Dall'11 settembre, il tema dello «scontro di civiltà» è diventato qualcosa di più che un'efficace espressione di Samuel Huntington: è diventato il centro di una discussione variegata e ampia, tesa da una parte a spiegare l'attentato alle Torri gemelle e dall'altra a delineare una strategia di reazione. Spesso si è posto l'accento su alcune caratteristiche delle società islamiche che ci sembrano davvero intollerabili (la scarsa tutela della libertà religiosa, l'assenza di riconoscimento di diritti alle donne, eccetera), altre volte ci si è lanciati in elogi della civiltà occidentale che, mentre tacevano come sia il lager che il gulag fossero invenzioni della nostra civiltà e non di altre, cercavano di fatto di erigere a modello l'esistente. La socialdemocrazia europea e statunitense è stata immaginata come il punto di arrivo di un percorso cominciato nella Grecia antica e deviato con Gesù. Che questa sia una visione fumettistica della storia, è piuttosto evidente anche a chi ha care le nostre libertà: pensare allo svolgimento del tema della «civiltà occidentale» come una strada rettilinea che congiunge barbarie e progresso è piuttosto ingenuo, a voler essere gentili. È per questo che è particolarmente significativo l'ultimo libro curato dal Cidas di Torino, storico centro studi che tanto ha fatto - anche in anni davvero difficili - per la diffusione delle idee di libertà in Italia. Islam e Occidente (edito da un altro apripista del pensiero liberale: la Liberilibri di Macerata) riunisce le relazioni presentate all'ultimo convegno del Cidas, frutto del lavoro di pesi massimi come Besançon, Mathieu, Minogue, Pellicani, Salin, Nolte e Revel. La prefazione, veloce ma incisiva, è firmata da Sergio Ricossa.
Questo saggio a più voci del Cidas è interessante perché propone una difesa qualificata e intelligente del concetto di «Occidente», senza chiudere la porta a sue problematizzazioni. Per chiarezza liberale, brillano due interventi. Quello di Kenneth Minogue e quello di Pascal Salin. Kenneth Minogue, oggi professore emerito di Scienza politica alla London School of Economics, è un filosofo affermato, vicino per interessi e formazione a Michael Oakeshott. Nel suo contributo, utilmente distingue fra un «Occidente storico» («civiltà che ha stregato il mondo non solo con la sua inventiva tecnologica ma anche con la sua evidente tolleranza morale e sociale di una pluralità di forme di vita») e un «Occidente razionalista», ritagliato sul calco del «programma illuminista», politicamente corretto e convinto di essere chiamato a esportare la sua Giustizia ovunque nel mondo. La tensione fra i due è lungi dall'essere risolta, ed esplode invece giorno dopo giorno. Pascal Salin è uno dei maggiori economisti liberali del nostro tempo, ma da anni si occupa anche di questioni di filosofia politica. Egli è, in Europa, forse il maggiore esponente di una corrente di pensiero che ha avuto in Murray N. Rothbard il suo più grande campione. Salin è un libertario giusnaturalista, e per questo fonda la sua difesa delle società occidentali su un'«etica dei diritti» che pure ammette «doveri universali: io ho il dovere di rispettare i diritti altrui». Tali diritti sono diritti di proprietà, che aprono e chiudono il rubinetto del lecito. Il limite fra legale e illegale dovrebbe corrispondere alla differenza fra quanto un individuo fa «sul proprio e col proprio» e quanto fa invece violando la proprietà altrui. Questa è l'impalcatura giuridica della società libera - un'eredità di pensatori occidentali, senz'altro, ma che purtroppo solo in parte collima con i sistemi politici oggi vigenti nei nostri Paesi.
Aa. Vv., Islam e Occidente, a cura del Cidas, Liberilibri, 140 pagine, 12,00 euro