LIBERAL BIMESTRALE di Darwin Pastorin Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005
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La nostra è una società che tende a negare l’attesa. Tutto deve essere ottenuto in fretta, l’attesa è «tempo perso», le sue caratteristiche, come il silenzio, disprezzate ed evitate. Assieme all’attesa, è caduto in disgrazia il tono affettivo, e il progetto, che spesso l’accompagna, o viene da essa introdotto: quello della speranza. Col dissolversi dell’attesa, si apre così anche una crisi della speranza e una sorta d’assuefazione alla disperazione. Che tende a diventare visione del mondo, argomento a favore del passaggio dall’uomo alla tecnica, dalle leggi naturali ai procedimenti di fabbricazione artificiale, alimento inconscio del relativismo. Se non c’è più nulla da sperare dallo specificatamente umano, dall’anima, allora tutto va bene. Anche per queste ragioni, l’ultimo libro di Eugenio Borgna, L’attesa e la speranza, è di grande attualità e interesse. Borgna, uno dei protagonisti, nel mondo, della psichiatria fenomenologica, ha arricchito la letteratura psicoterapeutica, spesso arida, o banale nella sua fretta classificatoria, con le sue riflessioni profonde, sensibili, costantemente condotte con uno sguardo trasversale, dall’esperienza clinica, a quella poetica, a quella spirituale. Che è il solo antidoto per evitare alla psicologia il rischio che Jung definiva «lo spiegare la psiche con la psiche», cadendo così nella tautologia e non spiegando un bel nulla. Nelle osservazioni cliniche di Borgna compare la sua concezione della «cura come dialogo infinito e come inesauribile disponibilità ad ascoltare». Questa attenzione lo porta ad accorgersi (con Kurt Schneider), che i «problemi ultimi tra cui si dibatte la psichiatria, sono problemi metafisici, così definendosi i problemi in cui ci sia un resto in-solubile: qualcosa d’impenetrabile… come è la relazione fra anima e corpo». È proprio quest’apertura culturale e umana che consente a Borgna di addentrarsi con stupita sicurezza nel percorso difficile che va dall’attesa alla speranza, un percorso nel quale l’essere umano trova, o perde, la dimensione del tempo e il senso della propria vita. Le pagine sull’attesa, comprensibilmente ispirate dalle tante attese obnubilate dall’immagine della morte incontrate nell’esperienza psichiatrica, rischiano forse di mettere in secondo piano tutti quegli aspetti dell’attesa, come l’attenzione, anche l’affidamento, legati in Occidente sia alla cura di sé, e alla ricerca del Sé, che all’esperienza spirituale. Un’attesa ferma e serena, che dall’esperienza stoica è passata al cristianesimo e che a volte può diventare, da vicenda personale e silenziosa del terapeuta, preziosa risorsa della terapia. Laddove a mio avviso, una connotazione in fondo ansiosa delle attese del terapeuta, restringendo in qualche modo la libertà profonda del paziente (che vorrebbe rispondere alle nostre aspettative), riduce le sue possibilità di attingere alle sue proprie risorse, all’istinto di autorealizzazione del Sé, cui Jung si riferiva parlando di «istinto di guarigione dell’inconscio» (certo, non sempre presente). Forse, però, questa mia visione più tranquilla dell’attesa, non lontana neppure dalle esperienze orientali dell’«agire del non agire», risente del fatto che la mia esperienza di attese terapeutiche è meno drammatica, essendosi svolta quasi interamente nell’ambito della psicoanalisi, mentre in Borgna (ed è uno dei tratti più terribili e affascinati dei suoi testi), filtra e riluce l’esperienza del ben più arduo dolore psichiatrico.
Eugenio Borgna, L’attesa e la speranza, Feltrinelli, 216 pagine, 16,00 euro
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