Non so dire quando la locuzione «amor proprio» sia stata soppiantata dall’orrida, goffa e tuttattaccata parola composta «autostima». Nelle pagine dello Zingarelli del 1970 «autostima» non c’è proprio. La definizione di «amor proprio» è data come: «Senso del proprio valore, della propria dignità, che può confinare con l’ambizione, la vanità et sim. Contr. Odio». Il dizionario dei sinonimi e dei contrari Gabrielli non dà né l’una né l’altra; quello Garzanti, della fine degli anni Novanta, dà solo «amor proprio: loc. s.m. orgoglio, dignità». Immagino che stia in quel «può confinare con l’ambizione, la vanità et sim.». Il fattore che ha decretato il suo superamento da parte di una parola tradotta dall’inglese, self-esteem, che non implica altro che un sano rispetto per se stessi, i cui sinonimi sono gli inappuntabili «autonomia», «equilibrio», «padronanza di sé», «autosufficienza». «Non mi accetto», sono le ineffabili parole con le quali sovente s’indica, con una frase fatta che non impegna più di tanto, la poca considerazione di sé, pronunciate di solito con una smorfia di disgusto altezzoso. Penso che sia l’ostentazione dell’intreccio interiore (o è un’altalena?) tra un radicato e umorale disprezzo di sé e il delirio d’onnipotenza, un classico delle personalità irrisolte e scisse. Chi la pronuncia vanta allo stesso tempo umiltà e consapevolezza, che però sono illusorie, in quanto non portano da nessuna parte; poiché la scissione interiore fa sì che la mano destra non sa quel che fa la mano sinistra, come ebbe a dirmi un’amica confusa dal pendolo impazzito delle sue stesse azioni e reazioni. Credo d’aver sentito «non mi accetto» soprattutto dalle femmine. Non tanto perché sono più insicure dei maschi (c’è chi sostiene che è così), ma perché le donne parlano (e sparlano) di sé, dell’interiorità e delle proprie emozioni più facilmente, perché è più accettabile socialmente, se non per altro. Penso a una mia cugina, che parlando della sorella che aveva appena attraversato un periodo burrascoso nel suo matrimonio, ha detto: «Adesso deve ottenere il diploma (che si era ripromessa di conseguire da tempo), così potrà volersi più bene». Sono solo due delle manifestazioni linguistiche che riguardano l’autostima, e la mancanza della medesima. Mia cugina non si sbagliava, affermando che sua sorella sarebbe stata più contenta di sé se fosse riuscita a finire gli esami e salire di grado nella sua professione. Magari, però, non era detto che bastasse raggiungere obiettivi concreti per avere realmente, e in modo duraturo, più stima di sé. Gli psicologi insegnano comunque che l’autostima ricavata in questo modo è destinata a non durare. In un tempo più o meno breve, si metabolizza la soddisfazione per un obiettivo raggiunto e si ritorna a torturarsi per le proprie inadempienze.
Mi ha sempre colpito un esempio stravolgente di come e quanto un successo esteriore non solo sia inadeguato, ma addirittura di quanto può rinfocolare e rinforzare la disistima di sé. Si tratta del caso di Marlon Brando, che raggiunse un’acclamazione critica e una popolarità immensa prima di compiere trent’anni, quando stupì le platee di Broadway con la sua incarnazione contemporaneamente violenta e sensibile di Stanley Kowalski in Un tram che si chiama Desiderio. Stordito dalla valanga d’applausi e di riconoscimenti, dall’acclamazione dei critici e del pubblico, quasi all’istante Brando sviluppò un cinico disprezzo per il mestiere dell’attore, e per il mondo dello spettacolo in generale, che da quel momento in poi affermava essere un’occupazione indegna di un adulto, d’un uomo vero. La collisione del suo innegabile successo (con il corollario d’assillo dei media e dei tifosi che riversavano sul giovane Marlon ammirazione sconfinata per lo splendore luminoso della sua maschia bellezza e per la bravura recitativa), con quel che è lecito intuire, visto il collasso della sua vita matura, come una vasta mancanza di fiducia e di stima per sé, ha causato, con ogni probabilità, un’esplosione d’ansia, angoscia e incomprensione. L’attore non riusciva a capacitarsi che una cosa, per lui naturale e spontanea, qual è l’immedesimarsi in un ruolo e farlo suo, gli avesse procurato tanta - per lui immeritata - gloria. Doveva dunque essere il mestiere dell’attore a essere scadente, superficiale e addirittura ridicolo: roba da saltimbanchi o un gioco da fanciulli. Solo in questo modo, forse, riusciva a spiegarsi la sua repentina promozione a Primo Attore Assoluto della sua e probabilmente di molte generazioni successive. Indubbiamente il mondo dello spettacolo è tutt’altro che estraneo a eccessi e ostentazioni di frivolezze e vanità, che le luci della ribalta mettono in evidenza più che in altri mestieri e professioni. Ma Brando era figlio di un’insegnante di recitazione, che adorava, temeva e compativa, e nessuno lo aveva costretto a fare l’attore, né prima né dopo la fama planetaria. Eppure ha continuato a recitare fino alla fine, giurando che lo faceva solo per i soldi, spesso comportandosi male sui set, facendo andare fuori budget i film e procurandosi la reputazione di piantagrane. La sua vita personale è stato un disastro pubblico (un figlio omicida, una figlia suicida, donne che dominava, ingravidava e scartava regolarmente), e i critici concordano che, a parte una manciata di film nei quali ha rivoluzionato il mestiere dell’attore, ha scelto di mortificare il suo talento e di non realizzare mai il suo enorme potenziale.
Alla mancanza o all’insufficienza d’autostima, si attribuiscono moltissimi mali dei singoli e persino delle nazioni. Senza intenzione riduttiva, ma solo a titolo illustrativo, si può riflettere sull’umiliazione subita dalla Germania in seguito al Trattato di Versailles e il conseguente fallimento della Repubblica di Weimar, spesso indicati come il malefico trampolino che ha permesso l’inarrestabile ascesa di Hitler e del nazismo. La Germania era al collasso economico, in crisi di fiducia e d’identità, e in un baratro depressivo. Il Terzo Reich prometteva non solo la rinascita della Germania dalle sue ceneri, ma offriva la chimera di mille anni di supremazia e di dominio del mondo, in un delirio d’onnipotenza che non ha eguali nella nostra, e forse in nessun’altra epoca. Non parliamo, poi, della fin troppo nota storia personale di Hitler e dei tremendi maltrattamenti che ha subito da un padre violento. Non spiega né giustifica nulla, è ovvio, ma certo non era un uomo in pace con se stesso, ma in forte sintonia con il suo Paese destabilizzato, demoralizzato e in cerca di riscatto. Come si fa a capire qual è la reale opinione che abbiamo di noi stessi? Se si fa una ricerca in Internet, con la sola parola «autostima» (bisogna tenercelo, l’orrendo vocabolo, ahinoi), si trovano centinaia e centinaia di siti che offrono quiz, test, coaching (sic), alcuni gratis, alcuni a pagamento, che offrono di farci da guida nella selva dell’inconscio irrequieto. Promettono di guarirci dai molti sintomi della poca considerazione di noi stessi: timidezza, aggressività, scatti d’ira, insicurezza, depressione, smarrimento, indecisione. Tra le tecniche vantate vi è la Pnl, «la programmazione neuro-linguistica». Non so che cosa sia, ma con quel sentore di lavaggio del cervello, invoglia a tenersi stretta la nevrosi. Magari funziona, chi lo sa. Per chi si trova in un vicolo cieco con se stesso, una ciambella di salvataggio può essere la terapia d’appoggio di diverso genere, e per chi è incurante di essere fuori moda, c’è sempre la psicoanalisi. Naturalmente se si dispone del tempo e dei mezzi necessari. In genere è un percorso piuttosto lungo e costoso, e anche doloroso. Altrimenti ci sono un’infinità di libri che promettono diagnosi, illuminazione e sollievo, se non la guarigione piena. Possono essere di una semplicità, per non dire di una banalità, sconcertante, questi libri. Ma il bisogno dev’essere enorme, perché vendono tanto, e ne escono di nuovi in continuazione. Cliccate sul Web e troverete un’abbondanza sterminata di titoli.
Sono a conoscenza del caso di un libro sulla materia scritto dalla celebre femminista americana Gloria Steinem. All’inizio degli anni Novanta, la Steinem, che non è né psicologa né analista né studiosa della materia, scrisse un libro dal titolo Revolution From Within: a book of Self-Esteem, («Rivoluzione dall’interno: un libro sull’autostima»). La sua immagine a quel punto s’era un po’ appannata, gli anni del fulgore femminista erano ormai lontani. La editor che propose il libro alla St. Martin’s Press, si sentì rispondere che Gloria era una has-been, un personaggio del passato, polverosa, non più in voga. Il manoscritto è un amalgama di terapie New Age (Il Bambino Interiore), psychobabble, il bla-bla psciologico, aneddoti sull’infanzia infelice dell’autrice, un tanto di cultura pop e di culturo-cultura (i libri delle sorelle Brontë), palate di solidarismo e d’identificazione con i poveri, i neri, i pellerossa e altri gruppi discriminati, e gira intorno alla tardiva scoperta della Steinem dell’importanza del Self-Esteem (aveva quasi sessant’anni all’epoca), e di come si può fare per conquistarsela, con tanto d’istruzioni. Chi mai si sarebbe interessato, si chiese la casa editrice, a un libro fai-da-te sull’autostima, scritto da una giornalista, molto bella e di successo, ma fatalmente sul viale del tramonto? Alla fine il libro fu comprato e pubblicato nel 1992 da Little Brown. In gran parte i critici più importanti lo trattarono con sufficienza, definendolo una rimasticatura leziosa (touchy-feely) di teorie e concetti sempliciotti e stantii. A sorpresa, e con la forte costernazione della St. Martin’s Press, Rivoluzione dall’interno ebbe un successo enorme, venduto in un gran numero di Paesi e rimasto sulla lista dei best-seller per molte settimane. Continua a vendere ancora oggi, un long-seller nelle varie edizioni, cassetta audio inclusa; le recensioni dei lettori, o forse è meglio dire delle lettrici, sono entusiaste e commosse fino alle lacrime: «Se potessi regalerei una copia a tutte le persone che conosco», scrive un’ammiratrice del libro sul sito di Amazon.com. In questo breve giro intorno all’autostima (ma non si può trovare un vocabolo migliore?), c’è da considerare anche la via spirituale. La cugina di cui ho parlato prima, quella che avrebbe dovuto diplomarsi, secondo la sorella, per «accettarsi di più», in realtà aveva già trovato la strada per una maggiore stima di sé. È stato un percorso irto di difficoltà, di ostacoli e di sofferenze, ma che alla fine l’ha portata a un’armonia e a un equilibrio interiori resi più dolci dalle difficoltà superate. Questa mia cugina, che si chiama Mitzi, di origine norvegese, era di famiglia protestante, diventata poi Battista dell’Assemblea di Dio, quella in cui il battesimo avviene per immersione totale in una vasca. Già da piccola, quando era in visita da noi, era felice di venire con la mia famiglia alla messa, e a un certo punto si sarebbe voluta convertire al cattolicesimo. I suoi genitori glielo vietarono tassativamente, e poco dopo il liceo si sposò con un uomo molto religioso che insegnava in un college Battista fondamentalista di Born-Again Christians (cristiani rinati). Dopo alcuni anni si trasferirono in una nuova cittadina della California, dove ogni giorno Mitzi si trovava a passare davanti a una chiesa cattolica. A volte c’era una liturgia in corso, e sentì di nuovo, e con forza, il richiamo della conversione. Un giorno non resistette più, prese il coraggio tra le mani ed entrò. La chiesa era dei gesuiti, e dopo molti colloqui e verifiche sull’autenticità della sua vocazione cattolica, in gran segreto la prepararono alla prima comunione. Di carattere mite, allegra e remissiva, sempre fin troppo pronta a dare ragione agli altri, fu la prima, e che io sappia l’unica, ribellione della vita di mia cugina. Sapeva che se fosse stata scoperta, sarebbe successo l’inferno. E infatti così fu. Il marito andò su tutte le furie; non solo la povera Mitzi subì la sua ira e indignazione, ma lui convocò a processarla gli Anziani della chiesa e del college Battista in cui insegnava. «Processare» qui non è una licenza linguistica, ma una descrizione calzante dell’evento. Brandendo la Bibbia, citandola capitolo e verso, e disponendosi a cerchio intorno a lei, novella Giovanna d’Arco, gli Anziani della chiesa protestante le sibillarono che «la moglie cristiana ha l’obbligo divino di sottomettersi al marito»; se si ribella al consorte e vuol fare di testa sua, «è peggio di una meretrice», e via di questo passo. Dopo una serie di questi processi e un diluvio di strali, pressioni, angherie e condanne, la povera perseguitata assiste pure, e per colpa sua, al licenziamento del marito dal college, per manifesta incapacità «di controllare la consorte» caduta nell’apostasia, e riportarla sulla retta via del protestantesimo integrale. La coppia era a tutti gli effetti sul lastrico, senza soldi, senza casa e senza lavoro, e senza prospettive immediate. Quando amici e parenti le chiedevano: «Mitzi, ma come farete?», lei rispondeva, con fiducia luminosa: «God will provide; he always has». («Dio provvederà, come ha sempre fatto»). E non si sbagliava.
L’esperienza della conversione, l’accoglienza in una comunità di cattolici carismatici, ha donato a Mitzi una pace interiore e una transcendenza gioiosa. La sua felicità nel sentirsi avvolta dal calore di credenti che condividevano la sua fede, mi ha riportato alla mente le parole di Thomas Merton, autore del classico della letteratura cattolica americana The Seven Storey Mountain («La montagna a sette piani», 1946). Il libro è il racconto della sua conversione cattolica, e della vocazione a entrare in un monastero trappista. Nato in Francia, laureato a Harvard, poeta e intellettuale, di ottima famiglia e benestante, Merton non aveva amici cattolici prima di diventare sacerdote. Poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, decide di fare un viaggio a Cuba, allora un Paese cattolicissimo. Quando s’immerge finalmente in quella società interamente composta da cattolici, dichiara di sentirsi «un miliardario spirituale». Altro che «autostima». Fin qui sono state individuate tre possibili strade per raggiungere la stima di sé. La prima è quella dell’allenatore (coach fa più fino, però) o guida o analista che con tecniche varie (letture, conversazioni terapeutiche, la temibile «programmazione neuro-linguistca» e altro) aiuta l’insicuro a individuare e correggere i sintomi, e nel caso della psicoanalisi, le cause della poca considerazione di sé. La seconda è quella dello status freak, come la sorella di Mitzi che pensava che la via più breve e naturale fosse il diploma, o del celebre romanziere F. Scott Fitzgerald, sempre molto attento al successo mondano. Quando era stato troppo tempo sulla Costa Azzurra a godersi la bella vita dopo l’uscita d’un libro acclamato, lo scrittore affermava: «È ora di scrivere un romanzo che incontra il favore di critici e pubblico, per poi ritornare a New York e farmi vezzeggiare con cene e festeggiamenti dalla migliore società». Sappiamo com’è finita per il geniale e sfortunato autore del Grande Gatsby e di Tenera è la notte: la moglie in manicomio, il declino dell’ispirazione e delle fortune letterarie ed economiche, e un alcolismo incontrollabile che lo ha portato alla tomba prima dei cinquant’anni. A nulla sono servite la precoce fama accompagnata dalla prosperità; non erano sufficienti, né potevano esserlo, per scrollarsi di dosso il senso d’inferiorità nei confronti dell’alta società, ricca, spensierata e nullafacente. La terza via è quella spirituale, la più difficile; a meno di non essere William James, studioso delle religioni e fratello del romanziere Henry, che dichiarava: «I will myself to believe», (Io m’impongo di credere). Chi sente il bisogno e ne ha voglia, può scegliere. Magari ci sono altre soluzioni al problema, oltre quelle prese in considerazione qui. Forse ci si chiederà se una lucida ed equilibrata opinione di noi stessi sia proprio indispensabile per una vita più armoniosa e appagante. Pare proprio di sì. Intendiamoci, non si sta affermando che l’autostima (grrrr, intervenga l’Accademica della Crusca, diamine!) sia la panacea di tutti i nostri mali; ma senza, ci si priverà del meglio della vita, e resteremo come bambini insoddisfatti in balia delle nostre emozioni, continuamente smarriti di fronte alla complessità della situazione.