Cosa viene insegnato ai bambini musulmani delle scuole saudite ed egiziane, soprattutto in merito all'argomento «infedeli», riferendosi in particolar modo a tradizionali concetti come «il jihad e il culto del martirio»? Alla 56ª sessione della Sottocommissione delle Nazioni Unite sui diritti umani - la nostra Association for World Education fece circolare tra i suoi 26 membri e tra parecchi osservatori di Organizzazioni non governative due rapporti di cento pagine ciascuno sui libri di testo scolastici, a cura del Jerusalem Center for Monitoring the Impact of Peace (Cmip), contenenti The West, Christians and Jews in Saudi Arabian Schoolbooks (2003) e Jews, Christians, War and Peace in Egyptian School Textbooks (2004). Va sottolineato che i libri di testo costituiscono uno dei mezzi fondamentali attraverso cui una nazione trasferisce alle generazioni più giovani una certa visione del mondo, sancita in base a dei parametri stabiliti dall'establishment scolastico. Come tali, essi aprono una finestra su ciò che un sistema scolastico di uno specifico Paese desidera instillare nelle menti degli studenti. Ecco i risultati dell'analisi del Cmip di 93 libri di testo scolastici, databili per la maggior parte tra il 1999 e il 2000, e il 2001 dell'Arabia Saudita. L'indagine sui libri di testo sauditi include una panoramica sulla cristianità e l'Occidente. In Arabia Saudita, l'Islam viene presentato come la sola autentica religione, mentre tutte le altre vengono mostrate come false. L'Islam conduce i suoi seguaci in Paradiso, mentre tutte le altre portano i loro credenti alla distruzione nell'Inferno. Ai bambini sauditi viene insegnato che come musulmani sono degli essere superiori, sia in questo mondo che nel prossimo. I cristiani e gli ebrei sono esplicitamente dichiarati infedeli e definiti come nemici dell'Islam e dei musulmani. Non andrebbero aiutati né emulati in alcun modo, dal momento che ciò è severamente proibito. L'Occidente è la fonte del male che ha afflitto il mondo musulmano. La democrazia occidentale è respinta in toto. Quanto agli «ebrei», il documento cita dei riferimenti religiosi che li raffigurano come una nazione malvagia, nei rapporti tenuti con arabi e musulmani e nel contesto storico mondiale. Pertanto sarebbe desiderabile la loro scomparsa. Israele non viene riconosciuto come Stato e non è perorata una soluzione di pace in Medio Oriente. Piuttosto, guerra, jihad e culto del martirio vengono dipinti come un obbligo religioso. Persino il secolare testo I Protocolli dei Savi Anziani di Sion viene considerato con enfasi un'opera attendibile. Una versione francese del documento del Cmip sui testi scolastici sauditi contiene una prefazione di Antoine Sfeir, direttore dei Cahiers de l'Orient e autore di Dictionnaire mondiale de l'Islamisme in cui si legge il seguente ammonimento: «In un momento in cui la minaccia terroristica fondamentalista rivolta all'Europa è sempre più palese, è necessario comprendere appieno una delle sue componenti fondamentali: l'ideologia islamica wahhabita. Questa ideologia, il cui principale obiettivo è la civiltà occidentale (vale a dire, democrazia e modernità), è conosciuta solo da pochi specialisti. Essa sembra essere prevalentemente ignorata dai media e dalla classe politica».
Passiamo ora all'analisi del Cmip di 103 libri di testo scolastici, databili per la maggior parte a partire dal 2002 e alcuni dal 1999 al 2001, dell'Egitto. All'ultima Sottocommissione delle Nazioni Unite sui diritti umani, la nostra associazione decise di limitarsi a presentare il documento redatto dal Cmip riguardante solo l'Egitto per evitare controverse questioni politiche come «il processo di pace in Medio Oriente» e si occupò esclusivamente di un argomento cruciale: come vengono insegnati «il jihad e il culto del martirio» nei libri di testo delle scuole primarie, preparatorie e secondarie in Egitto. Una descrizione di jihad tratta da un libro di testo del collegio al-Azhar adottato in una undicesima classe fornisce un'interpretazione convincente: «[Uno] dei precetti che gli studiosi [religiosi] hanno tratto da quei versetti [coranici] è il seguente: l'obbligo di combattere gli infedeli con estrema forza e vigore finché questi non diventeranno deboli, i loro Stati svaniranno e si sottometteranno al dominio della legge islamica». Ed è ancora il programma didattico di al-Azhar che arriva alle cause di queste lezioni cruente, fornendo agli studenti dell'undicesima classe delle pie giustificazioni in merito ai motivi per i quali decapitare gli infedeli: «Quando li incontrate per combatter[li], non fatevi prendere dalla compassione [nei loro confronti], ma tagliate loro il collo con accanimento... Tagliare il collo significa combattere, poiché spesso si uccide qualcuno mozzandogli il capo...». Questa espressione contiene una durezza e un'enfasi che non sono contenute nel semplice verbo «uccidere», poiché essa descrive l'atto di uccidere nel modo più turpe possibile, ad esempio «tagliando il collo e prendendone la testa». Fu questo il tragico destino del giornalista Daniel Pearl morto tre anni fa in Pakistan, decapitato secondo una tradizionale tattica jihadista, che ben presto divenne «ordinaria» in Iraq, dove circa 200 stranieri vennero rapiti e tenuti in ostaggio nel 2004, tattica ancora adottata oggi. Trenta ostaggi civili sono stati macellati come pecore (come con gli armeni un secolo fa), venti dei quali ritualmente decapitati da Abu Musab al-Zarkawi, mentre adepti incappucciati consacravano il rituale urlando solennemente davanti alla videocamera: Allahu Akbar! Un altro testo scolastico fornisce ai giovani «martiri jihadisti» una giustificazione per queste efferatezze: «Incoraggiare il fedele a fare jihad nel sentiero di Allah, decapitare gli infedeli, renderli prigionieri, abbattere il loro potere e rendere le loro anime piene di paura (...) Guardate alle Sue [di Maometto] parole: "Quando incontrate in battaglia gli infedeli mozzate loro la testa e, quando li catturate, legate ben stretti i vostri prigionieri. Poi concedete loro la libertà o esigete un riscatto da loro, finché essi non avranno pagato il riscatto di guerra"». Studiosi islamici e jihadisti sono consapevoli che il decapitare gli infedeli viene spesso associato dai giuristi islamici a un metodo jihadista simile alla guerra. Il testo classico è quello di al-Mawardi, il celebre giurista shafi'i (scuola giuridica rappresentativa dell'Islam sunnita) di Baghdad che visse nell'Undicesimo secolo: «il più giudizioso dei Qadis».
L'aver incluso nel nostro documento questo truce esempio tratto dagli insegnamenti religiosi di al-Azhar impartiti nelle scuole egiziane venne considerato dal rappresentante sudanese della Sottocommissione come un atto «blasfemo». Uno dei 26 membri (Abdul Sattar del Pakistan) si lamentò invano di «un punto in questione» chiedendo al presidente, Soli Sorabjee (India), di evitare un nostro intervento orale su quell'argomento. Poi, Faisal Niaz Tirizi (il rappresentante del Pakistan) concesse un indignato «diritto di replica» condannando il testo scritto dell'Ong che egli definì una «diffamazione dell'Islam». Tirizi asserì che: «L'Islam era una religione di pace raggruppante 1,5 miliardi di persone al mondo ed era inaccettabile che questa religione dovesse essere così disprezzata» e aggiunse che il suo governo avrebbe agito a tutela degli organi delle Nazioni Unite, come la Sottocommissione, per evitare simili abusi. Questa pubblica calunnia - una forma di fatwa «secolare» delle Nazioni Unite - venne ripetuta dal rappresentante pakistano in un'insolita dichiarazione pronunciata tre giorni dopo nel corso del meeting conclusivo, parlando a nome dei 56 Stati membri dell'Organizzazione della Conferenza islamica (Oic). Il «culto del martirio» inteso come il risultato del «jihad nel sentiero di Allah» è un valore che viene esaltato nei libri di testo egiziani. Tali libri danno una definizione del martirio, parlano della sua elevata posizione agli occhi di Allah e della ricompensa che avrà in Cielo, e forniscono agli studenti esempi di eroico martirio sia nella storia islamica che in quella moderna, evidenziando varie espressioni di disponibilità a tale azione. In questo contesto, vale la pena ricordare che il motto della Fratellanza musulmana d'Egitto, fondata nel 1928, è una licenza per «il martirio jihadista»: «Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad il nostro mezzo. Morire sulla via di Allah è la nostra suprema speranza». Ciò è identico a quanto sancito dall'art. 8 dello Statuto di Hamas, che all'art. 2 stabilisce che essa è «uno dei bracci del Movimento della Fratellanza musulmana in Palestina». Le conclusioni a cui giunge l'art. 7 in merito al destino ultimo degli ebrei in base a un hadith (un presunto «detto» di Maometto) sono razziste e genocide. Sin dal 1989, ho parlato di questo Statuto genocida - esso diffonde altresì I Protocolli dei Savi Anziani di Sion - agli organi delle Nazioni Unite, ma senza sortire nessun effetto, e Hamas non è mai stata condannata da nessun organo delle Nazioni Unite. Al contrario, nel corso dei lavori della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani del 2004 ebbe luogo un meeting speciale in onore dello sceicco Yassin, fondatore e leader spirituale di Hamas che partecipò alla redazione dello Statuto.
In tutti i libri di testo del sistema scolastico religioso e statale egiziano, l'immagine degli ebrei - nel corso della storia e al presente - risulta essere molto negativa. A eccezione di Albert Einstein e ad alcune figure bibliche tradizionalmente considerate musulmane, nessun ebreo viene descritto in termini positivi. L'Egitto potrebbe essere un esempio di educazione ai diritti umani per il mondo arabo. La condizione dell'Egitto in seno al mondo arabo è unica. Esso riveste una posizione tale da costituire un esempio per tutti gli altri Paesi arabi verso una situazione di pace e stabilità nella regione. Alcune delle conclusioni tratte dai testi scolastici sono positive, ma altre deludono ed altre ancora sono scioccanti. Questi manuali non sono in varie parti conformi agli standard educativi dell'Unesco, come ci si sarebbe aspettato da un Paese che riveste una speciale posizione in seno all'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Istruzione, la scienza e la cultura sia in Medio Oriente che a livello mondiale. Gli insegnamenti didattici su «jihad e il culto del martirio» e gli atteggiamenti da assumere verso «gli altri», siano essi i dhimmi «protetti» ebrei o cristiani oppure altri infedeli, contenuti in questi libri di testo delle scuole statali o di Al-Azhar sono diametralmente opposti agli standard delle Nazioni Unite e a quelli della Dichiarazione internazionale dei diritti umani. Nel mondo arabo vi sono però altre voci che si fanno sentire sempre più, dirette contro queste rigide attitudini. Abbiamo spesso dichiarato alle Nazioni Unite che «coloro i quali commettono simili efferatezze in nome dell'Islam macchiano seriamente la sua reputazione agli occhi del mondo» - e abbiamo chiesto invano che gli organi delle Nazioni Unite agissero a riguardo. Ma non dovremmo mai disperare di attuare un cambiamento dei cuori e delle menti, alla ricerca di democrazia, di pace e di una reale riconciliazione con gli «altri», grazie all'istruzione e parlando di questi argomenti. Un esempio: ai delegati egiziani e sauditi non fece piacere veder circolare nel corso dell'ultima riunione della Sottocommissione delle Nazioni Unite i documenti riguardanti gli insegnamenti che fomentavano l'odio in seno alle loro scuole, e in particolar modo i delegati non gradirono che questo argomento fosse oggetto del nostro rapporto scritto e verbale. Il delegato egiziano respinse totalmente quanto da noi asserito con una consueta invettiva personale ma quello saudita mostrò preoccupazione. Nel giro di un mese - forse si è trattato di una coincidenza - all'inizio dell'anno scolastico saudita, i dirigenti scolastici invitarono gli insegnanti a non disseminare idee estremiste tra i loro alunni.
Adesso è arrivato il momento di esaminare in modo sistematico i libri di testo utilizzati da tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, specie quelli dei 53 membri della Commissione sui diritti umani. A riguardo, il compianto alto commissario per i Diritti umani, Sergio Vieira de Mello, alcuni mesi prima di venire ucciso insieme a 21 colleghi nel quartier generale di Baghdad, ebbe il coraggio di caldeggiare una riforma. La sua proposta venne applicata a Stati come l'Egitto e il Sudan, due dei 53 Paesi membri dell'attuale 61ª sessione della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani (2005), e altresì ad altri ex Stati membri come l'Arabia Saudita e la Libia, i cui ambasciatori presidevano la 59ª sessione (2003) e altri ancora. Finché la Commissione sui diritti umani e altri organi in materia, in particolar modo l'Unesco, non affronteranno l'evidente uso scorretto dei libri scolastici sauditi ed egiziani - e non solo - diretti all'insegnamento dell'odio etnico-religioso, accompagnato da un'ideologia guasta a livello religioso di «jihad e culto del martirio nella via di Allah», allora ci sarà poco da sperare di poter ottenere la pace e la riconciliazione tra popoli e religioni del mondo. L'ideale sarebbe che tutti questi sistemi che insegnano l'odio cedessero il passo a un generale processo di democratizzazione e di osservanza della Dichiarazione internazionale dei diritti umani - non solo riconoscendo il diritto al voto - e di rispetto dei diritti dell'uomo e di tutte le minoranze etniche e religiose: ciò che viene definito «fare strada alla democrazia». Concludo prendendo a prestito da un memorabile discorso tenuto da Winston Churchill il 20 agosto 1940 alla Camera dei Comuni, le parole che egli scelse per rendere un indimenticabile tributo ai piloti della Raf britannica nella vittoriosa Battaglia d'Inghilterra: «Mai nella storia dei conflitti umani così tanto è stato dovuto a così pochi». Per poi concludere i suoi cinquanta minuti di discorso riferendosi al futuro fiorire delle democrazie dei popoli di lingua inglese: la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Quella simbolica immagine churchilliana potrebbe prendere forma una volta che il male, nemesi rovinosa - l'ideologia jihadista e «il culto degli attentati suicidi» - verrà sommerso, ne sono sicuro, da tutte le nostre preghiere e presto diventerà una solida onda di democrazia e democratizzazione in Medio Oriente. Ecco cosa diceva Churchill: «Come il Mississipi, scorre lentamente. Lasciamolo scorrere. Lasciamolo scorrere in piena forza, inesorabile, irresistibile, benigno, verso terre più prospere e giorni migliori».
(Traduzione di Angelita La Spada)