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L’America e il valore dell’ordine internazionale

LIBERAL BIMESTRALE
di Pier Giuseppe Monateri
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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A tre anni dall’attacco alle Torri gemelle i rapporti transatlantici sono tesi quanto mai. A partire da questa considerazione Anna Caffarena identifica ciò che divide l’Occidente con una questione che non si può accantonare: il valore dell’ordine internazionale. Al di là delle questioni legate in senso stretto alla lotta al terrorismo è, infatti, il concetto stesso di «ordine internazionale» a essere messo sotto accusa dalla politica americana. Il ricorso a questa formula non sarebbe, infatti, che poco più di uno stratagemma con cui la comunità internazionale, e soprattutto l’Europa, tentano, meschinamente, di mettere le briglie al gigante americano. In realtà, secondo tale dottrina, l’America sta agendo per tutti, trasformando se necessario con la forza, quelle aree da cui può derivare insicurezza, per tutti. Se l’Europa può risparmiarsi tale spiacevole (e costosa) incombenza è perché c’è qualcuno che se ne fa comunque carico. Il libro, nato da un progetto avviato presso il Centro Einaudi di Torino, parte quindi dal «vecchio mondo» (chi ricorda il 10 settembre?), per analizzare le trasformazioni del lessico della politica internazionale, e affrontare la fine stessa del rapporto classico tra Europa e America (eravamo tutti americani). 
Secondo l’autrice la tesi dell’amministrazione Bush e dei suoi intellettuali non convince. L’interventismo americano ha indebolito la compagine occidentale e si è rivelato più destabilizzante che efficace. Il rapido declino della retorica della guerra al terrorismo non è casuale. I discorsi sull’unilateralismo americano sono stati addirittura abbandonati, perché insostenibili. Piaccia, o meno, un ordine internazionale davvero esiste e ha reagito alle pretese americane. Chi vuole essere realista davvero è da qui che deve partire. L’America ha, forse, scoperto di avere più bisogno di legittimazione di quel che credeva. La solitudine che un tempo lasciava l’amministrazione americana indifferente, a lungo andare evidentemente pesa. Insomma, secondo l’autrice la concentrazione del potere in mani americane costituisce di nuovo un problema anche per gli Stati Uniti. Come ha notato lo stesso Robert Kagan nel suo Il diritto di fare la guerra, una definizione troppo brutale del proprio interesse nazionale ha nuociuto alla causa americana. L’America sta, infine, sperimentando una «crisi di legittimità»: la lezione da trarne è duplice. Innanzitutto il consenso della comunità internazionale conta. In secondo luogo se la legittimità è importante significa che vi è una chiara e diffusa percezione dell’esistenza di una serie di principi che costituiscono il tessuto comune della comunità internazionale. La posta in gioco è la natura dell’ordine internazionale degli anni a venire.
In margine a tali giuste considerazioni si può ancora aggiungere quanto segue. Al posto della retorica della guerra al terrorismo, si affaccia ormai una nuova retorica diversa e più penetrante: quella dell’esportazione della democrazia. Tale impostazione appare più forte, ma non è meno inquietante. Anch’essa, infatti, si fonda su un diniego completo del diritto internazionale classico, per il quale il regime politico interno degli Stati è indifferente. Comunque sia, l’azione americana tende, quindi, a scardinare regole e principi comuni e approvati. Laddove, peraltro, la nozione di democrazia è ridotta a una sola dimensione. In realtà un guardiano internazionale della democrazia è solo una versione più edulcorata del gendarme internazionale del terrorismo.

Anna Caffarena, A mali estremi. La guerra al terrorismo e la riconfigurazione dell’ordine internazionale, Guerini, 142 pagine, 15,50 euro
 

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