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Osama bin Laden? A qualcuno pare Mazzini

LIBERAL BIMESTRALE
di Dino Cofrancesco
Anno V numero 30 - Giugno - Luglio 2005

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Anche con la nuova gestione la casa editrice Armando continua a rendersi benemerita nel campo della pedagogia. Ne fa fede il volume di Mario Moncada di Monforte, Vite parallele. Giuseppe Mazzini e Osama bin Laden. Quando la storia legittima il terrorismo, un testo da adottare nelle nostre scuole per la rara capacità di sintetizzare tutti i luoghi comuni, le banalità, i sofismi di quella political culture terzomondista che sta diventando il «senso comune» degli orfani delle ideologie. Va detto subito che Mazzini non c’entra niente, nonostante la sua figura pensosa compaia in copertina assieme a quella di bin Laden, non bastando qualche ovvia affinità a legittimare una plutarchesca «vita parallela». E del resto «l’attento confronto tra il giuramento dei militanti della Giovine Italia con i contenuti della fatwa posta a fondamento delle iniziative di Al Qaeda» rasenta, talora, il delirio. Valga qualche esempio: «combattete uniti i pagani come loro combattono uniti voi», per Moncada, equivarrebbe al mazziniano «combattere in ogni modo le ineguaglianze tra gli uomini»; «combatteteli fino a che vi sia turbamento e oppressione, e fino a che prevalgano la giustizia e la fede in Dio» farebbe venire alla mente l’impegno a «promuovere con ogni mezzo l’educazione degli italiani alla libertà e alla virtù che la fanno eterna».
In realtà, il volume è un’apologia di bin Laden, presentato come il redentore dei popoli oppressi e umiliati dall’arroganza e dalla rapacità americane. «La storia dimostrerà che le iniziative di bin Laden, degli islamici e dei sopraffatti del mondo, fondate su ragioni politico-nazionalistiche ed economico-culturali non possono essere considerate terrorismo: saranno riqualificate come l’unica legittima possibilità di operare per i popoli impotenti di fronte alla potenza tecnologico-militare occidentale». Per l’autore è terroristico ogni agire scorretto e violento: dai bombardamenti delle città nemiche ai maneggi delle multinazionali, dall’assassinio politico al controspionaggio. «Qualsiasi manifestazione di violenza - scrive bertinottescamente - è sempre da condannare: senza se e senza ma, da qualunque parte provenga» ma «ci sono nella storia degli uomini eventi che stabiliscono valori nuovi, positivi o negativi secondo i punti d’osservazione, che sono pietre miliari della cultura umana, al di là dei costi che possano essere stati pagati. La rivoluzione americana, la rivoluzione francese e la rivoluzione russa hanno imposto valori che riscattano ampiamente le decine o centinaia di migliaia di morti che sono costate: il diritto dei popoli all’autodeterminazione, il diritto alla più piena libertà dell’individuo umano, il diritto alla giustizia sociale per chi lavora». Che la violenza erogata in quelle rivoluzioni abbia aperto un dibattito che, nel caso della rivoluzione francese, è stato alle origini della forma più matura del liberalismo moderno è sospetto che non sembra sfiorarlo. Ieri il tiranno era l’Europa del trono e dell’altare, oggi è l’America. «L’odio che il mondo esprime verso gli statunitensi è il sentimento più compatto che l’umanità - al di là di razze, di culture e di condizioni economiche - abbia mai espresso in modo così profondo e diffuso». Moncada si aspetta dalla diffusione planetaria del terrore islamico il rinsavimento dell’Occidente. «La violenza ci costringerà» ad aprire gli occhi sulle nostre colpe e sulle buone ragioni di talebani e kamikaze.
 

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