«Che l’orrore sia anche una categoria estetica»? Oltre il Sublime? I «librini», all’apparenza, di Jean Clair sono sempre più importanti ed epocali di quanto appaiono (come l’ultimo, sulle avanguardie, non recensito in Italia, da nessuno, perché decapitava troppi luoghi comuni e smascherva rispettabilità fasulle). Chiaro il riferimento a Rilke: «Perché il bello non è che il tremendo al suo inizio». L’indagatore di misteri estetici (perché mai si sente il bisogno di duplicare in pittura l’indicibile, l’inafferrabile. Per sfidare la Morte?) ha a disposizione un artista complesso come Music, che è tornato, uno dei pochi, da Dachau e ha il coraggio d’interrogarsi su un problema nodale, moral-estetico. Come mai, nel campo Anus Mundi (ov’è giunto, non come politico, ma per una risata sventurata, in faccia a chi gl’imponeva di arruolarsi nelle SS, quale ariano jugoslavo di bella comporatura: il Potere non sopporta l’ironia...) ebbene, come mai, di fronte a questo orrore insostenibile e quotidiano della concentrazione, ove i volti non hanno più diritto di esistere e l’identtà è cancellata, come mai ha trovato ancora la forza (l’abiezione) di procrastinare la sua missione di disegnatore? Altro che l’interrogativo (superato, ormai) di Adorno: «Com’è possibile fare ancora arte dopo Auschwitz?». In effetti, Music non è un letterato, come Primo Levi o Antelme («ognuno porta gli occhi come pericolo») che ricorda e testimonia «dopo». Ma è un pittore che disegna durante, drammaticamente consapevole dell’orrore di vivere sulla pelle il «fascino» dell’orrore, di attraversarlo e restituirlo (e racconta anche, con inesorabile sincerità di vecchio vero che talvolta sogna, con innegabile nostalgia, il piacere estetico di quell’orrore). Certo, disegnatori di prigionia, da Carpi a Novello, da Burri al critico Carluccio, ne conosciamo molti. Ma Music era un sopravvissuto, coartato a disegnare in loco, anche se rischiava la vita a ogni tratto, rubando la carta d’impacco al lavoro, nascondendola nella camicia, dentro la sua macchina di tornitore, sottoposta a perquisizioni: un suicida dell’inchiostro annacquato. Per avere sempre con sé il «sangue» dell’ossessione di duplicare, nemmeno di testimoniare.
Suggerisce Clair, con una splendida espressione di sottile connivenza: «Li portava negli occhi come si porta in braccio un cadavere. Disegnandoli rendeva loro l’ultimo omaggio». Forse, come pensava Heidegger, l’arte era un modo di custodire l’essere, di dare un volto a dei numeri divenuti spersone. Ma giustamente Clair spiega che Music era capace di figgere gli occhi in quell’universo del macabro (quelle cataste di cadaveri ammonticchiati come legno, che scricchiolano ancora di vita... «una pianura di corpi... un paesaggio, indicibile. Nemmeno un pittore può descriverlo») perché è stato come educato a quella scuola dell’orrore, dapprima scoprendo Bosch al Prado, poi esercitandosi come erede della Secessione viennese, Klimt, Schiele, Boeckl, ma anche Kokoschka: «la mia famiglia spirituale». «Egli ha veduto, perché era stato come educato». E c’è in Platone una figura-prototipo emblematica, quella di Leonzio, che passa accanto a dei cadaveri, e distoglieva gli occhi per ripugnanza, ma a un tempo non sapendo resistere cede, urlando: «Ecco, sventurati, saziatevi di questo bello spettacolo!». Così, l’arte contemporanea. Un libro nero e bellissimo.
Jean Clair, La barbarie ordinaria. Music a Dachau, Umberto Allemandi, 109 pagine, 18,00 euro