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Naom Chomsky tra Kant e Cartesio

LIBERAL BIMESTRALE
di Emanuele Severino
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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Nella «biolinguistica» di Noam Chomsky il linguaggio è considerato come un aspetto particolarmente significativo della mente e dunque del rapporto mente/cervello. Pertanto «si inquadra ragionevolmente nella psicologia e, più in generale, nella biologia umana». Esplorazioni in questo campo, da lui peraltro già da tempo dissodato, sono Nuovi orizzonti nello studio del linguaggio e della mente. Anche qui Chomsky dichiara di voler usare le parole «mente» e «linguaggio» «senza una valenza metafisica». Così attento al significato delle parole, egli non dice nulla sul significato della parola «metafisica»; ma è chiaro che il suo intento è di considerare la «mente» e il «linguaggio» «come oggetti naturali» - senza però addossarsi l’onere di escludere ricerche filosofico-metafisiche sulla mente, il corpo, il linguaggio. E, a prima vista, il proposito sembra del tutto legittimo. Analogamente, come può essere illegittimo l’intento di considerare la Nona sinfonia di Beethoven semplicemente dal punto di vista delle scienze fisiche, quando la ricerca non intenda escludere la comprensione estetico-musicologica e nemmeno quella filosofico-metafisica di quest’opera? È lo stesso Chomsky a riconoscere che l’arte può ammaestrarci, intorno alla mente, molto più di tutte le informazioni che intorno a essa possono esserci fornite dalla biolinguistica.
Eppure, come era prevedibile, anche in questo caso la filosofia e la metafisica si insinuano nella dimensione scientifica che vorrebbe tenerle fuori dalla porta. Come il corpo, anche la mente e il linguaggio sono, per Chomsky, «uno dei domini empirici» analizzati dalla scienza. Anche la mente è una parte della totalità «dei domini empirici» ossia della totalità dell’esperienza. Ma, come la parola «metafisica», così l’espressione «totalità dell’esperienza» - o dei «domini empirici» - non riceve alcun chiarimento esplicito da parte di Chomsky. O, meglio, riceve un chiarimento implicito che rende esplicita la presenza di quella metafisica da cui egli vorrebbe tenersi lontano. Intendo dire che una certa metafisica (ben lontana dal mostrarsi come inoppugnabile) è presente proprio nel concepire la mente e il linguaggio come parti dell’esperienza. Infatti anche per Chomsky la scienza non ha «basi assolutamente certe» (pur essendo affidabile e applicabile alla «realtà»), perché «i segreti della natura, delle cose-in-sé, ci saranno per sempre celati». Il che significa che l’indagine scientifica si chiude prudentemente in sé - lasciando fuori di sé la metafisica - perché essa accetta imprudentemente la metafisica della cosa in sé: la «cosa in sé» kantiana, rispetto alla quale non solo la dimensione della mente non può essere altro che una parte, ma la stessa totalità dell’esperienza (che potrebbe essere la definizione più ampia del «mentale» in campo scientifico) si riduce a essere una parte della totalità degli enti. Chomsky si dichiara, per altri motivi, cartesiano, ma questo indicato, dove la res cogitans ha altro al fuori di sé, è il motivo più profondo.

Noam Chomsky, Nuovi orizzonti nello studio del linguaggio e della mente, Il Saggiatore, 349 pagine, 22,00 euro
 

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