Che cosa voleva dire qualche decennio fa don Milani, affermando che «l’obbedienza non è più una virtù?». Non ce l’aveva certo con i Padri della Chiesa, che l’avevano posta, con la povertà e la castità, tra gli oggetti dei solenni voti monastici: tanto più che il prete di Barbiana non stava certo parlando dell’obbedienza nei confronti della legge divina, e neppure di quella dinanzi ai superiori gerarchici in seno alla Chiesa (che rimaneva una virtù eccome: tanto è vero che egli non pubblicò mai una riga senza l’imprimatur del suo vescovo). Milani intendeva semplicemente dire che il complesso delle virtutes, vale a dire delle caratteristiche etiche e comportamentali che costituiscono il paradigma dell’essere umano in un dato contesto religioso e civile (virtus a viro), varia con il variare delle circostanze storiche. Modernità (e dunque «Occidente») è essenzialmente questo: l’infrazione dei limiti, da quelli spaziali e geografici (Colombo, De Gama, Magellano), a quelli dogmatici (Lutero, Calvino, Zwingli), a quelli politici (Nogaret, Machiavelli, Bodin), a quelli gnoseologici e scientifici (Galileo, Newton), a quelli morali (ancora Machiavelli, Bruno, Cyrano). Il cammino dal teocentrismo all’antropocentrismo e all’individualismo, cioè l’iter appunto che ha condotto alla Modernità-Occidente, sta in sintesi proprio in questi termini: nel corso di un processo in realtà cominciato forse già dal Tredicesimo secolo, maturato tuttavia tra Quattro e Settecento, l’antico sistema delle tre Virtù Teologali e della Quattro Virtù Cardinali (sul quale si appoggiava, per analogia, l’educazione fondata sul Trivio grammatico-retorico-dialettico e sul Quadrivio scientifico-tecnico), è stato sconvolto e azzerato. È pertanto un tantino buffo che proprio i più decisi apologeti della Modernità-Occidente in Italia, quelli di liberal, stiano militando per una restaurazione delle virtù; ed è al tempo stesso buffo e significativo che cerchino, fra gli altri, anche l’appoggio di un ferrovecchio della Reazione in Agguato come l’autore di queste poche righe. Mentre è assolutamente logico che, per confonderli e combatterli mostrando loro le contraddizioni nelle quali stanno affondando, egli tatticamente fornisca loro l’appoggio richiesto.
Perché qui sta il punto: la rivoluzione, qualunque Rivoluzione, è tragicamente destinata a trangugiare i suoi figli. Quella liberale non fa eccezione: al contrario. Una volta pertanto decapitati l’uno dietro l’altro Dio, i re e quant’altro c’era da decapitare, i rivoluzionari si siedono sulle rovine da loro stessi provocate e invocano l’Ordine Nuovo. Vale a dire, appunto, la restaurazione delle Virtù. Nell’àmbito di questa mostruosa e ridicola strategia, mi si affida il còmpito di tesser l’apologia della più ipocrita e cretina delle Nuove Virtù: la Buona educazione. M’invitate a nozze, amici miei. Nei tempi in cui trionfa una civiltà dogmatica o quantomeno autoritario-repressiva, è sacrosanta e dirompente la maleducazione: l’insulto, la bestemmia, la parolaccia, lo scandalo. Ce lo hanno insegnato tre grandi italiani: Bernardino da Siena nel Quattrocento, Domenico Giuliotti e Pierpaolo Pasolini nel Novecento. Ma quando le certezze vengono meno, quando i modelli etici e le misure comportamentali vacillano e vengono contestate, insomma quando trionfano individalismo, egocentrismo ed egoismo (cioè la Trimurti fondante del liberal-liberismo), allora i ceti dirigenti avvertono, per tutelar se stessi e il loro «sistema di valori», il bisogno di ricostruire una tassonomia che per forza di cose si presenta come il succedaneo di quelle precedenti, fondate sui dogmi religiosi e sulla paideia filosofica. Ed ecco che, tramontata l’Etica, affiora l’Etichetta; e che, sulle rovine dell’Ordine Civile e del bene Comune, si affermano bon ton e savoir vivre. Il mutuo rispetto, vale a dire la «civile convivenza» tra individui abituati all’idea del «contratto sociale», dell’utilità e della convenienza come fatto di mutua tutela tra individui volta al vantaggio di «tutti» in quanto «singoli», si traduce in norme atte al ben vivere e al ben comportarsi: e sostituisce appunto qualunque etica fondata sulla metafisica e radicata non già sulle convenienze soggettive e individuali, bensì sulle necessità societarie e comunitarie. Le virtù odierne sono divenute essenzialmente fisiche, psichiche ed economiche. È «virtù» il vivere più a lungo, il presentarsi sempre ben in forma e gradevolmente olezzanti (le famose regole di Berlusconi ai suoi parlamentari: usate lo spray, non mangiate né aglio né cipolla…), non far debiti e comunque pagarli (i «Paesi virtuosi», in Europa, sono quelli in regola con la normativa finanziaria), il dire «no» al colesterolo. La maleducazione, in cambio, è pericolosa perché sa di sovversione o di eversione (i fricchettoni, gli extracomunitari ecc.: pericolosi non tanto perché «non conoscono le regole», quanto perché hanno l’aria di volerne dimostrar l’inanità contestandole).
Norbert Elias ha dimostrato - magari senza volerlo - a proposito di quel che egli definisce «processo di civilizzazione», che l’unica possibile Etica condivisa per il mondo moderno, una volta azzerate le ragioni obiettive su cui la civiltà si fondava e sostituite con le ragioni soggettive delle élite che governano mediante la violenza (politica o economica che sia), è appunto l’Etichetta: le buone maniere. L’Etica dell’ultimo grande fondatore di essa, Immanuel Kant, era diretta a stabilire la necessaria obbligatorietà delle leggi morali: ma una volta che la Modernità-Occidente ha definitivamente stabilito la soggettività di tali leggi morali, quindi il relativismo etico (quello giustamente condannato da Benedetto XVI, e che Marcello Pera confonde con il relativismo antropologico), è ovvio che una società non possa mantenersi salda se non attraverso il rispetto delle convenzioni. E che essa difenda tali convenzioni (ad esempio quella secondo cui la democrazia parlamentare e la proprietà privata sarebbero le basi del Migliore dei Mondi Possibili) come intangibili, salvo il loro «naturale» evolversi mano a mano che le esigenze dell’esercizio del potere e del meccanismo dei profitti e dei consumi lo mostreranno opportuno: e a quel punto saranno i meccanismi ben temperati e accortamente diretti e controllati dei mass media a suggerire qualità, indirizzi e tempistica di tale evoluzione. In tale contesto, è ovvio che, se educazione è l’insieme delle regole e degli interventi volti a sviluppare le facoltà intellettuali, morali e fisiche degli individui secondo determinati princìpi, la «buona educazione» - trasmessa attraverso una pedagogia e una didattica che fino a qualche anno fa in Italia è stata quasi monopolisticamente gestita sia da una scuola pubblica ormai praticamente smantellata, sia da una «famiglia» ch’è ormai divenuta un’astrazione, salvo in certe nicchie di élite o, all’estremo opposto, in via di progressiva e forse irreversibile emarginazione - serve a perpetuare l’equilibrio e pertanto il sistema di potere attuale.
La sua preservazione è pertanto di vitale importanza per chiunque aspiri, per sé e per i suoi cari, alla conservazione e allo sviluppo di questo tipo di civiltà e di questo sistema di potere. Sarà fondamentale che, come già accade ad esempio negli Stati Uniti, chi aspira a entrare o a rimanere nel giro delle élites e delle lobbies che contano impari e applichi con rigore le norme di tutti i Galatei consentiti e accettati, da quello di monsignor della Casa in poi. Nella Buona Educazione non sono incluse preoccupazioni di sorta ad esempio per l’inquinamento del pianeta (salvo forse gli immediati provvedimenti riguardanti la pulizia degli ambienti e la raccolta differenziata dei rifiuti) o per la fame nel mondo; si può lucrare tranquillamente sul commercio dei filetti di persico del Nilo senza preoccuparsi del fatto che dopo mezzo secolo dall’immissione di tale predatore nelle acque del lago Vittoria tutta l’area circostante tale specchio d’acqua sia caduta nell’impoverimento e nella carestia a vantaggio d’un fruttuoso giro di multinazionali. Fruttuoso e «virtuoso», nel senso economico-finanziario del termine. E gestito da ambienti che, al loro top, hanno senza dubbio manager del tutto ben educati.
Tali i motivi, soggettivamente sacrosanti, per cui liberal include la buona educazione tra le Nuove Virtù e la difende. Tali i motivi per cui l’autore di queste righe la detesta. Ma questa, come diceva Kipling, è un’altra storia.