato parere; non ci riconosciamo più in quanto pensavamo prima; ci siamo insomma convertiti.
Considerati i cambiamenti continui che si verificano intorno a noi e dentro di noi, la nostra vita appare davvero come una continua conversione e certamente hanno ragioni da vendere coloro che ci ricordano che soltanto gli imbecilli non cambiano mai idea. D’altra parte, però, è anche vero che ci sono in giro tanti furbi i quali cambiano idea troppo spesso. Per non dire di coloro che, magari perché troppo provati dalla realtà, si abbandonano alla disperazione (purtroppo è anche questa una forma di conversione), o di coloro che, magari per orgoglio, cambiano idea semplicemente perché non riescono a testimoniare con coerenza quanto credevano prima. Ciò che intendo dire, molto sinteticamente, è che la fenomenologia della conversione è assai complessa; pone questioni che hanno a che fare con la conoscenza e con la morale; questioni che mobilitano la nostra intelligenza, le nostre passioni, le nostre virtù e i nostri vizi, senza che se ne possa stabilire con precisione il dosaggio. Ci sono uomini che tendono a farsi guidare prevalentemente dall’evidenza intellettuale, altri dal senso morale, altri ancora dal senso estetico, altri infine dal proprio bieco tornaconto. Ma siccome queste inclinazioni, quale che sia quella dominante, sono sempre presenti e operanti tutte insieme nel nostro animo in modo imperscrutabile, è assai difficile stabilire quale di esse sia stata determinante per la conversione di Tizio e di Caio o addirittura per la nostra. Si tratta di una materia sulla quale grava (per fortuna, ma sarebbe troppo lungo spiegarne i motivi) una sorta di velo di opacità e nella quale, non a caso, soltanto Dio può essere giudice. Ciò nonostante, resta il fatto che volgendo intorno lo sguardo ci capita spesso di incontrare persone che hanno cambiato profondamente la loro concezione del mondo, le loro convinzioni morali, politiche o religiose e che per questo teniamo in alta considerazione, e persone che invece per lo stesso motivo non stimiamo affatto. Consideriamo le prime come persone per bene e le altre come volubili opportunisti. Perché? Per le ragioni che ho appena indicato, su tale materia è sempre bene andare piuttosto cauti nel giudizio. Se però escludiamo il caso in cui il nostro giudizio sia a sua volta inficiato da motivazioni eticamente poco raccomandabili e magari dettate dal solo nostro tornaconto, credo che una risposta plausibile alla suddetta domanda potrebbe essere la seguente: stimiamo come persone per bene coloro che cambiano idea per amore della verità e consideriamo invece come volubili e voltagabbana coloro che lo fanno per semplice tornaconto.
Sebbene non sia consentito a nessun uomo di guardare nel cuore di un altro uomo e sebbene una certa opacità a noi stessi caratterizzi il nostro stesso cuore, ci sono infatti alcuni indizi che certamente supportano l’autenticità o l’inautenticità di una conversione. Quando constatiamo, ad esempio, che si tratta di un cambiamento sofferto, di un cambiamento che mette a dura prova la persona interessata, arrecandole danni, inimicizie o addirittura persecuzioni, abbiamo buone ragioni per ritenere che siamo di fronte a una persona virtuosa che pone appunto l’amore per la verità al di sopra di ogni altra cosa. Quando invece constatiamo di avere a che fare con persone che cambiano idea a seconda del vento, preoccupate soltanto dei loro interessi personali o deboli a tal punto da temere anche il più piccolo dei dissensi, è assai difficile che su tali persone possa riversarsi la nostra stima. Le associamo tutt’al più a Girella, il personaggio della famosa poesia di Giuseppe Giusti, Il brindisi di Girella, appunto, che, come «àncora d’ogni burrasca», tiene «da dieci a dodici coccarde in tasca»; volubili opportunisti che, per debolezza, orgoglio, avarizia o ingordigia, comunque sempre in piena sintonia con la loro etimologia (non si dimentichi che opportunista viene da opportunus e questo da ventus ad portum, il vento che conduce al riparo in porti sicuri) sono sempre pronti a esibire la «coccarda» giusta. Se siamo convinti che ogni sincera conversione sia guidata dall’apertura alla realtà e dall’amore per la verità, allora possiamo aggiungere un altro elemento al nostro discorso: la conversione, quando è autentica e sincera, è anche una forma di fedeltà a se stessi. Girella non conosce questo tipo di fedeltà proprio perché, essendo sempre in balia del vento, si sottomette in questo modo a un’unica legge: l’adattamento. Ma proprio perché è pronto ad adattarsi a tutto, egli si condanna a essere un perenne disadattato. Per dirla col Vangelo, anche lui è uno di quelli che, presi soprattutto dal desiderio di salvare la loro propria vita, finiscono per perderla. Diverso invece è il discorso per coloro che fronteggiano la realtà a viso aperto, senza curarsi più di tanto del vento che tira, fiduciosi nelle proprie convinzioni e, nel contempo, consapevoli del nuovo e dell’incerto che possono irrompere in ogni momento nelle nostre storie personali e sociali. Costoro non conoscono l’opportunismo né il fanatismo, considerano l’imprevisto come una risorsa, lo accolgono e, se la verità lo impone, non esitano a rinnegare ciò in cui credevano prima, senza troppi riguardi agli eventuali costi e benefici. Per questo sono uomini virtuosi. Come ho già detto, la loro principale virtù è la veridicità, la quale impone fedeltà alla realtà, rispetto nei confronti degli altri, specialmente quando questi continuano magari a pensarla come la pensavamo prima anche noi, e soprattutto un tipo di consapevolezza che ha molto a che fare con l’umiltà e forse persino con una sorta di contrita disponibilità ad accettare qualche incomprensione: la consapevolezza di chi, da un lato, non dimentica di aver sostenuto con convinzione idee sbagliate, le quali restano tali anche se credute in buona fede, e, dall’altro, sa che l’abbandono di una qualsiasi certezza, getta inevitabilmente perlomeno un’ombra sull’uomo che se ne era sentito così sicuro.