LIBERAL BIMESTRALE di Maria Pia Ammirati Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005
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La letteratura, e in particolare il romanzo, ha da sempre reso omaggio alle città, vuoi descrivendole come grandi scenari su cui far svolgere le azioni, vuoi immaginandole come protagoniste o macchine stesse delle storie. Da acuto analista dei fatti letterari qual era, Italo Calvino non ha mancato di occuparsi della questione facendo in uno dei suoi libri più famosi e citati, Le città invisibili, l’elogio delle città inventate e assurte a protagoniste, viaggio fiabesco attraverso la ricostruzione minuziosa di luoghi che eludono sempre la realtà. Nel leggere l’ultimo libro di Alessandro Banda non si può fare a meno di citare (e pensare) Le città invisibili, anche a costo di farla passare come un’analogia un po’ ovvia. La città dove le donne dicono di no è un romanzo che definisce l’accento sapienzale della narrativa dello scrittore di Bolzano. I precedenti romanzi di Banda ci avevano già fatto capire che si poteva scommettere su una qualità della scrittura e dell’invenzione romanzesca tenute insieme da un ferreo e lucido pensiero, come nel caso di La verità sul caso Caffa, biografia immaginaria di Franz Kafka uscito nel 2003. Ora Alessandro Banda ce ne dà una nuova prova eleggendo a protagonista del suo ultimo libro la città immaginaria di Meridiano. Una città, come scrive in maniera reiterata nella premessa lo scrittore, che non esiste. E torniamo quindi a Calvino, ai suoi luoghi immaginari, alle sue città invisibili: «Le descrizioni di città visitate da Marco Polo avevano questo dato: che ci si poteva girare in mezzo col pensiero» Città da ri-creare col pensiero, dunque, intrecciate da sottilissime elaborazioni che fruttano sogni rigorosi, visionarie passioni di luoghi del ricordo, della memoria, che sospendono tempo e geografie reali, città che vivono nelle proprie descrizioni e nelle proprie parole. E Meridiano, che razza di città è questa inventata da Banda? Intanto è una sola città e non le tante evocate dal narratore di Calvino (Isidora la città dei sogni, Anastasia la città del desiderio, Zora la città che non puoi dimenticare, e poi Zobeide, Cloe, Pirra, Eusapia, Bersabea ecc.), è una città che «se esistesse realmente, sarebbe un luogo archetipico, un luogo mentale, o dell’anima - o di ciò che chiamiamo anima», quindi uno spazio immaginario anche questo ma con una differenza radicale da quelli calviniani: Meridiano è un luogo feroce, cattivo, difficile, angoscioso, lugubre come può solo esserlo una città vera, reale e descritta minuziosamente nelle sue nevrosi. Noi ci troviamo di fronte a un’anatomopatologia del luogo, disanima e dissezione dello spazio che ci circonda e che pure non esiste realmente. Meridiano è così, è abitata da persone che non si salutano - «i meridianesi sono noti, tristemente noti, per la loro assenza di cordialità» - e fatta di chiese che sono «deprimenti. Tutte», da donne che non si concedono mai, da marciapiedi impraticabili perché «marciapiedi di merda! Questa esclamazione va intesa nel senso più letterale». Che Alessandro Banda abbia letto e sospirato sulle pagine di Calvino pensando quanto per lui sia doloroso non trovare le parole di sogno per descrivere il proprio mondo ma solo parole dure, noi lo possiamo solo sospettare. Ma è un sospetto che ingenuamente ci concediamo pensando a come sia divertente e curioso leggere questi due testi (entrambi non proprio dei romanzi) e rileggerli insieme.
Alessandro Banda, La città dove le donne dicono di no, Guanda, 219 pagine, 14,00 euro
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