LIBERAL BIMESTRALE di Renzo Foa Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005
Torna al sommario
Tra Osip Mandel’stam e sua moglie Nadezda c’è stato uno degli più intensi e tragici amori del Novecento. Quella che Elisabetta Rasy racconta non è una storia qualsiasi, un dettaglio sentimentale del dramma che l’Europa ha vissuto. I due protagonisti sono un grande poeta, uno dei maggiori del secolo e la ragazza di Kiev che gli sarà accanto nella vita e, dopo la morte, quando riuscirà a resuscitare i suoi versi. Gli altri protagonisti sono i poeti, gli scrittori, gli artisti i cui nomi - da Anna Achmatova a Viktor Sklovskij - hanno contrassegnato mezzo secolo di cultura russa. Il contesto è la rivoluzione bolscevica che, come tutti i grandi sconvolgimenti della modernità, attrae gli intellettuali «erranti» per poi respingerli e cercare di cancellarli. C’è un tortuoso intreccio di sentimenti: la speranza, che è l’abbaglio creato dall’Utopia quando si impadronisce delle anime; la disillusione di fronte al rifiuto che il potere, un potere diventato assoluto, oppone alla creatività degli individui; la resistenza dello spirito quando lentamente prende corpo la persecuzione; la sofferenza, una fredda sofferenza, al momento della morte, una delle tante consumate nella stagione delle grandi purghe staliniane. E, soprattutto, la passione che lega Osip e Nadezda, ma che consiste soprattutto nell’epilogo, grazie al quale una grande opera - appunto quella di Mandel’stam - è riuscita a sopravvivere solo perché lei l’ha difesa, l’ha salvata dalla distruzione, l’ha trascritta a mano, l’ha fatta leggere ed è riuscita a consegnarla a noi. Non poteva bastare una normale biografia. Non poteva bastare soprattutto a Rasy che dichiara in ogni riga un vero e proprio amore per Nadezda e Osip. Senza i pensieri, i dialoghi, il freddo, la fame, il conflitto con «i guardiani della rivoluzione», senza un’immersione nella quotidianità della vita e, quindi, nella «scienza degli addii», tutto sarebbe rimasto molto lontano, relegato in una dimensione puramente storico-politica, quello della rivoluzione che cancella gli individui. Al contrario, la storia di chi ha resistito in quegli anni a un potere che voleva semplicemente cancellarlo, fisicamente e intellettualmente parlando, non è descrivibile in una chiave politica. Mi viene in mente che non è per caso che Solgenitsyn abbia dovuto dare proprio la forma del romanzo a Una giornata di Ivan Denissovic, che lo stesso sia successo a Koestler con Buio a mezzogiorno. Un romanzo sono perfino le annotazioni di Jacques Rossi uscite sotto il titolo scanzonato Com’era bella questa utopia. Per non dimenticare, infine, Il dottor Zivago. Si tratta probabilmente di una scelta obbligata, perché di infinite sfumature, di mille sentimenti, di grovigli di pensieri è stata la vita di chi, difendendo se stesso fino in fondo, ha accettato l’idea non tanto di essere un perseguitato e nemmeno un resistente, quanto di sopravvivere a chi lo voleva morto. Osip Mandel’stam e sua moglie Nadezda furono, insieme a centinaia di migliaia, anzi di milioni, di altri russi, intellettuali e no, i veri nemici dell’utopia e del totalitarismo che imprigionò la Russia del Novecento. Lo furono con quella forma di espressione dei sentimenti che è la poesia e che è stata uno dei grandi pericoli di un potere assoluto. In fondo questo ci racconta Elisabetta Rasy, nel romanzo di un grande amore nei tempi devastanti delle rivoluzioni che distruggono tutto e tutti nel nome della felicità dell’uomo.
Elisabetta Rasy, La scienza degli addii, Rizzoli, 222 pagine, 16,00 euro
|