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Hanno detto di lei

LIBERAL BIMESTRALE
a cura di Paolo Terenzi
Liberal Anno V numero 31 - Agosto - Settembre 2005

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Platone Menone (72 c - 73c)
unicità della virtù
Socrate - E così è anche per la virtù: anche se sono molteplici e di diversi tipi, tutte hanno una unica e identica forma, a causa della quale esse sono virtù, e verso la quale è bene che guardi colui che deve rispondere a chi domanda di spiegare che cosa mai sia la virtù. O non comprendi quello che dico?
Menone - Mi sembra di comprendere, tuttavia non capisco ciò che chiedi come vorrei.
Socrate - Forse ti sembra così solamente per la virtù, o Menone, cioè che diversa sia quella dell’uomo, diversa quella della donna e degli altri, oppure anche per la salute e per la grandezza e per la forza ti pare lo stesso? Ti sembra che sia diversa la salute dell’uomo e diversa quella della donna? Oppure è una identica forma dovunque, se veramente si tratta di salute, sia che si trovi nell’uomo sia un altro?
Menone - Identica mi sembra che sia la salute e dell’uomo e della donna.
Socrate - Dunque, anche la grandezza e la forza? Se una donna è forte, sarà forte per la medesima forma e per la medesima forza? E per la «medesima forma» intendo questo: la forza, in quanto forza, non differisce, sia che si trovi nell’uomo, sia che si trovi nella donna. O ti sembra che differisca in qualcosa?
Menone - A me no.
Socrate - E la virtù, in quanto è virtù, differirà in qualche cosa, a seconda che sia nel fanciullo, o nel vecchio, o nella donna, o nell’uomo?
Menone - A me sembra, o Socrate, che questo non sia più lo stesso rispetto a quelle altre cose.
Socrate - Ma come? Non dicevi che la virtù dell’uomo consiste nell’amministrare bene la città, e quella della donna nell’amministrare bene la casa?
Menone - Io sì.
Socrate - E si può fare ben governare la città o la casa o altro, senza governare in modo temperato e giusto?
Menone - No, certamente.
Socrate - Pertanto, se governano in modo giusto e temperato, governeranno con giustizia e con temperanza.
Menone - Necessariamente.
Socrate - Delle medesime cose, dunque, e l’uno e l’altra hanno bisogno, se intendono essere buoni, e uomo e donna, cioè di giustizia e di temperanza.
Menone - Sembra.
Socrate - E come sarà per il fanciullo e per il vecchio? Se sono smodati e ingiusti, potranno mai diventare buoni?
Menone - No certo.
Socrate - Ma se sono temperanti e giusti?
Menone - Sì. 
Socrate - Dunque, tutti quanti gli uomini sono buoni nella stessa maniera: infatti, diventando buoni, venendo in possesso delle medesime cose.
Menone - Pare. 
Socrate - E non sarebbero certo buoni nello stesso modo, se non fosse identica la loro virtù. 

Aristotele Etica Nicomachea (1103a-1103b)
Come si genera la virtù
Dato che la virtù è di due tipi, intellettuale e morale, la virtù intellettuale in genere nasce e si sviluppa a partire dall’insegnamento, ragione per cui ha bisogno di esperienza e di tempo; la virtù morale deriva dall’abitudine, da cui ha tratto anche il nome, con una piccola modificazione del termine ethos. A partire da ciò è anche chiaro che nessuna virtù morale nasce in noi per natura, dato che nessun ente naturale si abitua a essere diverso: per esempio una pietra che per natura si muove verso il basso prenderà l’abitudine di muoversi verso l’altro, neanche se qualcuno voglia abituarla lanciandola in alto migliaia di volte, né il fuoco prenderà l’abitudine di muoversi verso il basso, e nessun’altra cosa che è per natura in un certo modo potrà venire abituata a essere diversa. Quindi le virtù non si generano né per natura né contro natura, ma è nella nostra natura accoglierle, e sono portate a perfezione in noi e per mezzo dell’abitudine. Inoltre, nel caso di ciò che si genera in noi per natura, prima noi ne possediamo la capacità, e poi se esercitiamo le attività; ciò è chiaro nel caso dei sensi (infatti non acquistiamo i sensi relativi dal vedere molte volte o dall’udire molte volte, ma, al contrario, ce ne serviamo poiché li possediamo, non li possediamo poiché ce ne serviamo); invece acquistiamo le virtù perché le abbiamo esercitate in precedenza, come avviene anche nel caso di tutte le altre parti. Quello che si deve fare quanto si appreso, facendolo, lo impariamo; per esempio, costruendo si diviene costruttori e suonando la cetra, citaristi; e allo stesso modo compiendo atti giusti si diventa giusti, temperanti con atti temperanti, coraggiosi con atti coraggiosi. 

Seneca De vita beata (§§ 15-16). 
Virtù e felicità
«Tuttavia» dirai «che cosa impedisce di fondere insieme virtù e piacere in modo che il sommo bene risulti allo stesso tempo dignitoso e piacevole?». Ma una parte di dignità non può non essere degna e inoltre il sommo bene non sarà più integro se vedrà al suo interno qualche elemento meno che ottimo. Neppure la gioia che deriva dalla virtù, per quanto sia un bene, fa parte del bene assoluto e così la letizia e la tranquillità, anche se nascono dalle più nobili cause. Infatti è certo che questi sono beni ma non realizzano il sommo bene, ne sono solo la conseguenza. Chi mischia la virtù col piacere anche se non alla pari, indebolisce il vigore che c’è in un bene con la fragilità di un altro e manda sotto il giogo la libertà, che è imbattibile se non conosce qualcosa di più prezioso di se stessa. Infatti si comincia ad aver bisogno del favore della sorte e questa è la peggiore schiavitù. Ne consegue una vita piena di ansie, sospetti e trepidazioni, timorosa degli eventi e condizionata dalle circostanze. Tu non offri alla virtù una base solida e stabile, anzi, la costringi a una condizione precaria. E cosa c’è di più precario dell’attesa di eventi accidentali e della mutevolezza delle condizioni fisiche e di quello che sul corpo influisce? Come è possibile che quest’uomo possa obbedire a Dio, accettare di buon animo ogni evenienza, non lamentarsi del suo destino e trovare il lato positivo in ogni situazione se anche il più piccolo stimolo piacevole e doloroso può sconvolgerlo? E non può essere neppure un buon difensore o salvatore della patria né proteggere gli amici se tende al piacere. Dunque, il sommo bene deve salire fino a un luogo da cui nessuna forza possa farlo precipitare e a cui non abbiano accesso dolore speranza e timore né alcuna altra emozione che possa intaccare il valore del sommo bene. Ma soltanto la virtù può salire fin là. Dovrà vincere questa salita col suo passo, terrà duro e sopporterà ogni evento non con rassegnazione ma di buon grado, ben sapendo che le avversità della vita sono una legge di natura e, da buon soldato, sopporterà le ferite, conterà le cicatrici e, anche in punto di morte, trafitto dalle frecce, amerà il comandante per cui è caduto. Avrà sempre in mente l’antica massima: segui Dio. Invece chi si lamenta, piange e si dispera è costretto a forza a eseguire gli ordini ed è obbligato lo stesso a obbedire, anche controvoglia. Ma che sciocchezza è questa di farsi trascinare invece di seguire? Così, per Ercole, è stupidità e incoscienza della propria condizione affliggerti se qualcosa ti manca o ti è difficile da sopportare e stupirsi o indignarsi di quanto capita ai buoni come ai malvagi: intendo malattie, lutti, infermità e tutte le altre traversie della vita umana. Affrontiamo dunque, con grande forza d’animo, tutto quello che per legge universale dobbiamo sopportare. È un dovere che siamo tenuti ad assolvere: accettare le sofferenze umane e non lasciarsi sconvolgere da quello che non è in nostro potere evitare. Siamo nati sotto una monarchia: obbedire a Dio è l’unica libertà possibile. 

Tommaso d’Aquino Summa Theologica (I-II, q. 55, a. 4)
Se la virtù sia ben definita
Sembra che non sia buona la definizione che si è soliti dare della virtù, e cioè: «La virtù è una qualità buona della mente umana, con la quale rettamente si vive, e di cui nessuno malamente usa, e che Dio produce in noi senza di noi». (…) Questa definizione abbraccia perfettamente tutto ciò che è essenziale alla virtù. Infatti la perfetta nozione di una cosa si desume dalle cause di essa. Ora, la suddetta definizione abbraccia tutte le cause della virtù. E poiché la causa formale della virtù, come di qualsiasi altra cosa, si desume dal genere e dalla differenza di essa, nell’espressione «qualità buona», troviamo il genere della virtù nella qualità, e la differenza nella bontà. Tuttavia la definizione sarebbe più appropriata se al posto di qualità si mettesse abito, che è il genere prossimo (…) La bontà che è posta nella definizione di virtù non è il bene in generale, che coincide con l’ente, e che è più esteso della qualità: ma è il bene di ordine razionale, di cui Dionigi afferma, che «il bene dell’anima è d’essere secondo la ragione». La virtù non può trovarsi nelle parti irrazionali dell’anima, se non in quanto partecipano della ragione, come nota Aristotele. Perciò la ragione, o mente, è il soggetto proprio delle virtù umane. (…) Si può fare un cattivo uso della virtù come oggetto, cioè nel senso che uno può non stimarla, odiarla, oppure insuperbirsi di essa: ma se si considera come principio operativo, nessuno può farne cattivo uso, nel senso di rendere cattivo l’atto stesso della virtù. Le virtù infuse vengono causate da Dio, senza la nostra opera, però non senza il nostro consenso. È così che vanno intese le parole: «che Dio produce in noi senza di noi». Invece le operazioni che compiamo noi, Dio le causa in noi, non senza l’opera nostra: poiché egli agisce in ogni valore in tutta la natura. 

John Locke Saggi sulla legge naturale
dio, virtù e vizi
Poiché la presenza di Dio ci appare dovunque, e, per così dire, s’impone ormai allo sguardo degli uomini nella regolarità del corso della natura, come un tempo appariva evidente a causa della frequente testimonianza dei miracoli, credo non si troverebbe nessuno disposto a sostenere l’inesistenza di Dio, purché riconosca che la nostra vita deve avere una ragione, o riconosca la realtà di qualcosa che meriti il nome di virtù o di vizio. 

Immanuel Kant Critica della ragion pratica (§ 198)
virtù e sommo bene
Il concetto di sommo contiene già una ambiguità che, se non ci si bada, può cagionare dispute inutili. Sommo può infatti significare «supremo» o anche «perfetto». Suprema è quella condizione che a sua volta è incondizionata, cioè non subordinata a nessun’altra; perfetto è quel tutto che non è parte di alcun tutto maggiore della stessa specie. Che la virtù (cioè il meritare di essere felici) sia la condizione suprema di tutto ciò che comunque può apparire desiderabile - quindi anche di ogni nostra ricerca di felicità - e, quindi, che sia il bene supremo, è stato dimostrato nell’Analitica. Ma con questo essa non è ancora il bene totale e completo, come oggetto della facoltà di desiderare di essere razionali finiti; perché, per essere questo, dovrebbe aggiungervisi ancora la felicità; non solo agli occhi interessati dell’individuo, che fa di sé il proprio scopo, ma anche nel giudizio di una ragione imparziale, che considera la felicità in genere, nel mondo, come uno scopo in sé. Infatti, essere bisognevoli di felicità, e anche degni di essa, ma non esserne partecipi, non è cosa compatibile con il volere perfetto di un essere razionale, che avesse, al tempo stesso, potestà su ogni cosa (anche se noi ci rappresentiamo un tal essere solo per esperimento). In quanto, dunque, virtù e felicità insieme costituiscono, in una persona, il possesso del sommo bene - dunque, anche la felicità, ripartita esattamente in proporzione alla moralità (come valore della persona e sua dignità dell’essere felice) costituisce il sommo bene in un mondo possibile -, questo insieme significa il tutto, il bene perfetto; in cui, però, la virtù, come condizione, è sempre il bene supremo, non avendo altre condizioni al di sopra di sé, e la felicità è sempre qualcosa che, a chi la possiede, riesce gradita, però non è buona per sé solo assolutamente e sotto tutti i rispetti, ma presuppone sempre, come condizione, il comportamento morale conforme alla legge. 

Alexis de Tocqueville L’antico regime e la Rivoluzione
nel nome del bene pubblico
Credo che in nessun momento della storia si siano viste, in nessuna parte della terra, tante persone così sinceramente appassionate del bene pubblico e così veramente dimentiche dei loro interessi, così assorte nella contemplazione di un grande disegno, così risolute a mettere a repentaglio tutto ciò che gli uomini hanno di più caro nella vita e a fare uno sforzo per elevarsi al di sopra delle piccole passioni del cuore. 

Alasdair MacIntyre Dopo la virtù (cap. 14; 15)
virtù e vita buona
Una virtù è una qualità umana acquisita il cui possesso ed esercizio tende a consentirci di raggiungere quei valori che sono interni alle pratiche, e la cui mancanza ci impedisce effettivamente di raggiungere qualsiasi valore del genere. (…) Le virtù vanno intese come quelle disposizioni che non solo sorreggono le pratiche e ci consentono di raggiungere i valori interni a esse, ma ci aiutano anche nel genere di ricerca del bene che qui ci interessa permettendoci di superare i mali, i pericoli, le tentazioni e le distrazioni in cui ci imbattiamo, e ci forniscono una conoscenza crescente di noi stessi e del bene. L’elenco delle virtù comprenderà dunque le virtù necessarie per la conservazione dei tipi di comunità domestiche e politiche in cui uomini e donne possono dedicarsi insieme alla ricerca del bene, e le virtù necessarie per l’indagine filosofica sulla natura di quest’ultimo. Con ciò siamo giunti a una conclusione provvisoria circa la vita buona per l’uomo: la vita buona per l’uomo è la vita consacrata alla ricerca della vita buona per l’uomo, e le virtù necessarie per tale ricerca sono quelle che ci consentono di capire che cosa ancora e che cos’altro sia la vita buona per l’uomo. 
Giovanni Paolo II Veritas Splendor (n. 88) 
Il vero volto della fede
Urge recuperare e riproporre il vero volto della fede cristiana, che non è semplicemente un insieme di proposizioni da accogliere e ratificare con la mente. È invece una conoscenza vissuta di Cristo, una memoria vivente dei suoi comandamenti, una verità da vivere. Del resto, una parola non è veramente accolta se non quando passa negli atti, se non quando viene messa in pratica. La fede è una decisione che impegna tutta l’esistenza. È incontro, dialogo, comunione di amore e di vita del credente con Gesù Cristo, Via, Verità e Vita. Comporta un atto di confidenza e di abbandono a Cristo e ci dona di vivere come lui ha vissuto, ossia nel più grande amore a Dio e ai fratelli.
 

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