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Carità/Perché Matteo non era assistenzialista

LIBERAL BIMESTRALE
di Mario Marazziti
Liberal Anno V numero 31 - Agosto - Settembre 2005

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cop31
Carità è una parola che affonda le sue radici direttamente nel cristianesimo. Vuole dire amore, un amore per l’altro che è diverso, o più largo dell’amor sui, di quella passione per se stessi che è così naturale e che oggi è teorizzata come misura incontrastata della soddisfazione, della realizzazione di sé. Molti pensano che senza amor sui non si può amare davvero e che occuparsi molto degli altri contiene qualche patologia. L’ho visto teorizzato in molte rubriche di consulenza psicologica sui settimanali più diffusi in Italia. Forse è anche per questo che oggi è difficile trovare una parola svalutata come «carità». Se poi pensiamo che è una virtù, e teologale, il disagio cresce. «Fare la carità» e «chiedere la carità» non sono al vertice della scala di gradimento di nessun gruppo sociale, nel nostro Paese, forse nel mondo occidentale. Sul «fare la carità» si sono giocati, per venti secoli l’organizzazione della società, l’evangelizzazione, la riforma religiosa, la sanità e i servizi per la persona, lo spirito del capitalismo, come pure le utopie secolarizzate di un mondo senza sfruttati e senza sfruttatori. E il moderno Welfare. Nella storia del cristianesimo la carità si è sempre intrecciata con i poveri e con i volti, mutevoli, che essi hanno assunto. Ogni volta che i cristiani si sono conformati maggiormente al mondo e la Chiesa ha assomigliato di più all’istituzione imperiale o statale, la carità e il rapporto con i poveri sono entrati in difficoltà. Al contrario, i movimenti di riforma della Chiesa, che hanno guardato alle origini del cristianesimo per ripensare in termini nuovi e liberi il rapporto con il mondo, sono sempre stati segnati da un nuovo rapporto con i poveri e da una immaginazione creativa sul terreno della carità. Le grandi opere sociali che dal Medioevo in poi hanno caratterizzato il mondo occidentale per la presenza dei cristiani, nell’Otto-Novecento hanno visto una fioritura organizzata di dimensioni mondiali e tale da incidere profondamente nel mondo come lo abbiamo conosciuto noi. Se proviamo a immaginare cosa sarebbe stato questo nostro mondo senza tutte le scuole professionali dei salesiani, senza don Orione e Cottolengo, don Milani e le Misericordie, senza don Zeno Saltini e senza l’ospitalità ai perseguitati durante la guerra, senza San Vincenzo e senza suore ospedaliere in tutta l’Africa e in tutta l’Asia, senza gesuiti e senza francescani, senza tanti cristiani anonimi, il risultato diventa surreale. Difficile immaginarlo, pensarlo. 
Oggi, però, non mi sembra esagerato dire che la carità è guardata con diffidenza. C’è stato un tempo, recente, ma sembrano anni luce, in cui si scriveva «carità» ma si è cominciato a leggere «assistenza». Negli anni Sessanta e Settanta, in tutta buona fede, chi ha pensato di rendere più vivibile e umana la nostra società ha pensato con naturalezza che la parola giusta da usare fosse «giustizia» e che carità fosse ormai parola d’altri tempi. Da pie vecchine, da suore cappellone, da arcaici interclassisti che non volevano andare alle radici dei problemi. E così il termine carità ha cominciato a essere circondato di profumo di incenso in tempi di patchouli, ad avere un suono fuori moda, quasi fastidioso. Si è propagato pian piano un sentire diffuso, che ha assegnato alla carità un peso aggiuntivo di paternalismo, che è diventato rifiuto istintivo, come il fastidio per l’elemosina, il simbolo dell’incapacità di pensare al cambiamento strutturale della società in cui viviamo. Nella vulgata marxista e nei suoi surrogati l’assistenza è diventata presto assistenzialismo, e la carità una funzione (sbagliata) di «supplenza», l’opposto di giustizia e di diritti. Il marxismo, i socialismi realizzati, si sa, hanno avuto qualche difficoltà negli ultimi quindici anni e si sono liquefatti in gran parte del mondo. Ma non è cambiata la diffidenza per la «carità» anche in un mondo che oggi fa di competizione e mercato la religione ufficiale. È caduta la spinta al cambiamento e, con essa, la sottolineatura sui diritti dei poveri o dei deboli. Mentre la gran parte dei diritti umani sono stati via via ristretti ai soli «cittadini» o «residenti» o euro-americani (come il diritto a un trattamento umano, alle cure, all’istruzione, all’acqua e a un letto pulito), non è cambiato il mantra che dice che ogni attenzione umana profonda verso un altro simile (la carità) è in realtà buonismo non necessario o dannoso. È caduta così la cooperazione internazionale, come se fosse vero che sono gli aiuti e non il modo di amministrarli, a deprimere lo sviluppo del Sud del mondo, come se non fossero i protezionismi agricoli del Nord del mondo a impedire una vera economia di mercato e la crescita e sopravvivenza agricola in Africa, Asia, America Latina.
Le abitudini, specialmente culturali, sono lente a svanire. Il bello è che alla svalutazione di una stagione piena di errori - ma anche di sincere aspirazioni di giustizia - fortemente ideologica, oggi a remare contro la carità si aggiungono altri fattori. I nostri sono gli anni in cui i poveri e la povertà, senza troppi pudori, rischiano di essere criminalizzati. Sembrava il portato di una cultura calvinista, dove la mancanza di successo è stata a volte connessa con l’assenza di benedizione dall’alto e quindi con la colpa. Una cultura più forte oltreoceano e nel Nord Europa che in casa nostra. Ma è una sensibilità che si è diffusa presto, quasi uno dei primi portati della globalizzazione: è caduto prima il senso di debito (e con esso il diritto-dovere di restituzione a chi ha di meno come parte integrante di una democrazia espansiva) verso chi è escluso dalla società dell’affluenza, individui e interi popoli, e poi, con il fastidio, si è teorizzato con naturalezza che i poveri sono poveri per colpa loro e che comunque sono una minaccia sociale. La «tolleranza zero» verso il crimine inaugurata da Rudolph Giuliani con l’estensione della colpa fino alla vita irregolare e sbandata, è stata progressivamente salutata da consensi semiplanetari. Poco importa che il calo di criminalità abbia caratterizzato altre città non amministrate allo stesso modo e sembri legato piuttosto al decennio di boom economico ininterrotto dell’era clintoniana e dintorni e comunque con fattori di macroeconomia e non di maquillage urbano. La risacca della presunta «tolleranza zero» la si sente anche in casa nostra. Esplode plasticamente quando il quattordicesimo omicidio in un anno a Varese (e solo l’ultimo a opera di albanesi) scatena la caccia all’uomo sotto insegne leghiste e naziskin. E le forze dell’ordine scortano quelli con le svastiche sulla testa e il saluto romano. Il risultato è che per inseguire l’opinione pubblica non ci si vergogna a dire che la colpa è dei bersagli e non di chi fa il tiro a segno, quando si tratta di xenofobia e di caccia ai capri espiatori di una crisi sociale e culturale negate e invece in piena azione. Gli esempi potrebbero essere molti. Gli anziani, considerati «in eccesso» (come se la terza età e gli anni in più non fossero una grande conquista sociale e una chance storica per la prima volta nella storia umana, anche se non si sa ancora cosa farne), vengono sempre più individuati come un fattore di crisi e come colpevoli di un sistema e di una società che non sa fare figli, creare sicurezza e fiducia nel futuro, lavoro, integrazione tra gruppi sociali diversi e generazioni. La competitività è, ovviamente, nemica dell’assistenza. Per giustificarsi nella nuova temperie culturale anche la carità, per avere un suo spazio, deve diventare azienda no profit. È residuale per capacità di incidenza sul mercato, ma è anche «azienda». E per questo rispettabile. 
O meglio. Nessuno nega uno spazio e una buona parola al «volontariato», che sarebbe il modo moderno di definire lo spazio della «carità». Qualche lode e qualche sorriso non si nega a nessuno. Tutto questo avviene mentre è forte la spinta alla trasformazione del volontariato puro in «no profit». Al di là delle lodi, che hanno spesso il sapore dell’elogio della zia zitella che non s’è sposata ma che tiene i nipotini quando i genitori escono, nei momenti di crisi e di emozione nazionale (ondate dei profughi dal Kosovo, tsunami), è lo Stato che occupa tutti gli spazi anche della solidarietà internazionale. E lo fa ricorrendo alla carità e alle offerte dei cittadini privati, attraverso la Protezione civile o la Cooperazione allo sviluppo, di fatto prosciugando risorse e spazi della «carità» strutturata e intelligente (oltre che professionalmente efficace) già attiva sul terreno. Sì, la carità è entrata in una fase di sofferenza anche nella Chiesa cattolica, dove la voglia di razionalizzare gli interventi spinge periodicamente alcuni a proporre la sospensione dell’elemosina per un fondo centralizzato di aiuto. L’elemosina non risolve i problemi. È quasi proverbiale. Ma contiene una sfida ineliminabile, che è quella di un rapporto personale con i poveri, con tutto il suo carico di ineguaglianza, la sua scia di senso di colpa, la ferita di qualcosa che non si cambia mai fino in fondo. Ma in questo c’è un antidoto all’imbarbarimento della nostra società, c’è un germe di resistenza all’indifferenza e all’intolleranza. A mio parere la diffidenza verso l’elemosina, tra i cristiani, è un segnale di secolarizzazione. Non significa che l’elemosina esaurisce la domanda. Al contrario, rimanda a una carità che sa diventare laica e intelligente, difendere in radice i diritti, farsi giustizia e distribuzione più equa, senso umano del vivere e della convivenza. La carità, in realtà, è un grande bisogno del nostro mondo, come dei mondi che ci hanno preceduto. Amore, amore non solo per se stessi. È il centro del cristianesimo, là dove Gesù ha dato la sua vita per i suoi amici e anche per quelli che non l’hanno capito e l’hanno combattuto, segnando una strada unica nel concerto delle grandi religioni del mondo. Là dove i cristiani hanno assunto come simbolo distintivo la croce e la vergogna infamante di avere per iniziatore, padre, Dio, un condannato a morte. È il centro del cristianesimo perché i cristiani sono e saranno riconosciuti da come sanno amare gli altri e non dai successi e dagli edifici e dalla stima sociale. È il centro del cristianesimo perché Gesù, il Cristo, non ha evitato la morte (che non cercava) pur di amare e continuare ad amare e di non rinnegare quello per cui ha vissuto: il vangelo dell’amore. Parole forse inattuali eppure, a mio parere, attuali. Ancora più attuali dopo un secolo, il Ventesimo che ha dato forse il numero più alto nella storia di martiri cristiani della giustizia, dell’amore, più alto che in tutti i secoli che l’hanno preceduto: i pastori Schneider e Bonhoeffer, Oscar Romero e le suore bergamasche morte di ebola pur di non abbandonare i loro amici, Annalisa Tonelli e milioni in Unione Sovietica, nei lager nazisti, per evitare lo scontro tra hutu e tutsi. Senza amore, non si vive. Senza gratuità non c’è società che possa sopravvivere a se stessa, che possa resistere alle spinte contrapposte di interessi e gruppi diversi. Perché è un clima e una cultura che va al di là dei confini dei cristiani e diventa una protezione dall’imbarbarimento e dalla tentazione di diventare una società di forti e di sani e, così, una protezione per tutti.
Per i cristiani la charitas non è un’aggiunta alla fedeltà evangelica o il segno caratteristico dei naive o di corpi specializzati della Chiesa come gli Ordini mendicanti. «I ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicato il Vangelo» annuncia l’evangelista Matteo al cap.11,5, riprendendo come Luca la profezia dell’Antico Testamento. Sono questi i segni della presenza di Dio nella storia e la carità è la sintesi (I Cor 13) di tutto questo. Nulla a che vedere con l’assistenzialismo. Al contrario, è un mondo dove non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, direbbe san Paolo, e dove la carità diventa garanzia di vita evangelica. C’è un patto inscindibile - ricorda Vincenzo Paglia nella sua Storia dei poveri in Occidente - tra Gesù e i poveri e per questo tra i poveri e i credenti. È un patto che è legato a Dio stesso e a come si è fatto conoscere. La pietas cristiana come frammento della pietas divina. C’è stato un lungo percorso, anche in tempi recenti, che ha fatto riscoprire questo rapporto con i poveri come necessario, in una «Chiesa di tutti e particolarmente - appunto - dei poveri», come amava dire Giovanni XXIII. E questo non ha nulla a che fare con il paternalismo, l’assistenza, anche se sottolinea la necessità di un rapporto personale con i poveri, non delegabile, sfida per ogni cristiano e anche per chi cristiano non è. Perché ognuno abbia la possibilità di non essere privato della dignità di uomo o di donna solo perché è nel bisogno. La carità, per quanto strano possa sembrare, in epoca di pensiero televisivo (e per questo plebiscitario), aiuta a essere liberi dal pensiero unico. A non accettare come se fosse una verità indiscutibile che il Terzo mondo deve difendersi dall’Aids con la sola prevenzione e non anche con la terapia completa e della qualità di cui godiamo noi nel primo mondo, come è accaduto fino a quattro anni fa nei documenti ufficiali di tutte le agenzie internazionali e dei governi del mondo. La carità aiuta a tenere vivo il senso del cambiamento e della giustizia perché non smette di guardare alle persone concrete, secondo una saggezza che è giudaico-cristiana. «Chi salva una vita, salva il mondo intero» è scritto sulla medaglia dei giusti di Israele. La carità, in tempi di religione del mercato aiuta a tenere aperta la mente e a cercare la via, tutta laica, per una società della convivenza. Forse è per questo che in tempi di equilibri politici incerti, mentre gli schieramenti si inseguono a volte al ribasso, su terreni come quello della qualità della vita degli anziani e della presenza degli immigrati nel nostro Paese proprio da chi ha meno diffidenza verso la «carità» a volte vengono proposte innovative, qualche visione non conformista per fare di nuovo sia degli anziani che degli immigrati una risorsa e non una minaccia. Arrivare alla cittadinanza italiana dei bambini figli di immigrati nati in Italia o che hanno frequentato la scuola dell’obbligo e regolarizzare con la cittadinanza i lungoresidenti sarebbe un vantaggio per l’integrazione e per la riduzione dei conflitti sociali, con una prima generazione-ponte, non sarebbe né un’eresia né insensato. Ma sono note le diffidenze e le paure per un passaggio necessario, ovvio, per il quale ogni ritardo aumenta solo paura e scontro sociale. Carità? No, diritti. Buonismo? No, convenienza sociale. Eppure la libertà di visione e l’assenza di pregiudizi hanno molto a che fare con quello di cui abbiamo parlato finora. 
 

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