Nel confronto tra democrazie e jihadismo, le democrazie occidentali hanno scelto due direzioni opposte. Gli Stati Uniti hanno dato un nome al nemico chiamandolo esplicitamente terrorismo islamico, mettendo pertanto a punto una strategia. L'Europa, a eccezione di quei Paesi alleati degli Stati Uniti, ha negato l'esistenza del terrorismo islamico. I politici francesi hanno asserito che il problema era l'America e che andava contenuto. Le fonti del terrorismo erano costituite dall'America e da Israele, non dall'ideologia jihadista. Solo nel febbraio 2004, Joska Fisher ha finalmente sputato fuori l'indicibile verità: «terrorismo islamico». Dopo l'attacco terroristico di Madrid, il governo Aznar è caduto e Zapatero ha dichiarato in un discorso implorante che il terrorismo andava combattuto con la pace e non con la guerra. Per cui, l'aggredito doveva deporre le armi e chiedere la pace. Per chi conosce la storia del jihad, l'unica pace concessa agli infedeli è che loro si sottomettano, e ciò l'ho definito dhimmitudine. La dhimmitudine è il sistema di inferiorità e umiliazione imposto alla popolazione non-musulmana sottomessa dal jihad. Questa politica sommessa è perfettamente in linea con quella di Romano Prodi, l'ex presidente della Commissione europea, che nell'ottobre 2003 ad Alessandria ripeté la magica frase: «Gli europei non credono in nessuno scontro di civiltà», prima di scusarsi con i Paesi arabi per l'allargamento europeo. Per di più, in tutte le città europee, le folle gridarono il loro odio contro l'America e Israele e la loro solidarietà verso Saddam Hussein e Arafat, mentre i media condussero un'inesorabile campagna antiamericana e antisemita. È come se l'Europa e i Paesi arabi condividessero la stessa politica e la stessa cultura, formando una sorta di blocco alla guerra, contrario all'America e a Israele, entrambi accusati dai leader europei di alimentare il terrorismo a livello mondiale. In effetti, queste dimostrazioni di solidarietà da parte dell'Europa verso gli arabi furono una semplice tattica di autoconservazione, per difendersi dal terrorismo jhadista. Già nel gennaio 2001, quando Arafat dette il via al jihad palestinese, Chris Pattern annunciò che l'Europa doveva a tutti i costi aumentare la visibilità della sua partnership con il sud del mondo. Il che significa i Paesi arabi.
Questa difformità politica presentata dalle democrazie prese di mira dal terrorismo e, di conseguenza, la linea di demarcazione transatlantica e il conflitto in seno all'Europa stessa, ebbero origine negli anni Settanta, quando l'Europa venne presa di mira dal terrorismo palestinese. In reazione a ciò, Francia e Germania formularono una nuova strategia e una nuova ideologia. Questa ideologia, «l'Eurabia», immaginava la creazione di un blocco euro-arabo e una fusione delle due sponde del Mediterraneo. Il blocco sarebbe stato un rivale e un contrappeso all'America e avrebbe supportato in toto l'Olp, Arafat e la politica araba verso Stati Uniti e Israele. Il boicottaggio del petrolio, dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973, fu il pretesto per avviare un Dialogo euro-arabo che doveva condurre, attuare e controllare la trasformazione politica, demografica e culturale dell'Europa in seno all'Eurabia. Il Dialogo euro-arabo è un ombrello di organizzazioni che ingloba numerose strutture che regolano i rapporti tra l'Europa e i Paesi arabi in ogni settore. Queste strutture corrispondono ad accordi non ufficiali gestiti da trent'anni ad alto livello da parte dei ministri degli Esteri europei e arabi, dal presidente della Commissione europea e dal segretario generale della Lega Araba. Gli accordi vertono sulle condizioni dell'immigrazione araba in Europa; sulla fornitura di petrolio e sui mercati arabi; sullo sviluppo e sull'industrializzazione dei Paesi arabi; sulla cooperazione tra sindacati, mezzi di comunicazione, giornalisti, artisti, scrittori, mezzi radio-televisivi, accademie, università, organi stampa europei e arabi e su una diplomazia congiunta che si avvale della collaborazione di Organizzazioni non governative (Ong) e di forum internazionali. Vennero creati degli strumenti per attuare questa politica in seno alla Comunità europea. Quello principale fu costituito dall'Associazione europea dei parlamentari per la collaborazione euro-araba, istituita a Parigi nel 1974. Essa riuniva i parlamentari dei principali partiti europei della Comunità europea ed era collegata alla Commissione e alla presidenza europea. Il suo compito consiste nell'assecondare le richieste arabe e incrementare la collaborazione tra le due parti. Vennero creati altri strumenti a sostegno delle attività culturali, di propaganda e di aiuti finanziari, come Medea e Meda, entrambi parte del Partenariato mediterraneo. Si parla di Eurabia nella Dichiarazione di Barcellona del 1995 ma principalmente nel Dialogo tra i popoli e le culture nell'area europea, redatto su richiesta di Romano Prodi nell'ottobre 2003, che descrive la totale fusione del mondo europeo e arabo.
L'Eurabia è, dunque, un progetto strategico edificato su due pilastri: l'antiamericanismo e l'antisionismo. Erano queste le due condizioni, dapprincipio formulate al Summit arabo di Algeri del novembre 1973 e, in seguito, al primo incontro euro-arabo svoltosi al Cairo nel 1975, che resero pubblica una Dichiarazione basata su quegli indirizzi. Negli incontri euro-arabi, la parte araba si è costantemente rifatta a quei punti, collegando la fornitura di petrolio a una politica europea anti-israeliana e al sostegno ad Arafat e al jihad palestinese. Al Summit euro-arabo di Amburgo del 1983, Genscher, allora ministro degli Esteri tedesco, asserì che la Dichiarazione del Cairo costituiva un documento che teneva unite le due parti. Ma l'Eurabia è altresì un progetto ideologico, demografico, economico, culturale e religioso. L'immigrazione araba e musulmana verso l'Europa è parte integrante della costituzione dell'Eurabia, non solo attraverso la trasformazione demografica della popolazione europea, ma anche grazie a una trasformazione culturale per la continua evoluzione - tramite accordi - dei centri culturali e religiosi arabi e musulmani; all'insegnamento di storia mediorientale da parte dei docenti arabi nelle università europee; e al rimpiazzo della visione europea della storia da parte di quegli arabi che occultano la storia del jihad e la dhimmitudine. A dire il vero, il jihad culturale che sta silenziosamente prendendo piede nelle università da oltre un ventennio è una islamizzazione della cultura europea. Esso afferma che la civiltà arabo-islamica è la fonte della cultura europea ed è superiore alla civiltà europea. Il progetto religioso immagina, attraverso il dialogo interreligioso, una riconciliazione tra musulmani e cristiani sulle ceneri di Israele. E attraverso la teologia islamica di rimpiazzo - in particolar modo quella palestinese - la separazione del cristianesimo dalle radici ebraiche, inserendo nei testi il Gesù musulmano arabo-palestinese del Corano al posto del Gesù ebreo dei Vangeli.
Messa di fronte allo stesso terrorismo jihadista, l'America - rimasta fedele ai suoi valori giudaico-cristiani e alla sua cultura - ha dato un nome al nemico e ha sviluppato una strategia difensiva contro di esso, mentre l'Europa, aggredita dal terrorismo palestinese negli anni Sessanta-Settanta, si è immediatamente arresa. La Comunità europea ha conferito una certa legittimità all'Olp - e pertanto alla sua guerra terroristica; l'ha finanziata e le ha offerto supporto morale, come era stato chiaramente sollecitato dal delegato iracheno all'incontro euro-arabo di Rimini del 1979, qui in Italia. Ha avviato con i regimi jihadisti una politica di stretta collaborazione in ogni settore, ha aperto generosamente i propri confini all'immigrazione araba, ha tradito l'America e Israele, sperando che abbracciando il mondo arabo avrebbe trovato quella sicurezza che era riluttante a difendere utilizzando dei mezzi più coraggiosi. Nella visione islamica, l'Europa è diventata una terra di tregua temporanea e di pace condizionata, che durerà finché essa permetterà all'Islam di evolversi liberamente sul suo territorio e finché funga da mercenaria per gli interessi jihadisti. L'Eurabia è diventata per i fondamentalismi islamici un'oasi da dove poter tramare le loro attività terroristiche antiamericane e condurre la loro propaganda anti-israeliana. L'Eurabia condivide con i Paesi arabi una cultura di odio contro l'America e Israele. L'Europa è minata dal palestinianismo, una setta che incarna molti aspetti del nazismo, in particolare la centralità del fatto che il giudaismo e Israele vengono considerati come una forza del male a livello mondiale. Il palestinianismo è fondamentalmente un jihad genocida contro i popoli della Bibbia. Poiché nella giurisdizione islamica ebrei e cristiani hanno esattamente lo stesso status, il jihad contro Israele, che è incoraggiato, supportato e finanziato dall'Unione europea, prende di mira e delegittima anche i cristiani. L'Eurabia è una forza di caos e di sovversione, diretta contro se stessa, è una nuova terra di dhimmitudine dove i leader elemosinano la pace e sborsano miliardi per la loro sicurezza.
(Traduzione di Angelita La Spada)