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Il peccato originale dell’economia moderna

LIBERAL BIMESTRALE
di Giancarlo Galli
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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Con l’elezione a Pontefice del cardinale Joseph Ratzinger, massimo teologo contemporaneo, non è azzardato ipotizzare più cogenti interventi della Chiesa sul delicato terreno dell’economia. Nel senso di prese di posizioni nei confronti del capitalismo e del «maneggio del danaro». Esiste in verità un complesso di encicliche, di documenti pontifici, redatti da Leone XIII (1891) in poi, che costituiscono il corpus della Dottrina sociale della Chiesa. Ma in esso è problematico ritrovare indirizzi operativi, e ancor meno «punizioni» per gli inadempienti. Una sorta di «deficit teologico» che richiede di essere colmato, a evitare che dietro il paravento della «Finanza cattolica» si compiano misfatti che oltraggiano il sacrosanto principio del Bene comune. In tale scenario, a favorire una riflessione non banale o di comodo, giunge l’ultimo libro di Geminello Alvi, dall’icastico o quasi provocatorio titolo L’anima dell’economia. Un corposo assemblaggio di scritti e conferenze di uno fra i più apprezzati e disincantati editorialisti del Corriere della Sera. Compilato, si badi bene, prima della scomparsa di Giovanni Paolo II e dell’elezione di Benedetto XVI. Tuttavia, nelle pagine, vi è quasi una predizione: l’assoluta e urgente necessità di un recupero dell’«Anima»: proprio ciò che l’economia pare avere dimenticato. Il ragionar di Geminello parte da un presupposto che è un j’accuse: «La viltà con cui nelle università, nei Consigli d’amministrazione, nelle proteste, si distorce l’economia. Riducendola a convenzione, utilità che compiace il potere…». È possibile dargli torto? Il capitalismo aveva dato il meglio, ma talvolta il peggio di sé, a partire dalla rivoluzione industriale, sino allo spaventoso crac degli anni Trenta. E parve dovesse finire sotto le macerie, lasciando spazio ai miti del socialismo, nelle sue molteplici versioni (socialdemocrazia, statalismo sovietico). Riemerse, però trascurando le profonde ragioni dei precedenti fallimenti: l’avere troppo spesso dimenticato che alla radice di ogni fenomeno economico, vi sono degli uomini, quindi delle «Anime». Il volume accoglie uno straordinario capitolo, dedicato a John M. Keynes; e quel che se ne ricava, fa tremare le vene dei polsi al lettore. Infatti il grande economista inglese, viene dipinto in tutta la sua «doppiezza»; cioè predicare bene e razzolare male. Ovvero: sostenere la necessità di un controllo del libero mercato attraverso l’intervento dello Stato e, nel contempo, allegramente speculare in Borsa. Che è poi la sindrome caratterizzante vasti settori dell’imprenditorialità e della finanza italiana ed europea.
Geminello Alvi, con ampie digressioni letterarie, individua quello che potremmo definire il «peccato originale» dell’economia moderna: l’avere, appunto, concluso una sorta di patto faustiano, mercanteggiando l’Anima con l’affarismo fine a se stesso. Sino a costruire nuovi idoli: lo sviluppo ininterrotto che ha come principale obiettivo la corsa al profitto. L’Anima che Alvi invoca, non è però quella riconducibile a una paura etica: laica o religiosa che sia. Pretende molto di più: in definitiva, obbligare l’economia a inchinarsi all’Uomo, che non vive di solo consumismo, e nemmeno di assistenzialismo o pseudo giustizialismo distributivo, ma necessita di un supplemento di speranza. Bellissimo il capitolo dedicato alla Cina: se abbiamo paura della sua concorrenza, è solo perché ci siamo posti in regime di schiavitù intellettuale, limitando il confronto all’economia, alla produttività e trascurando i valori. Leggere per riflettere.

Geminello Alvi, L’anima e l’economia, Mondadori, 342 pagine, 18,00 euro
 

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