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La prigione di Petroni rifiutata dagli editori |
LIBERAL BIMESTRALE di Leone Piccioni Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005
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L’editore Feltrinelli nell’Universale Economica ristampa Il mondo è una prigione di Guglielmo Petroni. Bellissimo libro! Ma al suo apparire tanti furono gli ostacoli e le diffidenze da parte della sinistra italiana, che controllava allora molte case editrici. Scritto nel ’45, fu rifiutato dagli editori, anche da Einaudi. Nel 1948 apparve nel primo numero della rivista Botteghe Oscure e finalmente nel ’49 fu pubblicato da Mondadori. Successivamente vi furono altre edizioni. Quando il libro uscì per la prima volta, Emilio Cecchi, che curava il supplemento letterario dell’Illustrazione italiana, chiese a me di recensirlo. Cecchi lo amava e anch’io ne fui molto
molto colpito, sebbene nella mia giovane età di allora potevo forse aver effettuato una lettura non completamente approfondita. Scriveva Petroni: «Considero più che giustificato lo stato d’animo che allora fece sì che, anche a molti ch’io stimavo, il libro apparisse segnato da un’ombra di tiepidezza; anzi si disse, da un vago sentore di disfacimento». Stefano Giovanardi, che ha scritto una bella postfazione, spiega meglio l’andazzo culturale del momento: «Nel clima manicheo del dopoguerra, nel periodo di massima diffusione, a sinistra, del dogma neorealista e resistenziale, che tendeva a ridurre la letteratura a propaganda e i personaggi a santini unidimensionali trasudanti eroismo e buoni sentimenti, che spazio poteva trovare il libro di Petroni?». Furono in pochi a reagire e mi fa piacere sapere che uno scrittore come Vasco Pratolini si rivolse all’amico Petroni scrivendo: «Tu hai scritto per tutti noi le parole che dovevano essere scritte su di noi. Tu hai reso conto, da una posizione la più sprovveduta e forse proprio per questo la più moralmente lucida, di una generazione di intellettuali». Qual era il rimprovero che si faceva a Petroni? Di non aver scritto un libro sulla resistenza dei partigiani, di non aver esaltato quelle gesta, di non aver fatto, in una parola, propaganda. Petroni ci vuole raccontare il suo dolore e, dopo tanta sofferenza, il suo distacco. Ci racconta la sua odissea dopo essere stato catturato dai tedeschi perché in possesso di materiale di propaganda antitedesca. Ci racconta della cattura, del periodo passato a via Tasso (dove gli antifascisti venivano torturati) e poi del passaggio al carcere di Regina Coeli fino alla liberazione. Ci racconta anche, nell’immediato dopoguerra, di un suo viaggio fatto quasi tutto a piedi da Roma a Lucca, sua città natale, e ci dice con che crudeltà fu accolto, quando chiedeva riparo, acqua per bere o un tozzo di pane, dai contadini toscani e in genere, per la sua esperienza, dagli abitanti di una regione pure così bella. A un certo momento della sua esperienza, Petroni quasi non chiede più di tornare tra la gente normale: in cella ha ascoltato con una certa indifferenza i progetti punitivi sul suo futuro, con serenità anche lo spettro della fucilazione. «Mi sentivo ingigantire nel cuore il fastidio di tornare tra gli uomini, sentivo una fortissima attrazione per i giorni trascorsi nelle luride celle. Dunque la prigione, la libertà non sono vera prigione, vera libertà? È forse il mondo stesso una prigione? Siam forse noi stessi la nostra prigione oppure è soltanto in noi la nostra libertà?». E ancora, concludendo: «Sempre letteratura pensavo tra me: non sono altro che un letterato e questo pensiero che oggi è l’unico che sa sostenermi, mi parve vano e triste».
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